Care amiche e cari amici di Safarà,
Barbara Comyns nasce a Bidford-on-Avon nel 1907, quarta di sei figli, da una famiglia della piccola nobiltà inglese decaduta. Da ragazzina inizia a frequentare la scuola, ma le difficoltà finanziarie della famiglia non le permettono di proseguire gli studi e di conseguire un’istruzione formale.
Nei suoi romanzi troviamo spesso informazioni autobiografiche relative alla sua infanzia, considerazioni ricorrenti negli scritti o nelle (poche) interviste rilasciate: in La ragazza che levita, fa dire alla protagonista Alice che suo padre era un uomo “impaziente e violento” e che la madre “viveva una vita da invalida”.
E in effetti nella realtà, in maniera assolutamente inspiegabile, la madre di Barbara diviene sorda a venticique anni, dopo aver dato alla luce l’ultimo figlio. L’infanzia di Barbara e dei suoi fratelli è caratterizzata dall’invisibilità da parte degli adulti: i bambini vengono spesso lasciati a loro stessi, affidati a istitutrici non qualificate per l’insegnamento, raramente messi in contatto con altri ragazzi della loro stessa età. Gli incidenti domestici — quegli stessi incidenti che vediamo accadere ai giovani protagonisti delle sue opere — sono dietro l’angolo, spesso a causa dell’incuria da parte dei genitori: l’autrice racconta che lei e i suoi cinque fratelli passavano giornate intere sulle barche lungo il fiume, nonostante solo due di loro sapessero nuotare.
Le difficoltà finanziarie la seguiranno per tutta la vita: a seguito di un matrimonio giovanile fallimentare, Barbara si ritrova con due figli da mantenere.
Da qui cominciano le sue mille vite: negli anni che separano le due guerre mondiali, Barbara si reinventa in continuazione. Fa la pubblicitaria, l’arredatrice, la modella d’artista, la rivenditrice d’auto d’epoca, l’allevatrice di barboncini.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Barbara lascia Londra per ritirarsi in campagna e lavorare come cuoca. È proprio in questo periodo che scrive il suo primo romanzo episodico, Sisters by a River, una storia di spunto autobiografico in cui vengono presentati i problemi quotidiani di una famiglia straordinariamente simile a quella natale dell’autrice.
È solo con il ritorno a Londra nel 1942 e con il matrimonio con Richard Strettell Comyns Carr, che Barbara inizia a occuparsi della scrittura in maniera più continuativa. Tuttavia, la sua mancanza di istruzione formale si rivela un’arma a doppio taglio: da una parte veicola innocenza e freschezza, dall’altra la taccia di ingenuità etichettandola come una outsider artist.
Quando Sisters by a River viene finalmente pubblicato con il titolo definitivo di The Novel Nobody Will Publish, sono presenti all’interno errori di grammatica che l’editore decide di non correggere per preservare la voce dell’autrice. Ma non si limita a questo: decide di sua spontanea volontà di aggiungere ulteriori errori al manoscritto, per enfatizzare il background insolito e informale della scrittrice, di fatto minandone la figura.
Tuttavia questo non ferma Barbara, che si trasferisce in Spagna con il marito (e vi vivrà per diciotto anni) e continua a scrivere immergendosi sempre di più nel suo immaginario gotico e lunare: ha quarant’anni quando inizia a pubblicare romanzi, e alla fine della sua carriera arriverà ad averne undici all’attivo.
Dapprima apprezzate da una ristretta cerchia di conoscenti, le sue opere cominciano ad avere un ottimo riscontro di pubblico e critica intorno alla fine degli anni Cinquanta, quando viene notata da scrittori del calibro di Graham Greene. Nonostante questa riscoperta, abbiamo poche interviste e poche scritture private. Uno degli incontri sicuramente più interessanti è quello con Jane Gardam, accolta in casa per un tè da una Barbara Comyns ottantenne ma ancora arzilla e senza peli sulla lingua: Jane Gardam la definisce come una donna bellissima e senza freni, tanto da spendere ottime parole per Kim Philby, amico intimo dei Comyns rivelatosi una spia russa durante la Guerra Fredda.
