mercoledì 21 gennaio 2026

Dušan Jelinčič - I FANTASMI DI TRIESTE - BEE


Dušan Jelinčič
I FANTASMI DI TRIESTE
prefazione di Pietro Spirito
Bottega Errante Edizioni
collana Camera con Vista | 59
2018, seconda edizione gennaio 2026
pp. 136, €17,00
ISBN 979125671275


Trieste è il luogo dei luoghi. Che però sono sempre luoghi con ombre e fantasmi. Che possono chiamarsi paura del passato, non accettare il presente e sospettare del futuro, perché se c’è un futuro, bisognerà chiarire tante cose, a cominciare dall’identità. Trieste è una città mondo con tante anime, ferite ancora aperte, oscuri sensi di colpa e tradimenti ancestrali. Jelinčič nei suoi racconti narra storie di Città vecchia, del tram di Opicina, dei rioni di San Giacomo, San Giovanni e San Giusto, ma anche di luoghi dell’anima e personaggi veri, come quel Diego de Henriquez che bruciò in una bara nel suo magazzino con i suoi segreti, Franco Basaglia, il boia nazista Odilo Globočnik, James Joyce e Julius Kugy.

Un estratto
Pax, il cane che sapeva troppo 

Una lunghissima canna di cannone tesa verso il cielo che lentamente si oscurava in una tiepida serata primaverile, è uno dei miei rari ricordi delle passeggiate che facevo con mio padre da bambino. Io la guardavo rapito oltre la grossolana recinzione a rete e mi chiedevo a cosa servisse. Poi dietro al cannone c’era un carro armato, vicino un’autoblindo e intorno ancora tanti oggetti di ferro arrugginito di cui non afferravo l’utilità. Quando chiesi a papà di cosa si trattasse, lui scrutò il cielo e mi rispose in un soffio: «Questo è ciò che ha raccolto una persona buona contro la cattiveria della gente». È ovvio che dopo una tale risposta, la mia curiosità da bambino aumentò e non mi abbandonò più. Fu così che per la prima volta sentii parlare di Diego de Henriquez. La passeggiata al colle di San Vito, all’estremità del promontorio di Trieste, la rifeci tante volte anni dopo, da solo, e mi fermai sempre in religioso silenzio ad ammirare quella ruggine che stava distruggendo qualcosa che per me era diventato sacro da quando c’ero stato con il babbo, allora già gravemente malato, e che ci avrebbe lasciato di lì a poco, non appena avevo cominciato a conoscerlo, parlargli, abbracciarlo. Forse è per questo che volevo sapere tutto di quel signore che raccoglieva materiale di guerra su un colle di Trieste, la storia che mio padre allora non poté raccontarmi. Era un modo tutto mio per alleviare il dolore. (...)

Dušan Jelinčič , giornalista e alpinista triestino, laureato in storia e lettere moderne, è uno degli scrittori sloveni contemporanei più autorevoli e apprezzati. Come giornalista caposervizio della sede RAI di Trieste ha firmato importanti servizi per le testate nazionali, come alpinista ha scalato nel 1986, primo in Friuli Venezia Giulia, un ottomila himalayano, il Broad Peak. Nel 1990 ha salito l’Everest e nel 2003 ha conquistato l’ottomila Gasherbrum II. Con i suoi oltre venti libri, tra cui spiccano soprattutto romanzi e racconti, ma anche saggi e pièce teatrali, ha creato una produzione letteraria vasta e variegata. Insieme a Boris Pahor è lo scrittore sloveno più tradotto in italiano; il suo Le notti stellate è il titolo più premiato della letteratura slovena; il romanzo Dove va il vento quando non soffia è stato ripubblicato nell’estate del 2016 come allegato settimanale dei quotidiani “Corriere della Sera” e “La Gazzetta dello Sport”, mentre il suo ultimo libro Quella soffitta in Cittavecchia è un romanzo tutto triestino. I libri di Jelinčič sono stati tradotti anche in tedesco, francese e serbo-croato. Per BEE ha pubblicato I fantasmi di Trieste e Gli eroi invisibili dell’Everest.

martedì 20 gennaio 2026

Jacqueline Harpman - IO CHE NON HO CONOSCIUTO GLI UOMINI - Blackie

 
Jacqueline Harpman
IO CHE NON HO CONOSCIUTO GLI UOMINI
(titolo originale Moi qui n'ai pas connu les hommes - 1995)
traduzione di Sara Clamor
Blackie edizioni
marzo 2024
pp. 176, euro 18,90
ISBN 9788831321860
 
In un bunker sotterraneo, trentanove donne sono tenute in isolamento in una cella. Sorvegliate da violente guardie, non hanno alcuna memoria di come sono arrivate lì, nessuna nozione del tempo, solo un vago ricordo delle loro vite precedenti.
Mentre il ronzio della luce elettrica fonde il giorno con la notte e gli anni passano, una ragazza – la quarantesima prigioniera – siede sola ed emarginata in un angolo. Questa misteriosa ragazza che non ha conosciuto gli uomini sarà la chiave per la fuga e la sopravvivenza delle altre nel mondo desolato che le attende in superficie.

