sabato 25 giugno 2022

Sandra Rizza - NESSUNO ESCLUSO - Ianieri

 

Sandra Rizza
NESSUNO ESCLUSO
Ianieri Edizioni, collana Le dalie nere
pp. 308, giugno 2022, Euro 19
ISBN 979-12-80022-10-4


Il libro

Un medico di successo arrestato per mafia, una famiglia che va in pezzi. Un avvocato che usa la politica per salvare l’imputato eccellente e un magistrato di fronte ad una scelta difficile. È la complessa vicenda giudiziaria attorno a cui ruota questo romanzo sulla borghesia mafiosa e sul crollo morale di un’intera classe dirigente. È un giallo dell’anima, una storia di dannazione e di redenzione impossibile, che impegna giovani e adulti, professionisti e politici di destra e di sinistra, in un Paese dominato dalla logica del compromesso. Ma è anche un racconto civile che esplora il microcosmo di un’umanità dolente in una società piegata all’imperio del successo a tutti i costi. Sullo sfondo, una città indifferente e perduta, mai chiamata col suo nome, perché può essere una qualsiasi, ma soprattutto perché è specchio dell’Italia intera.


La citazione

Ma dov’è la coscienza critica? Sono tutti consenzienti, o per indifferenza, o per paura, o per impotenza… oppure per convenienza! L’Italia è rassegnata, o forse persino compiaciuta: non si ribella! A parte qualche magistrato, qualche giornale, qualche isolata denuncia, dov’è il movimento di opinione che si oppone al nuovo fascismo mafioso? Sono tutti allineati e coperti. Tutti zitti, tutti fermi. Tutti colpevoli. Nessuno escluso”.


L'autrice

Sandra Rizza, palermitana, è una giornalista giudiziaria. Cresciuta professionalmente al giornale L’Ora, ha seguito le cronache dello stragismo per il settimanale Panorama, è stata redattrice giudiziaria dell’Ansa di Palermo e attualmente collabora con Il Fatto Quotidiano e Left. Ha scritto diversi saggi di inchiesta sul rapporto mafia-politica: i più recenti sulle stragi Falcone e Borsellino e sul delitto Mattarella. Tra questi, “L’agenda rossa”, “Profondo nero”, “Depistato” (editi da Chiarelettere), “Ombre nere” (Rizzoli), “Dietro le stragi” (Paper First), tutti firmati con il collega Giuseppe Lo Bianco. È sposata, ha tre figli e due cani. Questo è il suo primo romanzo.



Emile Zola - Daniele Giglioli - Pierluigi Pellini - J'ACCUSE...! - Il Saggiatore

 

Emile Zola - Daniele Giglioli - Pierluigi Pellini
J'ACCUSE...!
A cura di Pierluigi Pellini 
Con un saggio di Daniele Giglioli
Il Saggiatore
collana La Cultura 1570
pp. 224, aprile 2022, Euro 19
ISBN 9788842829454



Il libro

È il 13 gennaio 1898 quando Émile Zola, il più importante scrittore di Francia, pubblica su L'Aurore un articolo di fuoco in difesa di Alfred Dreyfus e contro i vertici dell’esercito francese, nel quale denuncia l’antisemitismo e gli insabbiamenti che hanno portato all’ingiusta condanna per tradimento dell’ufficiale. Quell’invettiva – il cui titolo «J’Accuse…!» sarebbe rimasto nella storia della lingua – condurrà infine alla scarcerazione e riabilitazione di Dreyfus e si rivelerà uno dei massimi momenti di rottura del confine tra il mondo della letteratura e la società: la manifestazione del potere della parola scritta di influire sull’opinione pubblica e sul destino di un paese. J'Accuse...! ripropone, in una nuova traduzione curata da Pierluigi Pellini e con il testo originale a fronte, l’articolo di Zola e la successiva «Dichiarazione alla Corte», accompagnati ed espansi dalle riflessioni dello stesso Pellini e di Daniele Giglioli. Un’opera fondamentale, che ci interroga sulle capacità di un’affermazione di dividere o unire il mondo, la cui eco continua a risuonare nei dibattiti dei nostri giorni.



Gli autori

Daniele Giglioli (Roma, 1968) insegna Letterature comparate presso l’Università di Trento. Collabora con il Corriere della Sera e la Neue Zürcher Zeitung. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Senza trauma (Quodlibet, 2011), Critica della vittima (nottetempo, 2014) e Stato di minorità (Laterza, 2015). Con il Saggiatore ha pubblicato All'ordine del giorno è il terrore (2018).

