Serge Latouche
METAPOLITICA DELLA DECRESCITA
(titolo originale La décroissance De l’utopie sociétale à la [re]construction d’un monde commun)
traduzione di Francesco Zevio
Elèuthera
2026
pp. 160, € 17
ISBN 9788833023274
Sappiamo tutti che prima o poi saremo costretti a uscire dall’attuale società del consumo, anche se fatichiamo a farla finita con la nostra dipendenza consumista. Oggi la posta in gioco è capire se ne usciremo positivamente, adottando un’abbondanza frugale ecosocialista, oppure se lasceremo che un’oligarchia plutocratica prima devasti il pianeta e poi, al meglio, imponga un’austerità ecofascista.
Se la democrazia può funzionare solo quando è costruita su una percezione comune della realtà, cioè su fatti verificabili e discutibili, l’affermarsi dell’attuale regime di postverità fa presagire la fine di una democrazia effettiva e del suo orizzonte di senso. Ecco perché il progetto della decrescita non è semplicemente la critica di un modello economico come quello occidentale, basato sull’idea di crescita infinita, ma è un ripensamento complessivo delle nostre società e dei valori su cui si fondano. Smentire la pretesa totalitaria dell’economia neoliberale e riflettere su una società post-crescita significa allora decolonizzare il nostro stesso immaginario, ripudiando quella concezione che riduce il politico alla politica politicante e restituendo dignità a quel livello metapolitico che al contrario comprende tutte le dimensioni del vivere collettivo. La decrescita si configura così come una contronarrazione che non solo si oppone alla magniloquente narrazione della crescita, ma che al contempo – abbandonato l’universalismo del «sogno occidentale» – prova a ricostruire un mondo pluriversalista basato su una «democrazia delle culture».
Introduzione
Dal momento che la decrescita non implica solo una revisione del modello sistematico di crescita della produzione, del consumo e dell’inquinamento, ma anche «l’uscita dall’economia», il progetto sintetizzato da questo slogan è quello di un cambiamento della socialità, se non addirittura della civiltà stessa. Una società della post-crescita (o post-moderna nel senso rigoroso del termine) non può dunque non confrontarsi con tutti i problemi sollevati dalla vita in società. Se la decrescita è poco interessata alla politica politicante, essa è tuttavia fortemente influenzata dal politico inteso nel senso più ampio di organizzazione della città. Uscendo dall’economia, la decrescita intende riconsegnare al politico tutta la sua dignità. La filosofia politica e le scienze politiche e morali designavano tradizionalmente la quasi totalità del campo di indagine sociale, campo che lo scientismo contemporaneo ha frammentato in una miriade di pseudoscienze di ambito sempre più ristretto. Prima di avanzare la sua pretesa totalitaria, l’economia – ancora in un autore come Adam Smith – non costituiva che un capitolo di questa totalità. La sua affermazione imperiale ha relegato la scienza politica al ruolo di scienza dello Stato (o statologia) per alcuni politologi o, più in generale, al ruolo di scienza del potere istituito per altri studiosi. Il campo pratico del politico è stato così relegato essenzialmente all’ambito della politica, intesa perlopiù come politica politicante, tralasciando tutto un campo sovra o infrapolitico che tocca numerose questioni cruciali della società civile. Ed è appunto questo insieme che si trova riunito nella categoria – comoda in ragione della sua stessa imprecisione – di metapolitico (1). Negli ultimi anni questo termine è stato ripreso sempre più spesso, in particolare negli ambienti della destra conservatrice, per designare lo scontro culturale (2). La controrivoluzione neoliberale iniziata da Friedrich von Hayek e Milton Friedman, attraverso la Mont Pelerin Society e altri think tanks, può essere considerata come il prototipo di una lotta metapolitica riuscita. Al contrario, l’esito della battaglia ecologica è lungi dall’essere altrettanto glorioso, anche se è vero che questa battaglia è lungi dall’essere conclusa.
Nelle
nostre battaglie – per la decolonizzazione dell’immaginario e la
promozione del progetto della decrescita – abbiamo già tentato di
precisare i contorni di una visione «decrescente» a proposito di
talune questioni sovrapolitiche essenziali come il sacro, l’etica e
l’estetica (3). Ma il militante della decrescita è chiamato in causa
da ben più concrete questioni sollevate oggi dalla nostra società.