Jacqueline Harpman, nata a Etterbeek (Belgio), è stata scrittrice e psicoanalista. A causa dell’invasione nazista, la sua famiglia, di origine ebrea, si trasferisce a Casablanca, in Marocco, dove Jacqueline comincia gli studi superiori, per poi proseguirli a Bruxelles dopo la fine della guerra. In seguito si laureerà in Medicina ed eserciterà la professione fino al termine della sua vita. Ha scritto oltre venti romanzi, tutti fortemente influenzati dalla sua formazione psico-analitica, ricevendo numerosi premi. È morta a Bruxelles nel 2012.

lunedì 19 gennaio 2026

Giorgia Pietropaoli - AFGHANISTAN, DOVE TUTTO CAMBIA PER NON CAMBIARE MAI - Infinito

 
Giorgia Pietropaoli
AFGHANISTAN, DOVE TUTTO CAMBIA PER NON CAMBIARE MAI
prefazione di Antonella Napoli
Infinito Edizioni
gennaio 2026
pp. 182, € 16,00
ISBN 9788868618698


“Per secoli, il nome di una donna in Afghanistan è stato un sussurro, un’eco privata, raramente pronunciato in pubblico – scrive Giorgia Pietropaoli nel volume dal titolo Afghanistan, dove tutto cambia per non cambiare mai in libreria dal 23 gennaio. Questa pratica, profondamente radicata in tradizioni culturali e sociali, ha negato alle donne afghane la loro identità individuale, con ripercussioni profonde sulla loro vita, sui loro diritti e sulla loro percezione all’interno della società.
La questione dell’uso del nome delle donne è un indicatore lampante della loro posizione sociale e dei diritti che vengono loro negati. Sebbene ci siano stati momenti di speranza, l’attuale contesto rappresenta un passo indietro drammatico, che mette ancora più in evidenza la continua e difficile battaglia per il riconoscimento e la dignità delle donne. In molte aree dell’Afghanistan menzionare il nome di una donna in pubblico è un tabu sociale. Gli uomini, e a volte persino le donne stesse, si riferiscono a loro con eufemismi o descrizioni relazionali che le spogliano della loro individualità. Se le bambine possono essere chiamate per nome, per le donne adulte spesso si usano termini di rispetto come baji o aabji (sorella), o affettuosi come Bibi gul (signora fiore)”.
Con Afghanistan, dove tutto cambia per non cambiare mai compiamo un viaggio nell’Afghanistan dei nostri giorni, dove i diritti umani sono, nella migliore delle ipotesi, sospesi. L’Afghanistan, Paese di storia e cultura millenaria, crocevia di scambi da tempi remoti, dopo una breve parentesi di libertà dall’agosto del 2021 è tornato sotto il pressante e repressivo controllo talebano che man mano ha eroso ogni conquista e diritto guadagnato dalla popolazione. Ora il Paese vive una profonda crisi sociale, umanitaria ed economica: l’integralismo talebano ha imposto severe restrizioni nel campo dei diritti umani, in particolare per donne e ragazze, private dell'accesso all’istruzione secondaria e superiore e della maggior parte delle opportunità lavorative. La libertà di stampa e di espressione è fortemente limitata, con arresti arbitrari e detenzioni di giornalisti e attivisti. Il Paese è intrappolato in un ciclo di povertà, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti, con la comunità internazionale che continua a cercare vie per affrontare le sfide umanitarie e proteggere i diritti fondamentali.

Giorgia Pietropaoli romana, docente di lettere classiche, ha studiato Lingua e letteratura persiana all’Università di Roma “La Sapienza”, dove ha conseguito anche il dottorato in Scienze Politiche. Scrittrice e collaboratrice con reportage di inchiesta per Focus On Africa Magazine, è impegnata nel mondo dell’informazione, dell’educazione e dell’attivismo, con una forte specializzazione sulle dinamiche del Medio Oriente, in particolare Iran e Afghanistan, e un’attenzione ai diritti umani. Ha tradotto dal persiano e curato l’edizione italiana di Parole dall’esilio di Somaia Ramish.


Giorgia Pietropaoli presenta il libro e ce ne parla con Lorella Di Biase e Antonella Napoli sabato 24 gennaio, ROMA, presso la libreria Ubik Spazio Sette, via dei Barbieri 7, ore 15,30.

sabato 17 gennaio 2026

Asmae Dachan - SIRIA, IL GIORNO DOPO - add

 
Asmae Dachan
SIRIA, IL GIORNO DOPO
Le ferite e le speranze

postfazione di Laura Silvia Battaglia
copertina di Tammam Azzam
add editore
gennaio 2026
pp. 264, euro 18
ISBN 9788867835560

«Sono partita da Ancona di notte, sotto la pioggia, con un treno diretto a Roma. C’è un punto in cui la ferrovia sembra camminare sull’acqua. Al ritorno, da quel punto, avrei rivisto il porto della mia città e il cerchio si sarebbe chiuso. Sono entrata in Siria il 27 dicembre 2024, diciannove giorni dopo la caduta di Assad, quattordici anni di guerra e cinquantaquattro di regime. Nel Paese delle mie origini ho ripreso confidenza con la notte e il valzer dei pensieri che arrivano tutti insieme.»
Con Siria, il giorno dopo, Asmae Dachan fa un viaggio che da Ancona, dov’è nata, la porta ad Aleppo, la città della sua famiglia, per comporre un mosaico di luoghi e persone. Da Jiza, la città di Hamza al-Khatib, torturato e ucciso a undici anni, a Dar’a; da Darayya a Sednaya, «la macelleria umana di Assad»; da Damasco, dove la guerra sembra non esserci mai stata, a Ghouta, Homs e Hama, Idlib e infine Aleppo, le radici.
Incontri pieni di dolore si mescolano a incontri di speranza, come quelli con due adolescenti che salvano libri e oggetti d’arte o un artigiano che riapre la sua bottega di biciclette. Storie di famiglie che riportano in vita i morti e gli scomparsi, i mafqudin, le persone arrestate, allontanate forzatamente dalle loro case, lasciando chi resta in una vita sospesa. Come si scrive la parola fine a tutto questo?

