Gabriel Kuhn
UN CALCIO AL POTERE
Gioco e lotta sociale(titolo originale
Soccer vs. the State: Tackling Football and Radical Politics
- PM Press , febbraio 2019)
traduzione di Emanuele Giammarco
prefazione di Pierpaolo Casarin
Elèuthera
gennaio 2026
pp. 248, euro 19
EAN 9788833022970
Il calcio è un’industria dal
fatturato multimiliardario. Professionalizzazione e
commercializzazione sono la cifra della sua immagine nel mondo.
Eppure, questo gioco conserva un’anima ribelle, forse più di
qualsiasi altro sport il cui destino è stato quello di essere
cooptato da affaristi e politici corrotti. In questa indagine a tutto
campo sui nessi fra calcio e politica, Kuhn non solo ne ripercorre la
storia facendone emergere luci e ombre, ma si confronta con quegli
aspetti combattuti da chi aspira a un cambiamento radicale della
società, come il nazionalismo, l’intolleranza o la commistione con
ambienti di destra. Al tempo stesso racconta di un altro calcio –
quel "gioco del popolo" mantenuto vivo da molti calciatori,
squadre e intere comunità – ed esplora gli approcci e le
prospettive alternative di un calcio egualitario e autorganizzato. Un
omaggio a tutti coloro che ai mega stadi e alle dirette televisive
preferiscono ancora la gioia di giocare assieme nei vicoli e nei
campi fangosi.
Introduzione
Alla fine del 2010 mi trovavo in
Germania, seduto al mio stand in una fiera dedicata ai media. La
mattina del secondo giorno l’affluenza di visitatori era piuttosto
esigua, così mi sono trovato a chiacchierare con un amico argentino
che aveva anche lui uno stand a pochi passi dal mio. In una trentina
di minuti scarsi abbiamo passato in rassegna parecchi temi:
anarchismo vs. comunismo, il movimento autonomo tedesco, la crisi
generale della sinistra, il futuro dell’editoria radicale,
eccetera. Finché a un certo punto non abbiamo cominciato a parlare
di calcio e… tre ore dopo l’argomento era sempre quello. Abbiamo
discusso del Mondiale maschile in Sud Africa, delle federazioni
corrotte, della cultura ultras in Europa e in Sud America,
dell’origine dei nostri club preferiti e di molte altre questioni
scottanti come i più grandi miracoli sportivi, i gol più belli, le
peggiori decisioni arbitrali della storia. Alla fine, nonostante
fossimo ben lontani dall’aver esaurito gli argomenti, abbiamo
dovuto liberare le persone che ci avevano tenuto lo stand.
Ecco,
questo libro è stato pensato per due tipi di persone: quelli che si
ritrovano continuamente invischiati in discussioni del genere e
quelli che non riescono proprio a capire come sia possibile che delle
persone impegnate politicamente possano amarle così tanto. Lo scopo
è quello di fornire una rassegna dei nessi che legano il calcio alla
politica radicale – ovvero quella politica, per intenderci, che
ambisce a un cambiamento fondamentale della società che possa dar
luogo a una comunità di individui liberi e uguali – ponendo
l’attenzione su tre aspetti: 1. le varie espressioni di politica
radicale fra i professionisti; 2. la politica radicale nella cultura
ultras; 3. l’ambiente calcistico underground e l’eco che ha avuto
nel mondo.
Sul piano personale, le ragioni per scrivere questo
libro erano molto chiare. Era da una vita che cercavo di far
conciliare la mia inestirpabile passione per il calcio con le mie
convinzioni politiche.
Nel 1987, all’età di quindici anni, ero
parte della rosa dell’FC Kufstein, una squadra semiprofessionistica
che militava nella seconda serie austriaca. In quella stagione il
club avrebbe raggiunto il suo più grande successo sportivo. Io ero
seduto in panchina quando una vittoria per 2-1 contro l’FC Salzburg
ci aveva garantito l’accesso ai play-off per giocarci la promozione
in prima divisione. Alla fine saremmo stati eliminati, dopo aver
perso contro l’Austria Salzburg e una futura squadra da Champions
League come lo Sturm Graz, ma quelle settimane furono veramente
indimenticabili.