Pierluigi Pellini (Sorengo, 1970) insegna Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Siena. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Verga (il Mulino, 2012), Naturalismo e modernismo (Artemide, 2016) e La guerra al buio (Quodlibet, 2020). È il curatore per i Meridiani Mondadori dei Romanzi di Zola (2010-2015).

Émile Zola è nato a Parigi nel 1840 ed è morto, sempre a Parigi, nel 1902.

venerdì 24 giugno 2022

Juan José Saer - IL FIUME SENZA SPONDE - La Nuova Frontiera


Juan José Saer
IL FIUME SENZA SPONDE
Trattato immaginario
(El río sin orillas: tratado imaginario, 1991)
Traduzione di Gina Maneri
La Nuova Frontiera, collana Il Basilisco
pp. 256, ottobre 2019, Euro 18
ISBN 9788883733673

Il libro

È il Río de la Plata il protagonista di questo “Trattato immaginario”, un gigantesco corso d’acqua formato dalla confluenza dei fiumi Uruguay e Paraná, la cui superficie è pari a quella dell’Olanda e sulle cui sponde oggi si affacciano due metropoli, Buenos Aires e Montevideo.
Eppure, nel 1516, il Río de la Plata e le terre che lo circondavano erano desolate. Il suo scopritore, Juan Díaz de Solís, colpito dalla vastità e dalla dolcezza delle sue acque lo battezzò “Mar Dulce”. Alle sue spalle si apriva una sterminata pianura che gli indigeni chiamavano pampa, ma che tutti gli altri designarono con una parola molto meno prestigiosa: il deserto.
Juan José Saer dedica al fiume più importante della sua Argentina il racconto – che ricorda Il Mediterraneo di Braudel e Danubio di Magris – della ricerca quasi impossibile dell’identità di quelle terre e delle persone che le abitano.
Ripercorrendo la storia di un fiume, Saer ci narra la storia di una nazione, dalla fondazione di Buenos Aires alla dittatura, attraverso quattro capitoli che seguono il succedersi delle stagioni australi, celebrando così due figure: il Río de la Plata e la letteratura.




L'incipit

Orrore e volgarità sono il patrimonio principale degli aeroplani. Non contenti di portarci a tutta velocità dalla terraferma su cui ce ne stavamo a diecimila metri d’altezza, mettendo alla prova la pazienza dei motori, i professionisti dell’aria peggiorano la situazione credendosi in obbligo di fornirci un ambiente gradevole, incarnato secondo loro da tutti i luoghi comuni concepiti dalla cultura dello svago: sorriso stereotipato delle hostess, voce melliflua in due o tre lingue dello steward, duty-free in cui si vende il superfluo a un prezzo vantaggioso, visione obbligatoria del film che abbiamo evitato con cura negli ultimi mesi, bombardamento, per fortuna quasi inudibile, nelle cuffiette di plastica con le “mercanzie musicali” i cui meccanismi falsamente artistici aveva già smontato Adorno diversi decenni fa in Quasi una fantasia. In men che non si dica i quattrocento passeggeri, ammassati nella cabina arredata secondo le regole più piccolo-borghesi del gusto moderno e orgogliosi di far parte di un sistema che salvaguarda la libera iniziativa, diventano la materia prima con cui il regno della quantità impasta i suoi eventi insensati. Nei lunghi voli intercontinentali, a queste calamità bisogna aggiungere la differenza di fuso, il cambiamento di clima, lo stress e la noia. Dal 1982, ovvero da dopo la Guerra delle Malvine e il declino del potere militare in Argentina, mi sottopongo una o due volte l’anno a questa ginnastica. È risaputo che il mito genera la ripetizione e la ripetizione l’abitudine, e che l’abitudine genera il rito e il rito il dogma; e il dogma, infine, l’eresia. Il mito di ritrovare gli affetti e i luoghi della mia infanzia e della mia giovinezza mi ha spinto a intraprendere quei viaggi ripetuti, che dopo quasi dieci anni sono diventati un’abitudine, sufficientemente monotona da generare, dal punto di vista del piacere, una chiara ambivalenza. Proprio come le sacerdotesse di Delfi, devo ricorrere a mezzi artificiali, prima della partenza, per incentivare l’entusiasmo. Le consuete azioni, con la loro invariabilità, si sono fatte ogni volta più inesorabili e tipiche, fino ad acquisire la rigidità ossessiva di un rituale, alla cui meticolosa osservanza le compagnie commerciali del trasporto aereo e io collaboriamo in egual misura. Tra il pranzo d’addio a Parigi che si protrae fino a metà pomeriggio e l’asado di benvenuto a Buenos Aires il giorno seguente, dunque, decolli, atterraggi e scali, sempre gli stessi, producono in me le medesime sensazioni, i medesimi stati d’animo, le medesime associazioni e persino i medesimi pensieri, che più di una volta mi sono parsi originali finché non ho constatato che li avevo già appuntati sul mio taccuino in qualche viaggio precedente. All’eccitazione della partenza seguono, con il passar delle ore, l’irritazione dovuta alla clausura e alla proliferazione di banalità, il semplice sonno a cui ci strappa qualche turbolenza, nel nero minaccioso della notte e dell’oceano, finché spunta l’alba a Rio de Janeiro, con l’ultimo decollo, e prima dell’impazienza finale una specie di sonnolenza nervosa, un marasma vagamente formicolante, si impossessa di me.