dal PROLOGO
Ieri notte ho avuto un incubo. Ero al piano terra del carcere di Sednaya, davanti alla pressa. L’aria era irrespirabile, sentivo voci ma vedevo solo profili sfocati di donne e uomini. Dentro la pressa verde c’erano corpi, c’era sangue ovunque. In mezzo a quel groviglio umano ho riconosciuto la testa di mio figlio Khalil, con gli occhiali ancora appoggiati sul naso e i capelli ben pettinati con la riga sul lato destro. Mi sono svegliata con il cuore in gola. Ho aperto gli occhi e ho guardato verso la finestra. Dalle persiane filtrava la luce dell’alba, i gabbiani e gli usignoli riempivano l’aria. Ero nella mia casa ad Ancona. Ho mandato il buongiorno a Khalil, sperando di non svegliarlo perché non erano ancora le cinque del mattino. Dovrò affrontare la questione, prima che questi incubi diventino ricorrenti. Sono tornata dalla Siria da poco più di una settimana. Assad è caduto l’8 dicembre 2024. Il 26 dicembre sono partita per andare a vedere quella pagina di storia mentre si stava ancora scrivendo. Avrei voluto partire prima, ma realisticamente parlando non avrei potuto farlo. Sotto il regime, appena avessi messo piede nel Paese sarei stata fermata e, nella migliore delle ipotesi, arrestata. Sapevo di essere stata «attenzionata», e soltanto entrando nel Paese ho scoperto che il mio nome, insieme a quello di migliaia di altri attivisti, giornalisti e oppositori in diaspora, era tra quelli considerati «eliminabili». Ho organizzato tutta la trasferta grazie a una rete di contatti costruita nel tempo, basata sulla fiducia, rimanendo fedele ai fatti, proteggendo le mie fonti, continuando a occuparmi di Siria per tutti gli anni della guerra. Sono partita con i miei pochi mezzi, quelli da freelance supportata solo da familiari e alcuni colleghi, ma con tanta determinazione. I giorni passati in Siria sono stati intensi, inaspettati, inimmaginabili. C’ero già stata due volte, nel 2013 e nel 2014, entrando con altri giornalisti, clandestinamente. Ho scritto da Aleppo, Idlib e dalle zone frontaliere, muovendomi in fretta, come un fantasma tra i fantasmi che cercavano di sopravvivere alle bombe e agli spari. Questa volta sono entrata nella terra delle mie origini a testa alta, dalla frontiera giordana, esibendo il passaporto di giornalista italiana di origini siriane. La prima tappa del viaggio è stata la tomba di Hamza al-Khatib, il bambino siriano ucciso sotto tortura nel 2011, evirato e sfigurato perché la sua vicenda fungesse da monito al resto della popolazione, perché tutti capissero che quello era il destino di chi manifestava contro il governo. Lo avevo promesso a me stessa. Se fossi tornata in Siria, avrei reso omaggio a quell’angelo bambino. Il se, purtroppo, era d’obbligo: non solo ero finita in una blacklist con altri giornalisti, colpevoli di essersi introdotti in modo illegale nel Paese e di aver raccontato i crimini del governo di Assad, ma ero una morta che camminava per aver denunciato le barbarie perpetrate dal regime di Damasco. Confesso che avevo perso la speranza, che non riuscivo più a pensare ad Aleppo senza sentire come una spada nel cuore. Troppo sangue, troppo dolore, troppe ingiustizie.
Poi è arrivato l’8 dicembre 2024. Al mio ingresso in Siria ho visto le statue e le gigantografie degli Assad a terra. L’impossibile diventato realtà. L’intoccabile ridotto al nulla. Quando sono entrata nella prigione di Sednaya e ho visto le celle, mi sembrava non fosse la prima volta. Avevo intervistato i sopravvissuti del carcere, la struttura detentiva che Amnesty International definisce «la macelleria umana di Assad», nel 2017: quei racconti erano talmente dettagliati e io li avevo talmente interiorizzati che mi sembrava di esserci già stata. Avevo avuto incubi dopo quei racconti, soprattutto dopo aver sentito parlare della pressa. Poi eccola lì, davanti a me, in tutto il suo orrore. Era vuota. I corpi che ci ho visto dentro alcune settimane dopo, in quell’incubo, nascevano dal mio incontro con un padre che cercava il figlio tredicenne arrestato tredici anni prima. «Mio figlio si chiama Khalil, non è uscito insieme ai prigionieri liberati. Le ultime notizie lo davano qui. Per me è morto, ma sua madre dice che è vivo e le madri vanno sempre ascoltate. Sto cercando segni del suo passaggio.» Durante la mia permanenza in Siria a giorni alterni ricevevamo notizie del ritrovamento di una fossa comune. Ad Aleppo, la città delle mie origini, ho assistito all’apertura di una di queste. Ho visto i familiari in fila fuori dall’obitorio, scene di disperazione. Ho guardato quei corpi, ho respirato anche lì l’odore della morte. L’odore della morte è pungente, atroce, fa male, eppure non rende le persone amate respingenti, non rende difficili o impossibili gli abbracci, i baci, le carezze. L’amore verso un f iglio, uno sposo, un genitore, non si spaventa di fronte a nulla. Questi dettagli, frammenti di quotidianità, non sono notiziabili, come si dice in gergo, ma sono imprescindibili in una narrazione che voglia essere autentica, empatica e dove chi scrive, per una volta, ha il diritto di mostrare il proprio coinvolgimento in quanto figlio di quel popolo. (…)

Asmae Dachan è una giornalista, fotografa e scrittrice italo-siriana, docente a contratto all’Università̀ degli Studi di Macerata. Collabora con diverse testate tra cui «Avvenire», «L’Espresso», Vita.it e Valigia Blu. È creatrice del blog Diario di Siria e del podcast Siria, guerra e gelsomini. Il suo ultimo libro è Cicatrice su tela (Castelvecchi), vincitore del Premio Nadia Toffa 2022. A luglio 2025 ha vinto il Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano – Lampedusa d’Amore, per il reportage dalla Siria Rinascere nella cauta speranza pubblicato su «L’Espresso».

