Lydie Salvayre
SETTE DONNE
(titolo originale 7 Femmes, 2013)
traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala
Prehistorica Editore
collana Ombre lunghe
2025
pp. 232, € 18,00
ISBN 9788831234405
Emily Brontë, Colette, Virginia Woolf, Djuna Barnes, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Sylvia Plath.
Sette pazze. Alle quali vivere non basta. Mangiare, dormire e cucire, è davvero tutta qui, la vita? si chiedono. Sette pazze che seguono ciecamente un richiamo.
Sette fanatiche per le quali scrivere è vivere. Lydie Salvayre – già premio Goncourt per il fortunato romanzo Non piangere (Prehistorica Editore, 2024) – si abbandona a quest'arte del ritratto, come prima di lei Cioran e Sainte-Beuve, scegliendo le autrici che le hanno segnato la vita, che hanno reso feconda la sua opera.
Sette capitoli ispirati da eroine della letteratura. Scomode, scandalose, sono testimoni a modo loro del mondo che tanto hanno sofferto quanto contribuito a sagomare. Le loro creazioni sono ormaimonumenti letterari, che Lydie Salvayre fa rivivere svelandoci il dietro le quinte, raccontando la storia privata di queste grandi scrittrici, fatta di bellezza, dismisura, ribellione, ma anche di fragilità e disperazione. Sette donne in carne e ossa.
Sette figure emblematiche della letteratura. Singolari e passionali, trascendono il proprio dolore personale nell'opera; sarà invece il loro rapporto col quotidiano a essere vissuto in maniera tragica. Manon è forse questo "quotidiano" ad aver segnato la Storia? Quello della Parigi anteguerra, degli Anni folli, della Russia stalinista... Come riscrivere un'opera attraverso la vita della sua autrice?
Un estratto
Sette pazze. Alle quali vivere non basta. Mangiare, dormire e cucire, è davvero tutta qui, la vita? si chiedono. Sette pazze che seguono ciecamente un richiamo. Ma di chi, di cosa? si interroga Woolf. Sette fanatiche per le quali scrivere è vivere (“Scrittura a parte, niente ha valore”, dichiara Cvetaeva, la più estremista di tutte). A tal punto che, quando per un qualunque motivo non possono farlo, la loro esistenza è come minata alle fondamenta. Sette dissennate che, contro ogni logica e ogni buon senso, dicono no al branco dei “lupi delle piazze”, siano essi politici, letterati o entrambe le cose, e lo scrivono ciascuna a suo modo, chi urlando, sbattendo le porte, strappando le maschere, e pazienza se con la maschera vengono via la pelle e la carne, chi con delicatezza e modi molto british, ma tutte dando ascolto a quella voce che sussurra all’orecchio: più a destra – più a sinistra, più su – più giù, più svelto – più lento, allungare – troncare. La voce del ritmo. Non hanno dubbi: senza quella voce non esistono né scrittura né scrittori. Un dato di fatto semplice e impietoso. Sette temerarie per le quali scrivere non equivale ad affacciarsi come turiste nel mondo della letteratura per poi, oplà, tornare alla cosiddetta vita vera. Per le quali la scrittura non è un orpello dell’esistenza. Per le quali la scrittura è l’esistenza stessa. Né più, né meno. E che si buttano a capofitto nella loro passione senza lasciarsi frenare dall’ostilità del contesto in cui vivono. Sette pazze, vi dico. Già, perché queste donne dovevano essere pazze per affermare la loro presuntuosa volontà di scrivere in un ambiente letterario dominato essenzialmente dagli uomini. Dovevano essere pazze per allontanarsi con tanta decisione, nei loro romanzi e nelle loro poesie, dalle strade battute, per esplorare territori impervi e pericolosi, per irritare o superare, come fecero, i loro contemporanei, e per sopportare di conseguenza il biasimo, la riprovazione, la scomunica, o peggio ancora l’indifferenza di una società alla quale, volenti o nolenti, davano fastidio. Un anno fa ho riletto tutti i loro libri. Stavo attraversando un periodo buio. Il desiderio di scrivere mi aveva abbandonata. Ma avevo ancora quello di leggere. Avevo bisogno di aria, di vivacità. Quelle letture mi diedero entrambe le cose. Vivevo con loro, mi addormentavo con loro. Le sognavo. C’erano giorni in cui bastava un solo verso di Plath a tenermi impegnata la mente. La perfezione è terribile, mi ripetevo, non può aver figli. Il giorno dopo divoravo, al colmo della felicità, le circa trecento pagine dell’Orlando di Woolf. Per prolungare