Ne abbiamo già trattate alcune, come il lavoro o la pedagogia (4), ma
ve ne sono altre, come la democrazia, il bene comune, i beni comuni,
l’economia sociale e solidale e la laicità, che ci proponiamo di
trattare nella presente opera data la loro evidente dimensione
metapolitica. È chiaro che queste questioni – specifiche della
Francia e, almeno in parte, dell’Europa – non sono
necessariamente quelle a cui dovrebbe rispondere il militante
post-crescita di una società di cultura islamica, africana o
amerindia. Ogni società s’iscrive in una storia e in un’eredità:
il collasso della civiltà economica che ha uniformato il mondo e
deculturato più o meno profondamente quel che oggi chiamiamo «Sud
globale» non farà sparire da un giorno all’altro le questioni che
agitano ormai ogni luogo del mondo. Come abbiamo ripetuto a più
riprese, il collasso della società di crescita globalizzata farà
sorgere di nuovo la diversità culturale come reazione
all’uniformazione planetaria, e sarà a partire da un mosaico di
complesse e variegate eredità che ogni società proverà a costruire
la sua post-crescita, possibilmente in un dialogo interculturale.
La
decolonizzazione dell’immaginario non riguarda solo l’imperialismo
dell’economia, ma chiama in causa tutte le credenze, le pratiche e
i valori della (de)civilizzazione occidentale moderna. Questa
metapolitica non è estranea al progetto di «cosmopolitica della
territorialità» sviluppato dall’antropologo Philippe Descola.
Sulla scia di Karl Polanyi, essa tende a reintegrare l’economico
nel politico. Come sostiene Descola, «lottare contro la supremazia
della sfera economica significa lottare contro la commensurabilità
generalizzata, affermando che esiste una molteplicità di sistemi di
valore e che è impossibile ridurli gli uni agli altri comprimendoli
sull’unico asse del valore di mercato». Non è dunque sorprendente
che i militanti della decrescita si ritrovino nei movimenti di
resistenza sostenuti da Descola, come quello contro le grandi opere
inutili e nocive.
La lotta metapolitica è divenuta, oggi, una
lotta titanica. La vittoriosa controrivoluzione neoliberale ha aperto
la strada ai peggiori veleni della (im)mondializzazione populista,
servendosi delle illimitate risorse delle tecnologie informatiche per
diffondere la disinformazione, le fake news propagate da video
virali, la manipolazione, le monete virtuali speculative (bitcoin) e
così via. Le basi più o meno tradizionali della convivenza
(territorio, lingue, valori comuni), quelle che fondano un’identità
ereditata o scelta, sono sistematicamente minate, aggravando così le
crisi provocate dalla deterritorializzazione causata dalla
globalizzazione dell’economia e dalle migrazioni dovute alla
miseria, alle guerre, al cambiamento climatico. Gli imprenditori del
caos, di cui Donald Trump è il prototipo, e i grandi predatori
prosperano su questo terreno, legittimati da una narrazione arche- o
neolibertariana e da una «pedagogia pubblica» che mette in scena un
nuovo ordine del disordine grazie al quasi monopolio degli accessi
mediatici e ora grazie anche all’intelligenza artificiale che la
loro potenza finanziaria permette di controllare (5). Di fronte
all’impatto travolgente, da rullo compressore, di questa
megamacchina della menzogna, la nostra impresa può apparire
risibile, la lotta per la verità perduta in partenza… ma i fatti
sono testardi, e la storia ci dà numerosi esempi del plateale
insuccesso di imprese mostruose fondate sulla hybris, la tracotanza e
la dismisura che finiscono per sfracellarsi contro il muro del
reale.
Per sua stessa natura, il progetto della decrescita è
prima di tutto una contro-narrazione da opporre alla magniloquente
narrazione della crescita. Se possiamo a sua volta attribuirle la
qualifica di «grande narrazione», è perché ha qualcosa da dire a
proposito di pressoché ogni aspetto del reale, pur lasciando aperte
numerose questioni destinate a trovare soluzioni circostanziate e
provvisorie, che dunque non devono diventare l’oggetto di un
programma politico, e ancor meno di promesse elettorali figlie di
quella visione dogmatica di cui le grandi narrazioni del passato non
sono certo avare. Questo saggio di metapolitica della decrescita
vuole contribuire alla costruzione di questa grande narrazione.