venerdì 16 gennaio 2026

AA.VV. - SPAZI IMMAGINATIVI E PRATICHE POLITICHE - Quodlibet Studio

 
AA.VV.
SPAZI IMMAGINATIVI E PRATICHE POLITICHE
Un’ultima istantanea su Walter Benjamin e il Surrealismo
a cura di Dario Gentili e Elettra Stimilli
Quodlibet
collana Studio
2025
pp. 204, euro 22
ISBN 9788822924933
 

Il saggio di Walter Benjamin Il surrealismo. L’ultima istantanea sugli intellettuali europei, pubblicato nel 1929, viene spesso considerato un testo di passaggio, che cade in un periodo di grandi trasformazioni e rivolgimenti, personali e di pensiero: dalla “scoperta” del marxismo negli anni Venti alla sua rielaborazione eterodossa negli anni Trenta, dalla Germania della Repubblica di Weimar all’esilio parigino, dalle ambizioni accademiche all’impegno politico. In particolare, l’incontro con il Surrealismo consente a Benjamin di definire quegli estremi – rivolta/rivoluzione, anarchismo/marxismo, individuo/collettività, ebbrezza/organizzazione, teoria/prassi – nella cui tensione si era fino ad allora mosso il suo pensiero e su cui avrebbe continuato a sostare con sempre maggiore consapevolezza.
I saggi che compongono questo volume affrontano – sia all’interno del pensiero di Benjamin sia, muovendo da esso, nella nostra attualità – le questioni che il Surrealismo ha messo in luce: il ruolo degli intellettuali; avanguardia e cultura di massa; la funzione della critica; le controculture metropolitane; lo statuto della libertà; corpo individuale e corpo politico; la sintomatologia sociale. Allora come oggi, il compito è intrecciarle in uno spazio immaginativo che sia una pratica politica
 
INDICE
Dario Gentili, Elettra Stimlli, Introduzione. Per una «valorizzazione» filosofica e politica del Surrealismo
Spazi immaginativi
Claire Fontane, Il materialismo magico di Walter Benjamin
Davide Stimilli, La Grande Rassegnazione. Contributo alla «scienza occulta della congiuntura»
Stefano Marchesoni, Antonio Roselli, Per una transustanziazione profana. Walter Benjamin e l’esplorazione dello spazio-immagine
Andrea Mecacci, La psicologia dell’inanimato. Il caso del kitsch onirico
Flavio Luzi, Per una storia della poesia esoterica. Walter Benjamin e la poetologia politica a partire dal saggio Der Surrealismus
Carmen Guarino, Nomi di
strade. Immaginari di lotta e spazi quotidiani
Pratiche politiche
Enzo Traverso, Illuminazione profana. Walter Benjamin e il Surrealismo
Clemens-Carl Härle, In alleanza col comunismo
Anna Nutini, Del «fantoccio libertà» e di altre chimere. Appunti benjaminiani per un programma radicale in tempi di crisi
Carlo Capello, Massimo Palma, Note su Benjamin e l’etnografia francese
Fulvio Rambaldini, Tempo della rivolta, tempo della rivoluzione. Tra Walter Benjamin e Furio Jesi
Andrea Agliozzo, Fortini attraverso Benjamin: dal Palais de la Mutualité al «surrealismo di massa»


Safarà presenta Barbara Comyns

 
Care amiche e cari amici di Safarà,
il 2026 si apre con una delle autrici più gotiche e lunari del nostro catalogo: Barbara Comyns sta per tornare con L’albero di ginepro, rivisitazione della omonima fiaba dei fratelli Grimm.
E per prepararci a dovere, ecco qualche informazione su questa autrice indomita, che non si è mai piegata alle convenzioni né nella vita privata né nella scrittura.