quella felicità feci una cosa che fino a quel momento mi era parsa priva di interesse e che, per di più, mi dissi, avrebbe sortito l’effetto di colmare le mie lacune: mi immersi nelle biografie, nelle lettere e nei diari di quelle sette donne. Lo feci senza un’intenzione precisa. Non cercavo di svelare chissà quale segreto celato nelle loro opere né di corroborare chissà quale ipotesi erudita, sapevo che sarebbe stato un tentativo vano e sciocco. Ero semplicemente spinta dal desiderio di prolungare l’emozione che avevo provato nel leggerle e di restare in qualche modo affettuosamente accanto a loro (mi arrogavo questo diritto). Raccolsi qua e là i dettagli che mi sembravano rivelare meglio le loro personalità e che le rendevano affascinanti ai miei occhi. Mi commosse molto scoprire che Ingeborg Bachmann era svenuta per l’emozione dopo aver fatto la sua prima lettura pubblica, che Cvetaeva, nata per innamorarsi, si era accesa di passione ventisei volte e ogni volta, tranne una, era dovuta tornare con i piedi per terra, e che la giovane Emily Brontë si era cauterizzata con le sue stesse mani una ferita aperta applicandovi sopra un ferro arroventato senza lasciarsi sfuggire un lamento, proprio come avrebbe fatto Heathcliff. Fu così che mi misi a inventare le loro vite, come del resto inventavo le loro opere, credo che ogni lettore lo faccia. Poi viaggiai con l’immaginazione dall’una all’altra. Mi incantava vedere un terremoto interiore ridotto al tremolio di un verso o un banale incidente amplificato fino ad assumere le proporzioni di un dramma, in breve, mi incantava scoprire tutto quel lavoro di metamorfosi che solitamente mi sfuggiva. E se mi guardavo bene dall’elaborare spiegazioni causalistiche, se mi sembrava inopportuno attribuire a quelle donne le parole e i gesti che trovavo nei loro libri e dedurne che questo voleva dire quest’altro, non potevo tuttavia fare a meno di constatare che la loro vita e le loro opere erano indissolubilmente, inestricabilmente, inesorabilmente legate, a volte in conflitto, spesso in guerra, oppure entrambe prigioniere del desiderio cocciuto, irrealizzabile, di una perfetta coerenza. Fino ad allora avevo considerato con sommo sdegno l’idea di raccogliere informazioni sulla vita degli autori. Ero ferratissima sull’argomento. Il Contro Sainte-Beuve di Proust, che per me era un punto di riferimento imprescindibile, mi aveva insegnato che gli scrittori potevano tranquillamente restare in incognito anche quando gli esegeti ne svisceravano le opere, perché il loro io di artisti distava dal loro io di uomini tanto quanto la Terra dista dalla Luna. In breve ero convinta che il making of non potesse insegnarci nulla. Quando iniziai a interessarmi all’esistenza di queste sette donne, dovetti fare una constatazione che contraddiceva il postulato di Proust: scrivere e vivere, per loro, erano una sola e unica cosa (il che comunque non scalfiva minimamente la resistenza opposta dalle loro opere a qualsiasi tentativo di spiegazione). Un concetto che Cvetaeva, la più radicale di tutte, esprimeva così: non si tratta di vivere e scrivere, ma di vivere-scrivere. Del resto il respiro del suo cuore ritmava quello delle sue frasi, e nelle poesie che scriveva durante le notti insonni risuonavano le grida mute che lanciava di giorno. Per queste donne la scrittura sottostava a una sola autorità, quella della vita. E vivere senza scrivere equivaleva a morire. O meglio ancora, i loro testi, quelli della maggior parte di loro, in primis quelli di Plath, si opponevano all’idea – comoda, bisogna ammetterlo – che da una parte ci fosse: l’arte e, dall’altra, a distanza di sicurezza: la vita quotidiana. Plath ha fatto entrare nella poesia le pentole sporche e le ciabatte. Ma feci anche un’altra constatazione, più triste. Queste donne che amarono infinitamente la vita, che amarono infinitamente l’amore e che ricevettero in sorte tutti i doni del cielo, queste donne che rifiutarono disgustate il ricatto della sofferenza e tutti i vantaggi che avrebbero potuto trarre da un destino avverso, queste donne che odiarono la malattia e il dolore e che derisero l’uso abietto di riciclarli in letteratura, ebbene queste donne ebbero quasi tutte una vita infelice. Qualcuna ebbe la sventura di vivere nel posto sbagliato, qualche