Anthony
Marra
LA
FRAGILE COSTELLAZIONE DELLA VITA
(A
Constellation of Vital Phenomena,
2013)
traduzione
di Laura Prandino
Piemme
pp.
420, aprile 2014, Euro 18,50
ISBN
978-88-566-3016-9
Il
libro
La
vita non è mai una linea retta. E la sua era un’orbita irregolare
attorno a una stella oscura, una falena che girava attorno a una
lampadina fulminata, alla ricerca della luce che aveva racchiuso.
Un
uomo e una bambina fuggono nei boschi; alle loro spalle, una casa in
fiamme, distrutta dai soldati russi che hanno arrestato il padre
della bambina e che ora stanno cercando anche lei. L’uomo si chiama
Achmed: medico (incompetente) di professione, artista (mancato) per
vocazione, nella vita ha sbagliato tutto, ma ora non può fallire,
deve salvare la piccola Havaa, figlia di colui che un tempo era il
suo migliore amico. È
pronto a rischiare la vita pur di portarla in città, è disposto a
tutto pur di chiedere aiuto a una donna di cui conosce soltanto il
nome: Sonja. Lei fa il chirurgo, e ha abbandonato una brillante
carriera a Londra per tornare in Cecenia a cercare la sorella
scomparsa. Insieme a un’unica infermiera, gestisce ciò che resta
dell’ospedale della città, dove è più facile procurarsi
munizioni che garze, le suture si fanno con il filo interdentale, e
due soli reparti sono ancora in funzione: maternità e traumatologia.
Perché la vita, dopo anni di guerra, ormai è semplice, essenziale:
si nasce, si muore. Grazie
ad Havaa, nel corso di cinque giorni cruciali, Achmed e Sonja
scopriranno gli intrecci invisibili che legano da sempre le loro
strade. Perché Havaa è la forza che attrae i destini in un’unica
orbita. È un vento che riporta il desiderio di speranze e passioni
dimenticate. È l’anello che chiude il cerchio e fa sì che tutto
possa continuare. Si nasce, si muore; la vita rinasce.
L'incipit
La
mattina dopo che i Federali le avevano incendiato la casa e preso suo
padre, Havaa si svegliò da sogni di anemoni di mare. Mentre lei si
vestiva, Achmed, che non aveva chiuso occhio, camminava avanti e
indietro davanti alla porta della camera, osservando il cielo
schiarirsi oltre il vetro della finestra; il sorgere del sole non lo
aveva mai fatto sentire in ritardo. Quando la bambina emerse dalla
camera, con l’aria più grande dei suoi otto anni, Achmed le prese
la valigia e lei lo seguì all’esterno. La condusse fino al centro
della strada prima di alzare gli occhi su quello che restava della
casa. «Havaa, dobbiamo andare» disse, ma nessuno dei due diede
segno di volersi muovere. La neve si ammorbidì sotto le loro scarpe
mentre fissavano la grossa chiazza di cenere appiattita al di là
della strada. Rade braci arancioni sibilavano ancora nelle pozze di
neve grigia, ma tutto il resto era carbonizzato. Nemmeno sette anni
prima, Achmed aveva aiutato Dokka a costruire un’aggiunta, affinché
la bambina avesse una stanza tutta per sé. Aveva disegnato il
progetto e tagliato la legna e l’aveva trasformata in assi che
erano diventate una stanza; e quando Dokka gli aveva promesso di
ricambiare aiutandolo a costruire un’aggiunta per casa sua, se mai
avesse avuto un figlio, Achmed aveva ringraziato l’amico e se n’era
tornato a casa, con un groppo in gola che s’era sciolto in un
singhiozzo appena si era chiuso la porta alle spalle. Trasportare la
legna per i quaranta metri che li separavano dal bosco gli aveva
lasciato le vesciche sulle mani e le ascelle fradice di sudore, ma
adesso erano bastate poche ore di fiamme perché tutto quello che gli
era costato mesi di progetto, settimane di trasporto, giorni di
costruzione, tutto – a eccezione di chiodi e rivetti, cardini e
bulloni – si disperdesse nel cielo. E insieme al resto erano
spariti anche i piccoli tesori che facevano di quella casa la casa di
Dokka. C’erano i pezzi degli scacchi intagliati a mano sul tavolino
rotondo; il re bianco che, a muoverlo, tentennava da una parte
all’altra come un uomo sobrio quel tanto che bastava per reggersi
in piedi, e Dokka lo aveva soprannominato sua maestà Boris Eltsin.
C’era il vaso di porcellana con gli arabeschi persiani e, accanto,
la grossa radio con l’antenna così lunga che sfiorava il soffitto
quando la si appoggiava all’elenco telefonico, eppure ancora troppo
corta per riuscire a captare più di un fruscio indistinto. C’era
il Corano vecchio di ottantacinque anni, con la copertina viola
percorsa dall’intricata calligrafia, che il nonno di Dokka aveva
comprato alla Mecca. C’erano tutte quelle cose, e le fiamme se le
erano mangiate e, poiché le fiamme non distinguono la parola di Dio
da quella dell’Ufficio del Registro delle Comunicazioni Sovietico,
sia il Corano sia l’elenco telefonico erano tornati a Lui nella
stessa vampata di fumo. Le dita della bambina gli serravano il polso
come un bracciale. Avrebbe voluto caricarsela in spalla e fuggire a
nord finché il bosco avesse inghiottito il paese, ma davanti ai
resti anneriti non riusciva a raccogliere le forze per richiamare
alle labbra una parola di conforto, per stringere la mano della bimba
nella sua, né per muovere i piedi nella direzione in cui voleva
farli andare. «Quella è casa mia.» La voce della bambina aveva
rotto il silenzio e Achmed la sentì come avrebbe sentito l’unico
suono che avesse echeggiato in un corridoio vuoto.
L'autore

Anthony
Marra, nato a Washington D.C., abita a Oakland, in California. Dopo
un periodo di studi nell’Europa dell’Est, ha frequentato un
Master in scrittura creativa alla Iowa University e insegna
attualmente alla Stanford. A
soli ventinove anni, ha vinto alcuni dei più importanti premi
letterari americani: prima il Pushcart Prize, The Atlantic’s
Student Writing Contest e il Narrative Prize per i suoi racconti; poi
sono arrivati il Whiting Award, il National Book Critics Circle’s
Debut Award e la candidatura al prestigioso National Book
Award per il suo romanzo d’esordio: La fragile
costellazione della vita. Bestseller
sul «New York Times», la sua opera prima è stata selezionata tra i
migliori libri dell’anno, sia dai critici delle principali testate
(«The Washington Post», «San Francisco Chronicle», «Publishers
Weekly» e «Library Journal», tra le altre) sia dal pubblico di
Amazon e Goodreads. È ora in corso di traduzione in quattordici
paesi. Vanta tra i suoi lettori il presidente degli Stati Uniti,
Barack Obama.