Barbara Comyns nasce a Bidford-on-Avon nel 1907, quarta di sei figli, da una famiglia della piccola nobiltà inglese decaduta. Da ragazzina inizia a frequentare la scuola, ma le difficoltà finanziarie della famiglia non le permettono di proseguire gli studi e di conseguire un’istruzione formale.
Nei suoi romanzi troviamo spesso informazioni autobiografiche relative alla sua infanzia, considerazioni ricorrenti negli scritti o nelle (poche) interviste rilasciate: in La ragazza che levita, fa dire alla protagonista Alice che suo padre era un uomo “impaziente e violento” e che la madre “viveva una vita da invalida”.
E in effetti nella realtà, in maniera assolutamente inspiegabile, la madre di Barbara diviene sorda a venticique anni, dopo aver dato alla luce l’ultimo figlio. L’infanzia di Barbara e dei suoi fratelli è caratterizzata dall’invisibilità da parte degli adulti: i bambini vengono spesso lasciati a loro stessi, affidati a istitutrici non qualificate per l’insegnamento, raramente messi in contatto con altri ragazzi della loro stessa età. Gli incidenti domestici — quegli stessi incidenti che vediamo accadere ai giovani protagonisti delle sue opere — sono dietro l’angolo, spesso a causa dell’incuria da parte dei genitori: l’autrice racconta che lei e i suoi cinque fratelli passavano giornate intere sulle barche lungo il fiume, nonostante solo due di loro sapessero nuotare.
Le difficoltà finanziarie la seguiranno per tutta la vita: a seguito di un matrimonio giovanile fallimentare, Barbara si ritrova con due figli da mantenere.
Da qui cominciano le sue mille vite: negli anni che separano le due guerre mondiali, Barbara si reinventa in continuazione. Fa la pubblicitaria, l’arredatrice, la modella d’artista, la rivenditrice d’auto d’epoca, l’allevatrice di barboncini.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Barbara lascia Londra per ritirarsi in campagna e lavorare come cuoca. È proprio in questo periodo che scrive il suo primo romanzo episodico, Sisters by a River, una storia di spunto autobiografico in cui vengono presentati i problemi quotidiani di una famiglia straordinariamente simile a quella natale dell’autrice.
È solo con il ritorno a Londra nel 1942 e con il matrimonio con Richard Strettell Comyns Carr, che Barbara inizia a occuparsi della scrittura in maniera più continuativa. Tuttavia, la sua mancanza di istruzione formale si rivela un’arma a doppio taglio: da una parte veicola innocenza e freschezza, dall’altra la taccia di ingenuità etichettandola come una outsider artist.
Quando Sisters by a River viene finalmente pubblicato con il titolo definitivo di The Novel Nobody Will Publish, sono presenti all’interno errori di grammatica che l’editore decide di non correggere per preservare la voce dell’autrice. Ma non si limita a questo: decide di sua spontanea volontà di aggiungere ulteriori errori al manoscritto, per enfatizzare il background insolito e informale della scrittrice, di fatto minandone la figura.
Tuttavia questo non ferma Barbara, che si trasferisce in Spagna con il marito (e vi vivrà per diciotto anni) e continua a scrivere immergendosi sempre di più nel suo immaginario gotico e lunare: ha quarant’anni quando inizia a pubblicare romanzi, e alla fine della sua carriera arriverà ad averne undici all’attivo.
Dapprima apprezzate da una ristretta cerchia di conoscenti, le sue opere cominciano ad avere un ottimo riscontro di pubblico e critica intorno alla fine degli anni Cinquanta, quando viene notata da scrittori del calibro di Graham Greene. Nonostante questa riscoperta, abbiamo poche interviste e poche scritture private. Uno degli incontri sicuramente più interessanti è quello con Jane Gardam, accolta in casa per un tè da una Barbara Comyns ottantenne ma ancora arzilla e senza peli sulla lingua: Jane Gardam la definisce come una donna bellissima e senza freni, tanto da spendere ottime parole per Kim Philby, amico intimo dei Comyns rivelatosi una spia russa durante la Guerra Fredda.
Di Barbara Comyns possiamo quindi dire che fu una donna e una scrittrice eclettica e ostinata, capace di affrontare la cattiva sorte: che si trattasse di difficoltà finanziarie o di un tardivo riconoscimento artistico, lei non si è mai tirata indietro, continuando a reinventarsi con pervicacia e a indagare le oscurità del mondo reale e della sua mente. Il mondo di Barbara Comyns è lunare e bizzarro, l’inquietudine maggiore deriva dalla descrizione della quotidianità piuttosto che dal solo elemento fantastico. Le comunità sono spesso isolate rispetto alla realtà storica che le circonda, che sia a livello geografico, come nel caso del piccolo villaggio di Chi è partito e chi è rimasto, che sia a livello culturale, come in La ragazza che levita. I personaggi vivono le proprie esistenze ignorando le innovazioni e i fermenti dei primi anni del Novecento, racchiusi in un piccolo mondo eccentrico e obliquo.
L’infanzia, con i suoi terrori di confine e la sua inevitabile invisibilità, viene ritratta come una soglia, un periodo magico che può essere ostile o benevolo, ma sempre venato da una sottile inquietudine. I bambini non ricevono mai aiuto e supporto negli adulti che li circondano, e si ritrovano spesso a farsi carico in prima persona della propria sopravvivenza fisica e morale.
La fiaba, nelle sue tinte più gotiche, riecheggia in tutte le sue opere, fino ad arrivare a una vera e propria riscrittura: L'albero di ginepro, suo ultimo romanzo, prende le mosse proprio dalla omonima fiaba dei fratelli Grimm, ma nelle ultime pagine Barbara Comyns mostra quanto possano essere destabilizzanti la sua scrittura e la sua visione del mondo.
Insomma, siete pronti ad accogliere il nuovo titolo di questa autrice imprevedibile? L'albero di ginepro esce il 29 gennaio in libreria e noi non vediamo l'ora.
Un abbraccio e buone letture,
Eleonora

Emilio Jona - QUATTRO DONNE - Neri Pozza

 
Emilio Jona
QUATTRO DONNE
Neri Pozza
collana I Narratori delle Tavole
gennaio 2026
pp. 304, euro 18
ISBN 978884533516


È il 1943 quando i membri della famiglia Jona comprendono che la parvenza di normalità che hanno finora cercato di mantenere rischia di metterli in pericolo. Decidono di entrare in clandestinità; ma non possono farcela da soli, anche perché la madre è gravemente malata. Fidarsi può risultare fatale e gli Jona non possono contare che su di un manipolo di persone. Saranno quattro donne a dimostrare loro una fedeltà e un coraggio tali da renderne imperituro il ricordo.
Cecilia è arrivata dal Veneto per occuparsi del più piccolo di casa, Cianino; con sé aveva solo una valigia di cartone e un unico abito, continuamente rammendato. Quel lavoro per lei è vita, ma al putel, come usa chiamarlo, si è affezionata come fosse suo figlio. E da madre si comporta, mentendo e dissimulando pur di metterlo in salvo. Teresa, casalinga, e il marito Fiorenzo, professore di lettere, sono invece i salvatori di Giulio, che nascondono nella loro casa modesta ma allegra. Per il bambino quelli trascorsi con loro sono giorni lieti in un tempo di drammatici abbandoni, finché un delatore rovinerà ogni cosa. Marì, sguardo schietto, voce ferma, dal canto suo si prende cura di Emilio. Lo nasconde in montagna, raccontando poco di sé, della sua infanzia in Brasile proseguita in quella valle ruvida e remota a cui lei tanto somiglia. L’ultima, ma non per importanza, è Delfina, l’impiegata dello studio dell’avvocato Jona che, caricatasi sulle giovani spalle il peso di quella famiglia dispersa, tesse i fili di affetti lontani e li lega saldamente alla propria esistenza. In questo inno polifonico all’eroismo gentile, etico e lirico insieme, Emilio Jona ci mostra, con una scrittura sorvegliatissima, le vite di donne dal coraggio silenzioso e spontaneo, protagoniste di una vicenda privata che si fa racconto universale.