Il
primo capitolo, «La decrescita come progetto metapolitico»,
affronta in modo diretto il rapporto tra il progetto di costruzione
di una società d’abbondanza frugale e il politico/la politica, in
particolare la questione della democrazia. Il secondo capitolo, «I
beni comuni, il bene comune e la decrescita», tratta tanto della
questione etica sovrapolitica del fine (nel doppio senso aristotelico
di obiettivo e di ragion d’essere) e della polis, quanto della
questione infrapolitica dei beni comuni, tornata in voga nell’agenda
del mondo alternativo e correlata a quel «mondo comune» necessario
al funzionamento di una società democratica. Il terzo capitolo,
«L’economia sociale e solidale e la decrescita», mette a
confronto il progetto della decrescita con le iniziative del mondo
alternativo messe in campo per sopperire all’incapacità dello
Stato di prendersi carico delle ingiustizie e delle carenze generate
dalla società di mercato (le market failures degli economisti); il
che solleva la questione – insieme sovra- e infrapolitica – della
solidarietà. Il quarto capitolo, «Consumo, deconsumo, sobrietà e
decrescita», prolunga e completa le riflessioni del terzo sulla
formattazione dei membri della società di crescita e sulla riduzione
del cittadino allo statuto di consumatore. Il quinto capitolo,
«Pluriversalismo, laicità e decrescita», tocca il problema della
diversità delle culture tra e nelle società tramite il dibattito
attuale sulla laicità. Come portare avanti un progetto le cui
dimensioni riguardano insieme il locale e il globale senza cadere
nelle trappole dell’universalismo occidentale? L’avvenire
dell’umanità dipende in buona parte dalla risposta che sarà
concretamente data a questa domanda.
Nella conclusione di questo
saggio, che solleva problemi più che dare soluzioni, torniamo su
quella che ci appare una leva paradossale per uscire in modo non
disastroso dall’apocalisse a venire: la pedagogia delle catastrofi.
Per dirla con Verlaine, «vinta, la speranza è fuggita verso il
cielo nero», e oggi l’orizzonte è decisamente scuro. Ogni giorno
apporta il suo carico di orrori e di catastrofi, e le buone notizie
si fanno piuttosto rare. Quel che ha scacciato la speranza è, in
particolare, la scomparsa di un mondo comune e il trionfo della
post-verità, cioè della menzogna.
Hannah Arendt notava
giustamente che la democrazia non può funzionare se non poggiando
sulle fondamenta di una percezione comune della realtà, quindi di
fatti verificabili che sia possibile discutere. A suo avviso, la
scomparsa di questo mondo comune segna la fine della democrazia:
«Quando tutti vi mentono in continuazione, il risultato non è che
cominciate a credere a tutte quelle menzogne, ma che finite con il
non credere più a nulla. Un popolo che non può più credere a nulla
non può più formarsi un’opinione. È privato non solo della sua
capacità di agire, ma anche della sua capacità di pensare e
giudicare. Con un popolo simile, potete fare quello che
volete» (6).
L’attuale post-verità sta al neototalitarismo
populista-libertariano come la retorica propagandistica stava al
totalitarismo sovietico. Si tratta ancora una volta di una neolingua
che invoca «fatti alternativi» per portare avanti una
rilettura/riscrittura della storia. Questa eclissi, che speriamo
provvisoria, della verità rientra in un più generale fenomeno di
perdita di valori che Christian Salmon ha giustamente definito
«l’impero del discredito» (7). Tuttavia, benché ateo, mi piace
credere alla formula che il credente Jacques Ellul usava ripetere
alla fine della sua vita: «Quando non ci si può aspettare più
niente, resta la speranza». Ed è appunto la speranza nell’utopia
di un mondo più giusto – come quella nutrita da Émile Zola quando
nel pieno dell’affare Dreyfus proclamava: «La verità è in
cammino e nulla la fermerà» – che dà senso alla nostra lotta
contro la dilagante post-verità. D’altronde, come scrive Vladimir
Jankélévitch, «se la probabilità inizia dal 51 per cento, al
contrario la speranza non ha bisogno che di un milligrammo di sé per
dare aria all’irrespirabile disperazione. Basta un’umile
possibilità su mille, ed ecco… una debole luce si accende, e
l’avventura di una scommessa soppianta nei nostri cuori le certezze
nate dalla fatalità. Qui la quantità non conta nulla, e il dubbio
più lieve sulla necessità giustifica già le più folli speranze» (8).
Note all’Introduzione
1.