Nonostante fossi felice dello status che
mi ero guadagnato fra i miei compagni nel calcio semiprofessionistico
e nonostante i viaggi per il paese, i ritiri in Italia, i giorni di
scuola saltati, passarono appena due anni prima che decidessi di
mollare il calcio, subito dopo la maturità. In quel momento la mia
prima passione era diventata la politica radicale e molte delle mie
convinzioni andavano tutt’altro che a braccetto con quel mondo,
almeno per come l’avevo conosciuto: competitività, sessismo,
razzismo, omofobia, autoritarismo degli allenatori, avidità degli
sponsor, presidenti corrotti, politici meschini. Eppure sarei tornato
al calcio appena sei mesi dopo, non appena mi resi conto che da
studente era più divertente guadagnarsi da vivere come giocatore,
piuttosto che servendo ai tavoli.
Quando ricominciai a giocare
regolarmente con l’FC Kufstein avevo diciotto anni e speravo di
poter attirare l’attenzione di un club di prima divisione:
dopotutto, la mia fascinazione per la guerriglia rivoluzionaria, le
occupazioni e la teoria anarchica non avevano dissipato il mio
vecchio sogno di diventare un giocatore professionista. Come spesso
accade in questi casi, però, l’anno successivo arrivò un nuovo
allenatore e le cose cambiarono in fretta. Mi presentai in ritardo
dopo le vacanze estive, fui messo in panchina per «mancanza di
costanza», me la presi con il nuovo staff e invece di lottare per il
mio posto in squadra cominciai a presentarmi agli allenamenti solo
per poter ritirare lo stipendio. Nell’estate del 1992, dopo tanto
chiacchierare su possibili contratti, commissioni e cartellini, avrei
lasciato il calcio semiprofessionistico per sempre. Giocai ancora due
anni nei campionati minori, giusto per divertirmi e tenermi in forma,
finché nel 1994 non mi trasferii negli Stati Uniti, dove mi sarei
dedicato soprattutto alla pallacanestro.
Nei dieci anni successivi
ho viaggiato molto, partecipando a partitelle improvvisate in tutto
il mondo, dall’arcipelago delle Vanuatu al Sud Africa. Ho guardato
partite di calcio in ogni dove – in un casotto di lamiere in
Burkina Faso, nel più anonimo dei motel cinesi, a casa di amici
attivisti in Nuova Zelanda – ma dei miei trascorsi da aspirante
professionista non ne ho fatto parola praticamente con nessuno. Come
se fosse un periodo della mia vita ormai morto e sepolto, qualcosa
che dovevo giustificare, piuttosto che ostentare, e che non aveva
nessuna rilevanza per la versione più adulta e matura di me
stesso.
La verità, però, è che gli anni trascorsi dietro al
pallone hanno avuto un impatto profondo sulla mia personalità, sul
mio rapporto con gli altri, sulla mia visione del mondo. La famosa
frase di Camus, «tutto quello che so sulla moralità e sui doveri
degli uomini lo devo al calcio»1, ha per me un grande significato.
Se escludiamo gli affetti personali (la famiglia, gli amici,
l’amore), le emozioni più forti che abbia mai provato nella vita
sono legate al gioco: la gioia e il piacere, ma anche la delusione,
l’imbarazzo, la sensazione di essere stato raggirato o tradito. Il
calcio ha sfatato molti dei miei miti, per esempio quando mi è
capitato di giocare assieme o contro i giocatori della nazionale
austriaca, gli eroi della mia adolescenza. Mi ha insegnato a lavorare
con gli altri per raggiungere un obiettivo comune, anche quando di
cose in comune ce n’erano ben poche. Il calcio mi ha mostrato
quanto bugiarde e disoneste possano diventare le persone quando
rimangono accecate dal denaro e dalla fama. Ha affinato la mia
consapevolezza di classe, essendo cresciuto in un contesto familiare
fatto di artisti e non di proletari, contrariamente ai miei compagni
di squadra. Il calcio mi ha insegnato cosa fossero i rapporti di
lavoro, quando a fine allenamento lasciavo che a lavare i miei panni
sporchi fossero dei lavoratori sottopagati. Il calcio ha modellato il
mio senso d’appartenenza, avendo giocato per le giovanili di casa,
in Tirolo, nella provincia dove sono cresciuto. Dopodiché, come
sappiamo bene, c’è anche l’aspetto irrazionale: la passione che
sviluppiamo da ragazzini e che non perde mai di vigore, a prescindere
da quanto possa sembrare patetica se osservata da fuori e da quanto
spesso ti conduca ad azioni che sembrerebbero impossibili in
qualsiasi altra circostanza, come ritrovarsi abbracciati a dei
turisti inglesi ubriachi e a dei tifosi thailandesi sfegatati sulla
Khaosan Road di Bangkok alle cinque del mattino, dopo che all’ultimo
minuto il Manchester United era riuscito a ribaltare la finale di
Champions del 1999 contro il Bayern Monaco. C’è pure chi ha
raccontato di peggio, del resto. In una intervista, Toni Negri ha
confessato che l’unica volta in vita sua a essersi mai abbracciato
con dei poliziotti2 è stato il giorno in cui l’Italia ha vinto i
mondiali nel 1982. La stessa cosa è stata detta anche da alcuni
prigionieri politici argentini sulla vittoria ai Mondiali del 19783.