Solo ora, spinto dalle circostanze, mi decido a scrutare un poco dentro la sua vita, oltre la sua riservatezza, a sottrarla alla fitta rete di dimenticanza o di omissioni che la nascondono. Delfina è stata per venti mesi il cordone ombelicale che ci ha mantenuto in vita; se fosse stata arrestata, se avesse parlato, se fosse morta, noi tutti saremmo scomparsi con lei. Partendo da questa stanza pulita e anonima dove sta naufragando la sua vecchiaia, vorrei allora provare a fare un po’ di luce, a sbocconcellare a morsi un poco del suo passato e tradurlo in scrittura, in memoria.

Emilio Jona (Biella, 1927) è avvocato, poeta, narratore, librettista, saggista. Tra i suoi libri: di cultura popolare, Cantacronache. Un’avventura politico-musicale degli anni cinquanta (Scriptorium-Paravia 1995, con M.L. Straniero), di cui fu anche uno dei protagonisti, e Senti le rane che cantano. Canzoni e vissuti popolari della risaia (Donzelli 2005, con F. Castelli e A. Lovatto, Premio Nigra 2006); di poesia, La cattura dello splendore (Scheiwiller 1998, finalista al Premio Viareggio, vincitore del Premio Catanzaro 1999); di teatro, Il 29 luglio del 1900. Vita e morte dell’anarchico Gaetano Bresci (Sipario n. 321, 1973, con S. Liberovici, Premio Riccione 1972). Presso Neri Pozza sono usciti Al rombo del cannon. Grande Guerra e canto popolare (Neri Pozza 2018, con F. Castelli e A. Lovatto), i romanzi Il celeste scolaro (finalista al Premio Bottari Lattes 2016) e Il fregio della vita (2018), la raccolta di saggi Essere altrove. Scritti sull’ebraismo (2022).

Gabriel Kuhn UN CALCIO AL POTERE - Elèuthera

 
Gabriel Kuhn
UN CALCIO AL POTERE
Gioco e lotta sociale

(titolo originale Soccer vs. the State: Tackling Football and Radical Politics - PM Press , febbraio 2019)
traduzione di Emanuele Giammarco
prefazione di Pierpaolo Casarin
Elèuthera
gennaio 2026
pp. 248, euro 19
EAN 9788833022970

Il calcio è un’industria dal fatturato multimiliardario. Professionalizzazione e commercializzazione sono la cifra della sua immagine nel mondo. Eppure, questo gioco conserva un’anima ribelle, forse più di qualsiasi altro sport il cui destino è stato quello di essere cooptato da affaristi e politici corrotti. In questa indagine a tutto campo sui nessi fra calcio e politica, Kuhn non solo ne ripercorre la storia facendone emergere luci e ombre, ma si confronta con quegli aspetti combattuti da chi aspira a un cambiamento radicale della società, come il nazionalismo, l’intolleranza o la commistione con ambienti di destra. Al tempo stesso racconta di un altro calcio – quel "gioco del popolo" mantenuto vivo da molti calciatori, squadre e intere comunità – ed esplora gli approcci e le prospettive alternative di un calcio egualitario e autorganizzato. Un omaggio a tutti coloro che ai mega stadi e alle dirette televisive preferiscono ancora la gioia di giocare assieme nei vicoli e nei campi fangosi.