L'autore

Juan José Saer (1937 – 2005) è stato uno dei grandi scrittori argentini della seconda metà del Novecento. Trasferitosi a Parigi nel 1968, ha lavorato come professore di letteratura all’Università di Rennes. La Nuova Frontiera ha già pubblicato: Cicatrici, L’indagine, L’arcano, Le nuvole e Glossa.

Orlando Echeverri Benedetti - CRIACUERVO - Edicola Ediciones

 


Orlando Echeverri Benedetti
CRIACUERVO
Traduzione di Marta Rota Núñez
Edicola Ediciones, collana ñ
pp. 152, maggio 2019, Euro 14
ISBN 9788899538439


Il libro

Klaus e Adler Zweig sono fratelli e condividono la stessa infanzia a Berlino, la stessa intimità con l’acqua, lo stesso vuoto lasciato dalla morte dei genitori e persino l’amore per la stessa donna. Sebbene abbiano preso strade diverse, ora si trovano entrambi in un momento di stallo: Adler è al tramonto della sua carriera di nuotatore olimpico, Klaus assiste impotente allo sgretolarsi della propria famiglia. Fino a quando la prospettiva di un incontro a Criacuervo, nel pieno deserto colombiano, offre ai due fratelli la possibilità di riconciliarsi con un passato di conflitti.

Tradotto per la prima volta in Italia, lo scrittore colombiano Orlando E. Benedetti ci regala un romanzo potente, che scorre veloce e inarrestabile come un fiume in piena: attraverso una narrazione vigorosa e al tempo stesso delicata, queste pagine raccontano il sentiero dei destini interrotti e il tentativo disperato di trovare un senso alla strada che abbiamo scelto di seguire, ricordandoci che anche nel più arido dei deserti è possibile annegare.


L'incipit

Sul lunotto ancora integro dell’auto deformata in mezzo ai frassini, la polizia trovò un adesivo che recitava: Esso è l’enigma di Dio, tanto vago e pur tanto certo1 . Dentro la macchina c’erano i corpi senza vita di due biologi. I giornali dissero che si trattava di una coppia che per anni aveva lavorato per la società Max Planck, cercando di interrompere il meccanismo patogeno di una rara malattia chiamata sindrome di Lanfora. Le ricerche con l’enzima di un fungo comune avevano fruttato loro un invito al più importante simposio tedesco di micologia, che a quel tempo era organizzato dall’Università di Hohenheim, a Stuttgart. Anche se l’università aveva offerto il rimborso del biglietto aereo da Berlino, la coppia aveva preferito viaggiare in macchina. Era estate e il tragitto offriva paesaggi sublimi. Alcuni giorni dopo, l’automobile comparve ribaltata su un lato dell’autostrada 71, nei boschi della Turingia. A trovarla fu l’autista di un camion che trasportava maiali provenienti da un porcile di Gotha: aveva notato le tracce di distruzione lasciate dall’auto prima di schiantarsi contro la fitta albereta. Stando alla testimonianza, l’uomo aveva fermato il camion per addentrarsi nella boscaglia in cerca di superstiti. Dai rapporti risultava che l’automobile dei biologi era stata ritrovata in frantumi, coperta dal fogliame e con i vetri schizzati di sangue secco. Il camionista aveva allertato la polizia da una vicina stazione di servizio. Quando le autorità giunsero sul posto, accompagnate da un’ambulanza, constatarono che non c’era più nulla da fare.

A Berlino la coppia lasciava due figli: Klaus e Adler Zweig.