Eppure, come ha detto Claudio Tamburrini, il portiere argentino
autore di Crónica de una fuga, all’epoca in galera: «Lo
sport è una grande arma politica e non dovremmo mai riporla nelle
mani del nemico»4. Ecco, sarebbe fantastico se questo libro potesse
dare il suo piccolo contributo a questa missione.
Il corpo
principale del libro che state per leggere proviene dal mio Anarchist
Football (Soccer) Manual, scritto nel 2005 e pubblicato dalla Alpine
Anarchist Productions. Il testo è stato aggiornato e modificato
sensibilmente, ma la sua anima da «prontuario» è rimasta
inalterata: l’idea è quella di fornire informazioni concise su
diversi aspetti del mondo del calcio in modo tale che possano essere
d’interesse per i tifosi di sinistra. Alcuni di questi aspetti
vengono approfonditi in modo più accurato attraverso articoli, saggi
e interviste. In parte si tratta di testi dimenticati o difficili da
reperire, in parte di traduzioni proposte per la prima volta in
italiano o di contributi originali pensati per questo libro.
L’Epilogo rivolgerà l’attenzione ad alcuni sviluppi importanti,
dal momento che la prima edizione risale al lontano 2011.
In
conclusione posso solo ricordare il mio enorme debito verso tutte le
persone che hanno reperito i materiali necessari, prestando il loro
sostegno decisivo a questo mio progetto.
Note all’Introduzione
1. Tom
Clark, Camus, Zidane and Absurdity of Football, «Tom Clark:
Beyond the Pale», 13 giugno 2010,
<http://tomclarkblog.blogspot.com/2010/06/camus-zidane-and-absurdity-of-football.html>.
2.
Renaud Dély, Rico Rizzitelli, Football and Class Struggle:
Interview with Toni Negri, «Libération», 7 giugno 2015,
<https://libcom.org/article/negri-football-and-class-struggle>.
3.
John Turnbull, A Soccer Player’s Escape From Argentina…
Into Philosophy, «The Global Game»,
<https://web.archive.org/web/20080914163855/http://www.theglobalgame.com/blog/2008/08/a-soccer-players-escape-from-argentina%C2%A0-into-philosophy/>.
4.
Claudio Tamburrini, The Right to Celebrate, «Idrottsforum», 6
giugno 2006,
<http://www.idrottsforum.org/features/tamburrini/tamcla_argentina.html>.

Gabriel Kuhn (Innsbruck 1972), oltre a
essere un attivista libertario e un organizzatore sindacale, è anche
un ex calciatore semiprofessionista. Di origine austriaca, dal 2007
vive a Stoccolma. Ha pubblicato vari libri tra cui Playing as if
the World Mattered: An Illustrated History of Activism in
Sports (2015), Antifascism, Sports, Sobriety: Forging a Militant
Working-Class Culture (2017), X: Straight Edge and Radical
Sobriety (2019) e Liberating Sápmi: Indigenous Resistance
in Europe’s Far North (2020). Ha inoltre curato le antologie
di scritti politici di Gustav Landauer Revolution and Other
Writings (2010) e di Erich Mühsam Liberating Society from
the State and Other Writings (2011), oltre a una raccolta di
documenti sulla rivoluzione tedesca del 1918-1919 All Power to
the Councils! (2012). Per elèuthera è anche autore di La
vita all’ombra del Jolly Roger (2018) e Un calcio al
potere. Gioco e lotta sociale (2026).