Introduzione
Alla fine del 2010 mi trovavo in Germania, seduto al mio stand in una fiera dedicata ai media. La mattina del secondo giorno l’affluenza di visitatori era piuttosto esigua, così mi sono trovato a chiacchierare con un amico argentino che aveva anche lui uno stand a pochi passi dal mio. In una trentina di minuti scarsi abbiamo passato in rassegna parecchi temi: anarchismo vs. comunismo, il movimento autonomo tedesco, la crisi generale della sinistra, il futuro dell’editoria radicale, eccetera. Finché a un certo punto non abbiamo cominciato a parlare di calcio e… tre ore dopo l’argomento era sempre quello. Abbiamo discusso del Mondiale maschile in Sud Africa, delle federazioni corrotte, della cultura ultras in Europa e in Sud America, dell’origine dei nostri club preferiti e di molte altre questioni scottanti come i più grandi miracoli sportivi, i gol più belli, le peggiori decisioni arbitrali della storia. Alla fine, nonostante fossimo ben lontani dall’aver esaurito gli argomenti, abbiamo dovuto liberare le persone che ci avevano tenuto lo stand.
Ecco, questo libro è stato pensato per due tipi di persone: quelli che si ritrovano continuamente invischiati in discussioni del genere e quelli che non riescono proprio a capire come sia possibile che delle persone impegnate politicamente possano amarle così tanto. Lo scopo è quello di fornire una rassegna dei nessi che legano il calcio alla politica radicale – ovvero quella politica, per intenderci, che ambisce a un cambiamento fondamentale della società che possa dar luogo a una comunità di individui liberi e uguali – ponendo l’attenzione su tre aspetti: 1. le varie espressioni di politica radicale fra i professionisti; 2. la politica radicale nella cultura ultras; 3. l’ambiente calcistico underground e l’eco che ha avuto nel mondo.
Sul piano personale, le ragioni per scrivere questo libro erano molto chiare. Era da una vita che cercavo di far conciliare la mia inestirpabile passione per il calcio con le mie convinzioni politiche.
Nel 1987, all’età di quindici anni, ero parte della rosa dell’FC Kufstein, una squadra semiprofessionistica che militava nella seconda serie austriaca. In quella stagione il club avrebbe raggiunto il suo più grande successo sportivo. Io ero seduto in panchina quando una vittoria per 2-1 contro l’FC Salzburg ci aveva garantito l’accesso ai play-off per giocarci la promozione in prima divisione. Alla fine saremmo stati eliminati, dopo aver perso contro l’Austria Salzburg e una futura squadra da Champions League come lo Sturm Graz, ma quelle settimane furono veramente indimenticabili.
Nonostante fossi felice dello status che mi ero guadagnato fra i miei compagni nel calcio semiprofessionistico e nonostante i viaggi per il paese, i ritiri in Italia, i giorni di scuola saltati, passarono appena due anni prima che decidessi di mollare il calcio, subito dopo la maturità. In quel momento la mia prima passione era diventata la politica radicale e molte delle mie convinzioni andavano tutt’altro che a braccetto con quel mondo, almeno per come l’avevo conosciuto: competitività, sessismo, razzismo, omofobia, autoritarismo degli allenatori, avidità degli sponsor, presidenti corrotti, politici meschini. Eppure sarei tornato al calcio appena sei mesi dopo, non appena mi resi conto che da studente era più divertente guadagnarsi da vivere come giocatore, piuttosto che servendo ai tavoli.
Quando ricominciai a giocare regolarmente con l’FC Kufstein avevo diciotto anni e speravo di poter attirare l’attenzione di un club di prima divisione: dopotutto, la mia fascinazione per la guerriglia rivoluzionaria, le occupazioni e la teoria anarchica non avevano dissipato il mio vecchio sogno di diventare un giocatore professionista. Come spesso accade in questi casi, però, l’anno successivo arrivò un nuovo allenatore e le cose cambiarono in fretta. Mi presentai in ritardo dopo le vacanze estive, fui messo in panchina per «mancanza di costanza», me la presi con il nuovo staff e invece di lottare per il mio posto in squadra cominciai a presentarmi agli allenamenti solo per poter ritirare lo stipendio. Nell’estate del 1992, dopo tanto chiacchierare su possibili contratti, commissioni e cartellini, avrei lasciato il calcio semiprofessionistico per sempre. Giocai ancora due anni nei campionati minori, giusto per divertirmi e tenermi in forma, finché nel 1994 non mi trasferii negli Stati Uniti, dove mi sarei dedicato soprattutto alla pallacanestro.
Nei dieci anni successivi ho viaggiato molto, partecipando a partitelle improvvisate in tutto il mondo, dall’arcipelago delle Vanuatu al Sud Africa. Ho guardato partite di calcio in ogni dove – in un casotto di lamiere in Burkina Faso, nel più anonimo dei motel cinesi, a casa di amici attivisti in Nuova Zelanda – ma dei miei trascorsi da aspirante professionista non ne ho fatto parola praticamente con nessuno. Come se fosse un periodo della mia vita ormai morto e sepolto, qualcosa che dovevo giustificare, piuttosto che ostentare, e che non aveva nessuna rilevanza per la versione più adulta e matura di me stesso.
La verità, però, è che gli anni trascorsi dietro al pallone hanno avuto un impatto profondo sulla mia personalità, sul mio rapporto con gli altri, sulla mia visione del mondo. La famosa frase di Camus, «tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini lo devo al calcio»1, ha per me un grande significato. Se escludiamo gli affetti personali (la famiglia, gli amici, l’amore), le emozioni più forti che abbia mai provato nella vita sono legate al gioco: la gioia e il piacere, ma anche la delusione, l’imbarazzo, la sensazione di essere stato raggirato o tradito. Il calcio ha sfatato molti dei miei miti, per esempio quando mi è capitato di giocare assieme o contro i giocatori della nazionale austriaca, gli eroi della mia adolescenza. Mi ha insegnato a lavorare con gli altri per raggiungere un obiettivo comune, anche quando di cose in comune ce n’erano ben poche. Il calcio mi ha mostrato quanto bugiarde e disoneste possano diventare le persone quando rimangono accecate dal denaro e dalla fama. Ha affinato la mia consapevolezza di classe, essendo cresciuto in un contesto familiare fatto di artisti e non di proletari, contrariamente ai miei compagni di squadra. Il calcio mi ha insegnato cosa fossero i rapporti di lavoro, quando a fine allenamento lasciavo che a lavare i miei panni sporchi fossero dei lavoratori sottopagati. Il calcio ha modellato il mio senso d’appartenenza, avendo giocato per le giovanili di casa, in Tirolo, nella provincia dove sono cresciuto. Dopodiché, come sappiamo bene, c’è anche l’aspetto irrazionale: la passione che sviluppiamo da ragazzini e che non perde mai di vigore, a prescindere da quanto possa sembrare patetica se osservata da fuori e da quanto spesso ti conduca ad azioni che sembrerebbero impossibili in qualsiasi altra circostanza, come ritrovarsi abbracciati a dei turisti inglesi ubriachi e a dei tifosi thailandesi sfegatati sulla Khaosan Road di Bangkok alle cinque del mattino, dopo che all’ultimo minuto il Manchester United era riuscito a ribaltare la finale di Champions del 1999 contro il Bayern Monaco. C’è pure chi ha raccontato di peggio, del resto. In una intervista, Toni Negri ha confessato che l’unica volta in vita sua a essersi mai abbracciato con dei poliziotti2 è stato il giorno in cui l’Italia ha vinto i mondiali nel 1982. La stessa cosa è stata detta anche da alcuni prigionieri politici argentini sulla vittoria ai Mondiali del 19783. Eppure, come ha detto Claudio Tamburrini, il portiere argentino autore di Crónica de una fuga, all’epoca in galera: «Lo sport è una grande arma politica e non dovremmo mai riporla nelle mani del nemico»4. Ecco, sarebbe fantastico se questo libro potesse dare il suo piccolo contributo a questa missione.
Il corpo principale del libro che state per leggere proviene dal mio Anarchist Football (Soccer) Manual, scritto nel 2005 e pubblicato dalla Alpine Anarchist Productions. Il testo è stato aggiornato e modificato sensibilmente, ma la sua anima da «prontuario» è rimasta inalterata: l’idea è quella di fornire informazioni concise su diversi aspetti del mondo del calcio in modo tale che possano essere d’interesse per i tifosi di sinistra. Alcuni di questi aspetti vengono approfonditi in modo più accurato attraverso articoli, saggi e interviste. In parte si tratta di testi dimenticati o difficili da reperire, in parte di traduzioni proposte per la prima volta in italiano o di contributi originali pensati per questo libro. L’Epilogo rivolgerà l’attenzione ad alcuni sviluppi importanti, dal momento che la prima edizione risale al lontano 2011.
In conclusione posso solo ricordare il mio enorme debito verso tutte le persone che hanno reperito i materiali necessari, prestando il loro sostegno decisivo a questo mio progetto.