L'autore

Orlando Echeverri Benedetti è nato nel 1980 a Cartagena de Indias, in Colombia.
Nel 2014 ha vinto il Premio Nacional del Instituto de las Artes con il romanzo 
Sin freno por la senda equivocada. Nel 2018 Random House ha pubblicato il suo libro di racconti La fiesta en el cañaveral. Dopo aver vissuto in Argentina e in Thailandia, attualmente risiede nel Regno Unito. Con Criacuervo, finalista nel 2018 al Premio Nacional de Novela del Ministerio de Cultura de Colombia, si è affermato come una delle voci più originali della nuova narrativa colombiana.



giovedì 23 giugno 2022

Saša Stanišić - TRAPPOLE E IMBOSCATE - L'Orma Editore

 
Saša Stanišić
TRAPPOLE E IMBOSCATE
Traduzione di Giovanna Agabio
L'Orma editore
pp. 256, 2020, Euro 18
ISBN 9788831312257



Il libro

Una donna scopre di essere allergica al marito, mentre una coppia sgangherata va in giro per l’Europa a rovinare con bonaria incoscienza vernissage ed eventi benefici; intanto, in un Brasile incantato, un avvocato fa i conti con una vita divenuta troppo comoda, e nella provincia tedesca un moderno pifferaio magico dal cuore animalista sconvolge la quiete di un villaggio. Trappole e imboscate – che fin dal titolo promette stupore e sorprese – è un fiume in piena di eventi quotidiani e improbabili, di avventure sempre sull’orlo dell’irrealtà.
Grazie a un sapiente uso di richiami interni e personaggi ricorrenti, con una lingua di gioiosa inventiva, e senza mai «far torto alla suspense», Saša Stanišić ci trascina da una pagina all’altra, in un variopinto collage di racconti fitto di aneddoti, metafore, divagazioni e ritratti: tasselli di quel mondo di idiosincrasie e miracoli in cui tutti, giorno dopo giorno, ci troviamo a vivere. Storie dentro storie snocciolate con la generosità e le astuzie di un geniale chiacchierone, un narratore assai inaffidabile al quale dobbiamo per forza dar retta perché ha la voce di un amico che ci conosce da sempre.


L'incipit

Quando Ferdinand Klingenreiter chiese al pubblico – cari amici, cari parenti, cari bambini – di fare silenzio per la sua Grande Illusione alcuni risero, i più continuarono a parlare. Le sorelline Stadelmann interruppero la loro corsa gioiosa e si voltarono verso la scena. La più piccola – Michela o Martina o un altro nome che era stato pensato per un bambino e aveva ricevuto una a in più – gridò con voce acuta e allegra per la sala: «Mammina, chi è quel vecchio?». Klingenreiter fece un cenno di saluto alla bimba che sembrava così dolce con le sue trecce e l’abitino tradizionale; al che lei si precipitò spaventata dalla signora Stadelmann e le si strinse al braccio. «Quello è Freddie, tesoro mio» spiegò la madre. «Freddie… il Fantasmagorico. E adesso ci farà una magia.» «Freddie il Fantastico» era il nome corretto, ma a Klingenreiter non importava, dopotutto era il suo primo spettacolo, come si poteva pensare che qualcuno avesse già imparato il suo nome d’arte? Nel complesso però nella sala del comune s’era fatto un po’ più di silenzio, si udiva gorgogliare la caffettiera. Klingenreiter guardò il tavolo dove era seduto Felix. O per meglio dire, sdraiato, tanto il ragazzo era sprofondato nella sedia, le mani in tasca, la testa nel cappuccio, un occhio coperto dai capelli. Tutto quello che poteva nascondere del proprio corpo, Felix lo nascondeva. L’altro occhio fissava la Coca-Cola o i salatini nel bicchiere di plastica sulla tovaglia di plastica. Non cercava lo sguardo del prozio. Aveva la testa altrove il ragazzo. O comunque zero voglia di esser lì. A Ferdinand Klingenreiter non importava. Per tutta la vita anche nella sua testa i pensieri non avevano avuto piacere a trovarsi proprio là dove lui ne avrebbe avuto bisogno, e con ciò? Andati a raccogliere ciliegie e sogni, invece di fare i compiti. Non ricordavano né formule né versi, e solo con molta fatica come far funzionare i macchinari. O sì, alcuni versi sì, quelli che scriveva la sua Käthe. In compenso, imparava trucchi di magia con la facilità che solo l’inutile può donare.


L'autore

Saša Stanišić è nato a Višegrad nel 1978 da madre bosniaca e padre serbo. A quattordici anni, durante le guerre jugoslave, è fuggito in Germania con la famiglia. Dopo gli studi universitari si è presto affermato come uno dei narratori più originali della sua generazione, decidendo di comporre tutte le proprie opere in tedesco. Tradotto in oltre trenta lingue, ha ricevuto alcuni dei più importanti riconoscimenti letterari tra cui l’Alfred-Döblin-Preis e il Deutscher Buchpreis.