Di Barbara Comyns possiamo quindi dire che fu una donna e una scrittrice eclettica e ostinata, capace di affrontare la cattiva sorte: che si trattasse di difficoltà finanziarie o di un tardivo riconoscimento artistico, lei non si è mai tirata indietro, continuando a reinventarsi con pervicacia e a indagare le oscurità del mondo reale e della sua mente. Il mondo di Barbara Comyns è lunare e bizzarro, l’inquietudine maggiore deriva dalla descrizione della quotidianità piuttosto che dal solo elemento fantastico. Le comunità sono spesso isolate rispetto alla realtà storica che le circonda, che sia a livello geografico, come nel caso del piccolo villaggio di Chi è partito e chi è rimasto, che sia a livello culturale, come in La ragazza che levita. I personaggi vivono le proprie esistenze ignorando le innovazioni e i fermenti dei primi anni del Novecento, racchiusi in un piccolo mondo eccentrico e obliquo.
L’infanzia, con i suoi terrori di confine e la sua inevitabile invisibilità, viene ritratta come una soglia, un periodo magico che può essere ostile o benevolo, ma sempre venato da una sottile inquietudine. I bambini non ricevono mai aiuto e supporto negli adulti che li circondano, e si ritrovano spesso a farsi carico in prima persona della propria sopravvivenza fisica e morale.
La fiaba, nelle sue tinte più gotiche, riecheggia in tutte le sue opere, fino ad arrivare a una vera e propria riscrittura: L'albero di ginepro, suo ultimo romanzo, prende le mosse proprio dalla omonima fiaba dei fratelli Grimm, ma nelle ultime pagine Barbara Comyns mostra quanto possano essere destabilizzanti la sua scrittura e la sua visione del mondo.
Insomma, siete pronti ad accogliere il nuovo titolo di questa autrice imprevedibile? L'albero di ginepro esce il 29 gennaio in libreria e noi non vediamo l'ora.
Un abbraccio e buone letture,
Eleonora
il
2026 si apre con una delle autrici più gotiche e lunari del nostro
catalogo: Barbara Comyns sta per tornare con L’albero
di ginepro, rivisitazione della omonima fiaba dei fratelli
Grimm.
E per prepararci a dovere, ecco qualche informazione su questa autrice indomita, che non si è mai piegata alle convenzioni né nella vita privata né nella scrittura.
E per prepararci a dovere, ecco qualche informazione su questa autrice indomita, che non si è mai piegata alle convenzioni né nella vita privata né nella scrittura.
Barbara Comyns nasce a Bidford-on-Avon nel 1907, quarta di sei figli, da una famiglia della piccola nobiltà inglese decaduta. Da ragazzina inizia a frequentare la scuola, ma le difficoltà finanziarie della famiglia non le permettono di proseguire gli studi e di conseguire un’istruzione formale.
Nei suoi romanzi troviamo spesso informazioni autobiografiche relative alla sua infanzia, considerazioni ricorrenti negli scritti o nelle (poche) interviste rilasciate: in La ragazza che levita, fa dire alla protagonista Alice che suo padre era un uomo “impaziente e violento” e che la madre “viveva una vita da invalida”.
E in effetti nella realtà, in maniera assolutamente inspiegabile, la madre di Barbara diviene sorda a venticique anni, dopo aver dato alla luce l’ultimo figlio. L’infanzia di Barbara e dei suoi fratelli è caratterizzata dall’invisibilità da parte degli adulti: i bambini vengono spesso lasciati a loro stessi, affidati a istitutrici non qualificate per l’insegnamento, raramente messi in contatto con altri ragazzi della loro stessa età. Gli incidenti domestici — quegli stessi incidenti che vediamo accadere ai giovani protagonisti delle sue opere — sono dietro l’angolo, spesso a causa dell’incuria da parte dei genitori: l’autrice racconta che lei e i suoi cinque fratelli passavano giornate intere sulle barche lungo il fiume, nonostante solo due di loro sapessero nuotare.
Le difficoltà finanziarie la seguiranno per tutta la vita: a seguito di un matrimonio giovanile fallimentare, Barbara si ritrova con due figli da mantenere.