Note all’Introduzione
1. Tom Clark, Camus, Zidane and Absurdity of Football, «Tom Clark: Beyond the Pale», 13 giugno 2010, <http://tomclarkblog.blogspot.com/2010/06/camus-zidane-and-absurdity-of-football.html>.
2. Renaud Dély, Rico Rizzitelli, Football and Class Struggle: Interview with Toni Negri, «Libération», 7 giugno 2015, <https://libcom.org/article/negri-football-and-class-struggle>.
3. John Turnbull,  A Soccer Player’s Escape From Argentina… Into Philosophy, «The Global Game», <https://web.archive.org/web/20080914163855/http://www.theglobalgame.com/blog/2008/08/a-soccer-players-escape-from-argentina%C2%A0-into-philosophy/>.
4. Claudio Tamburrini, The Right to Celebrate, «Idrottsforum», 6 giugno 2006, <http://www.idrottsforum.org/features/tamburrini/tamcla_argentina.html>.

Gabriel Kuhn (Innsbruck 1972), oltre a essere un attivista libertario e un organizzatore sindacale, è anche un ex calciatore semiprofessionista. Di origine austriaca, dal 2007 vive a Stoccolma. Ha pubblicato vari libri tra cui Playing as if the World Mattered: An Illustrated History of Activism in Sports (2015), Antifascism, Sports, Sobriety: Forging a Militant Working-Class Culture (2017), X: Straight Edge and Radical Sobriety (2019) e Liberating Sápmi: Indigenous Resistance in Europe’s Far North (2020). Ha inoltre curato le antologie di scritti politici di Gustav Landauer Revolution and Other Writings (2010) e di Erich Mühsam Liberating Society from the State and Other Writings (2011), oltre a una raccolta di documenti sulla rivoluzione tedesca del 1918-1919 All Power to the Councils! (2012). Per elèuthera è anche autore di La vita all’ombra del Jolly Roger (2018) e Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026).

giovedì 15 gennaio 2026

"Venerdì tra pagine e parole": a Cagliari un autore diverso ogni settimana fino al 13 marzo

 

Cagliari si arricchisce di un nuovo presidio culturale stabile: prende il via “Venerdì tra Pagine e Parole”, la rassegna letteraria permanente promossa dalla Nuova Università Libera della Sardegna, del Sapere e della Terza Età, in collaborazione con la libreria Mondadori Bookstore I Mulini. Un progetto aperto a tutti, pensato per portare i libri fuori dagli scaffali e farli diventare occasione di incontro vivo tra autori e pubblico.

La rassegna letteraria
La rassegna si svolgerà ogni venerdì alle 18 nella sede della Nuova Università, in via Pola 41 a Cagliari, e si propone come uno spazio di riflessione condivisa, capace di coinvolgere studenti, appassionati di lettura e cittadini che riconoscono nella cultura uno strumento fondamentale di crescita individuale e collettiva.
Da sempre impegnata nella diffusione del sapere e nella formazione permanente, la Nuova Università Libera della Sardegna rafforza così il proprio ruolo di riferimento culturale sul territorio. “Venerdì tra Pagine e Parole” non è una semplice sequenza di presentazioni editoriali, ma un percorso di esplorazione dei temi sociali, esistenziali e culturali del nostro tempo, attraverso il dialogo diretto con gli autori.
La rassegna inaugura venerdì 16 gennaio alle 18 con la presentazione del romanzo “La spiga nell’occhio” di Simone Spiga. Un’opera intensa e di forte impatto narrativo che affronta con profondità la fragilità umana, le dinamiche sociali e il senso di giustizia, offrendo al pubblico una storia capace di interrogare, coinvolgere e stimolare il confronto. L’incontro sarà improntato allo scambio diretto con i lettori, nel pieno spirito partecipativo della rassegna.

Il calendario degli appuntamenti 
Il calendario dei “Venerdì tra Pagine e Parole” prevede una pluralità di voci e stili, rappresentativi di differenti percorsi e sensibilità letterarie:
16 gennaio – Simone Spiga
23 gennaio – Marta Cicilloni
30 gennaio – Giulio Neri
6 febbraio – Claudia Musio
13 febbraio – Antonio Boggio
20 febbraio – Gianni Usai
27 febbraio – Michela Capone
6 marzo – Matteo Meloni
13 marzo – Claudia Mandas
Ogni appuntamento sarà un’occasione di confronto autentico tra scrittori e lettori, con spazio per domande, dibattito e approfondimento.
Con “Venerdì tra Pagine e Parole”, la Nuova Università Libera della Sardegna inaugura un nuovo punto di riferimento nel panorama culturale cagliaritano, capace di unire la dimensione educativa dell’Università alla vitalità della scena letteraria contemporanea, aprendo le porte della cultura alla città, una pagina alla volta.