altra nel tempo sbagliato, per altre ancora il male di vivere fu così atroce da poter essere placato solo con la morte. Ma che il nemico fosse interno o esterno, per almeno quattro di loro l’esistenza fu un lungo strazio. Perché la loro lingua risaltasse in mezzo al grigiore, era dunque necessario che vivessero bruciando o sanguinando? Le loro opere potevano scaturire soltanto dal più cupo sconforto? Solo per uscire dall’inferno è possibile creare? Qual è il legame fra dolore e creatività: ecco il temibile interrogativo, sollevato ed eluso mille volte, con cui mi scontrai; un’ovvietà per alcuni, per altri un’offesa all’obbligo di essere felici, una questione cruciale agli occhi di pochissimi o infine una forma di romantico, compiaciuto abbandono alla sofferenza. Non tentai di trovare una risposta. La questione mi angosciava. Avrei voluto evitarla. Ma un istintivo rifiuto del piacere di soffrire, una diffidenza innata nei confronti dei brividi che gli artisti maledetti producono in chi sente l’ostinato bisogno di farsi perdonare la propria agiatezza mi fecero arrivare alla seguente conclusione: ciò che amavo immensamente in quelle sette donne (che avendo corso il rischio di vivere in modo temerario non poterono evitare il rischio di soffrirne) era la loro potenza poetica, era l’eleganza della loro scrittura, era la loro capacità di cambiare segno alle forze della morte e di coniugare scrittura ed esistenza, era lo sconvolgimento che provocavano in me e la vita che, ormai da molto tempo, continuavano a infondermi.
Lydie Salvayre nasce nel 1948 a Autainville (Francia centrale) da genitori spagnoli rifugiati, sfuggiti alla guerra civile. Si laurea in medicina ed esercita la professione dello psichiatra prima di dedicarsi integralmente alla scrittura. Esordisce nel 1990 col romanzo La Dichiarazione, insignito del premio Hermès, dando subito prova di una straordinaria verve stilistica. Tenera e graffiante, umoristica e malinconica, potente e delicata, la sua voce inconfondibile sonda vibrando le profondità dell’animo umano, facendo così da originale contraltare al livellamento dello stile ormai imperante. Oggi è tradotta in una ventina di lingue. Questa è la sua quarta opera pubblicata da Prehistorica Editore, dopo La Conferenza, Non piangere- che le è valso il Prix Goncourt – e Sette donne.
Lorenza Di Lella, traduce dal francese romanzi, racconti e saggi. Ha tradotto, fra gli altri, a Georges Simenon, Emmanuel Carrère, Teresa Cremisi, Boileau e Narcejac, B. Quiriny, Michel Tremblay, Julia Deck. Nel 2012, insieme a G. G. Greco, ha ricevuto il premio Procida per la traduzione del Barone sanguinario di V. Pozner. È redattrice della collana «Gli Eccentrici» delle Edizioni Arcoiris di Salerno. Lorenza Di Lella insegna traduzione letteraria dal francese nei corsi dell'Agenzia Letteraria Herzog.
Francesca Scala si è laureata all’Università di Bologna con una tesi in filologia romanza sul corpus del troviero Jehan de Renti, per poi specializzarsi a Firenze nel 2000 in traduzione letteraria alla SETL (Scuola Europea di Traduzione Letteraria). Ha tradotto per 20 anni, prevalentemente per Coconino Press-Fandango, romanzi a fumetti contribuendo a fare conoscere e apprezzare al pubblico italiano maestri della BD francese quali Jacques Tardi, Jacques de Loustal, Baru, David B. (Il grande male) e Manu Larcenet (Lo scontro quotidiano). Tra gli autori a cui ha dato voce in ambito saggistico, Thierry Fabre (Mesogea), Marc-Alain Ouaknin (Atlante) e Georges Simenon (Adelphi); in ambito narrativo-letterario, Julien Green (Vertigine, Nutrimenti, 2017, con Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco, Ezio Sinigaglia e Filippo Tuena, è stato vincitore del premio Bodini 2017), Linda Lê (Clichy), Lydie Salvayre (Prehistorica Editore), Teresa Cremisi, Georges Simenon, Emmanuel Carrère, Inès Cagnati, Boileau e Narcejac (Adelphi) e Dany Laferrière (Tutto si muove intorno a me, 66thand2nd, 2015, con G. Girimonti Greco, è stato finalista al premio Stendhal 2016). Nel 2024 ha curato per la Sala Borsa di Bologna la prima rassegna di incontri che la biblioteca abbia mai dedicato alla traduzione letteraria. È socia fondatrice di Strade, Sindacato di Traduttrici e Traduttori Editoriali.

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