Da qui cominciano le sue mille vite: negli anni che separano le due guerre mondiali, Barbara si reinventa in continuazione. Fa la pubblicitaria, l’arredatrice, la modella d’artista, la rivenditrice d’auto d’epoca, l’allevatrice di barboncini.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Barbara lascia Londra per ritirarsi in campagna e lavorare come cuoca. È proprio in questo periodo che scrive il suo primo romanzo episodico, Sisters by a River, una storia di spunto autobiografico in cui vengono presentati i problemi quotidiani di una famiglia straordinariamente simile a quella natale dell’autrice.
È solo con il ritorno a Londra nel 1942 e con il matrimonio con Richard Strettell Comyns Carr, che Barbara inizia a occuparsi della scrittura in maniera più continuativa. Tuttavia, la sua mancanza di istruzione formale si rivela un’arma a doppio taglio: da una parte veicola innocenza e freschezza, dall’altra la taccia di ingenuità etichettandola come una outsider artist.
Quando Sisters by a River viene finalmente pubblicato con il titolo definitivo di The Novel Nobody Will Publish, sono presenti all’interno errori di grammatica che l’editore decide di non correggere per preservare la voce dell’autrice. Ma non si limita a questo: decide di sua spontanea volontà di aggiungere ulteriori errori al manoscritto, per enfatizzare il background insolito e informale della scrittrice, di fatto minandone la figura.
Tuttavia questo non ferma Barbara, che si trasferisce in Spagna con il marito (e vi vivrà per diciotto anni) e continua a scrivere immergendosi sempre di più nel suo immaginario gotico e lunare: ha quarant’anni quando inizia a pubblicare romanzi, e alla fine della sua carriera arriverà ad averne undici all’attivo.
Dapprima apprezzate da una ristretta cerchia di conoscenti, le sue opere cominciano ad avere un ottimo riscontro di pubblico e critica intorno alla fine degli anni Cinquanta, quando viene notata da scrittori del calibro di Graham Greene. Nonostante questa riscoperta, abbiamo poche interviste e poche scritture private. Uno degli incontri sicuramente più interessanti è quello con Jane Gardam, accolta in casa per un tè da una Barbara Comyns ottantenne ma ancora arzilla e senza peli sulla lingua: Jane Gardam la definisce come una donna bellissima e senza freni, tanto da spendere ottime parole per Kim Philby, amico intimo dei Comyns rivelatosi una spia russa durante la Guerra Fredda.
Di Barbara Comyns possiamo quindi dire che fu una donna e una scrittrice eclettica e ostinata, capace di affrontare la cattiva sorte: che si trattasse di difficoltà finanziarie o di un tardivo riconoscimento artistico, lei non si è mai tirata indietro, continuando a reinventarsi con pervicacia e a indagare le oscurità del mondo reale e della sua mente. Il mondo di Barbara Comyns è lunare e bizzarro, l’inquietudine maggiore deriva dalla descrizione della quotidianità piuttosto che dal solo elemento fantastico. Le comunità sono spesso isolate rispetto alla realtà storica che le circonda, che sia a livello geografico, come nel caso del piccolo villaggio di Chi è partito e chi è rimasto, che sia a livello culturale, come in La ragazza che levita. I personaggi vivono le proprie esistenze ignorando le innovazioni e i fermenti dei primi anni del Novecento, racchiusi in un piccolo mondo eccentrico e obliquo.
L’infanzia, con i suoi terrori di confine e la sua inevitabile invisibilità, viene ritratta come una soglia, un periodo magico che può essere ostile o benevolo, ma sempre venato da una sottile inquietudine. I bambini non ricevono mai aiuto e supporto negli adulti che li circondano, e si ritrovano spesso a farsi carico in prima persona della propria sopravvivenza fisica e morale.
La fiaba, nelle sue tinte più gotiche, riecheggia in tutte le sue opere, fino ad arrivare a una vera e propria riscrittura: L'albero di ginepro, suo ultimo romanzo, prende le mosse proprio dalla omonima fiaba dei fratelli Grimm, ma nelle ultime pagine Barbara Comyns mostra quanto possano essere destabilizzanti la sua scrittura e la sua visione del mondo.
Insomma, siete pronti ad accogliere il nuovo titolo di questa autrice imprevedibile? L'albero di ginepro esce il 29 gennaio in libreria e noi non vediamo l'ora.
Un abbraccio e buone letture,
Eleonora





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