Costruita sul modello concettuale della metafisica, dapprima da
Joseph de Maistre e poi da Antonio Gramsci (con accezioni decisamente
diverse), riprendiamo l’espressione in un senso che riecheggia
questi illustri precedenti, pur serbando una sua propria specificità.
Sappiamo che la parola metafisica deve la propria origine a uno
scoliasta in difficoltà con alcuni testi allegati alla Fisica di
Aristotele. Lo stesso vale, in certa misura, per la metapolitica.
2.
Alcuni autori, perlopiù di sinistra, hanno impiegato senza gran
successo termini vaghi come antipolitica o politica antipolitica per
definire un contenuto simile.
3. Vedi Comment réenchanter le
monde. La décroissance et le sacré, Payot & Rivages, Paris,
2019 [trad. it. Come reincantare il mondo: la decrescita e il sacro,
Bollati Boringhieri, Torino, 2020]; L’abondance frugale comme art
de vivre. Bonheur, gastronomie et décroissance, Payot & Rivages,
Paris, 2020 [trad. it. L’abbondanza frugale come arte di vivere.
Felicità, gastronomia e decrescita, Bollati Boringhieri, Torino,
2022]; Le désastre urbain et la crise de l’art contemporain, Le
bord de l’eau, Bordeaux, 2024 [trad. it. Il disastro urbano e la
crisi dell’arte contemporanea, elèuthera, Milano, 2025].
4.
Vedi Penser un nouveau monde. Pédagogie et décroissance: entretiens
avec Simone Lanza, Payot & Rivages, Paris, 2023; Travailler
moins, travailler autrement, ou ne pas travailler du tout. Labeur et
décroissance, Payot & Rivages, Paris, 2021 [trad. it. Lavorare
meno, lavorare diversamente o non lavorare affatto, Bollati
Boringhieri, Torino, 2023].
5. Se i populismi di destra sono una
conseguenza della globalizzazione neoliberale, si presentano tutti,
con la notevole eccezione dell’Argentina di Javier Milei, come
ostili al neoliberalismo. Nel tentativo di conferire un minimo di
coerenza a quella miscela esplosiva di neoconservatorismo e
libertarianismo, gli ideologi del trumpismo, come Steve Bannon o J.
D. Vance, si richiamano esplicitamente a una rivoluzione
post-liberale. Poiché il termine «liberale» va inteso nel suo
significato americano, non si tratta tanto di una contestazione del
liberalismo economico, anche se la globalizzazione e il libero
scambio sono anch’essi presi di mira, quanto del liberalismo
politico e culturale, ovvero quel complesso di valori progressisti
che spazia dai diritti civili ai diritti delle minoranze (in
particolare sessuali), al femminismo, al «wokismo», al pensiero
decoloniale. Da parte loro, i populismi europei, che hanno dato
origine a quelle che sono state definite democrazie illiberali, si
sono invece focalizzati su una messa in discussione dello Stato di
diritto.
6. Citato da Étienne Maillet in Tirage au sort et
imparfaites démocraties, Éditions Yves Michel, Gap, 2022, p.
110.
7. Christian Salmon, L’empire du discrédit, Les Liens qui
libèrent, Paris, 2024.
8. Vladimir Jankélévitch, Le Sérieux de
l’intention. Traité des vertus I, Flammarion, Paris, 1983, p. 182
[trad. it. Trattato delle virtù, Garzanti, Milano, 1987].
Serge Latouche (Vannes 1940), professor emeritus di economia all'Università di Paris Sud-Orsay, si dichiara da tempo un obiettore di crescita. Ed è proprio sul concetto di decrescita che basa la sua riflessione sui modi per uscire dal devastante sviluppismo imposto dall'Occidente a se stesso e al resto del mondo. In Italia sono stati pubblicati molti dei suoi scritti, tra cui La scommessa della decrescita (Feltrinelli 2007), L'invenzione dell'economia (Bollati Boringhieri 2010), Uscire dall'economia (Mimesis 2014) con Anselm Jappe, Come reincantare il mondo: la decrescita e il sacro (Bollati Boringhieri 2020). Con elèuthera ha pubblicato Il tempo della decrescita, introduzione alla frugalità felice (n.e. 2017) scritto insieme a Didier Harpagès, La fine del sogno occidentale (n.e. 2021), Il disastro urbano e la crisi dell'arte contemporanea (2025) e Metapolitica della decrescita (2026).

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