sabato 3 aprile 2021

David Mamet - CHICAGO - Ponte alle Grazie

David Mamet

CHICAGO
(
Chicago, 2018)
Traduzione di Andrea Branchi
Ponte alle Grazie
Collana Scrittori
pp. 320, ottobre 2018, Euro 18, brossura


Il libro

Chicago a cavallo fra gli anni Venti e Trenta: una città divisa fra il North Side controllato dagli irlandesi e il South Side di Al Capone; sullo sfondo, i vizi e le perversioni dell’alta società, la corruzione dei politici. Mike Hodge, veterano della Prima guerra mondiale e giornalista di cronaca al Tribune, e i suoi colleghi fanno un quotidiano sfoggio di cinismo e si mantengono fedeli al voto fatto alla Verità, per quanto essa sia quasi sempre impubblicabile; e si danno, come tutti, a colossali bevute di alcol di contrabbando. Ma quando Mike si troverà coinvolto nell’assassinio della donna che ama, la sua vita e il fragile equilibrio su cui si reggeva verranno travolti... David Mamet ci catapulta nell’America di cento anni fa con una naturalezza stupefacente. Raffiche di dialoghi spumeggianti, un’incredibile galleria di personaggi memorabili, invenzioni narrative brillanti, una cura dei dettagli che sfida l’attenzione del lettore. Chicago è un romanzo da divorare, un giallo, un noir, ma anche molto di più: una giostra di passioni che possono sconvolgere la vita di un uomo, amore e desolazione, colpa e vendetta, perdizione e riscatto. Mamet si conferma un autentico Maestro della parola: è impossibile non farsi trascinare, impossibile resistere al vortice frenetico di Chicago.

L’autore


David Mamet
 (Chicago, 1947) è autore teatrale fra i più importanti al mondo, premio Pulitzer nel 1984 per Glengarry Glen Ross. Oltre che al teatro si è molto dedicato anche al cinema sia come sceneggiatore (basti qui ricordare Il postino suona sempre due volteIl verdettoGli intoccabili, le cui atmosfere naturalmente ritornano in ChicagoSesso & potereRoninHannibal) sia come regista (il suo esordio La casa dei giochi vinse il premio per la sceneggiatura al Festival di Venezia nel 1987). È anche un prolifico saggista.

L'incipit

Parlow e Mike erano seduti tranquilli nel rifugio di caccia alle anatre. Uno schermo mimetico di erbe di palude e rametti si alzava davanti a loro, e il rifugio stesso era interrato per almeno un metro e mezzo nel terreno soffice, consolidato ai lati con legname di riporto. Era una giornata limpida e il rifugio era asciutto. Erano mollemente appoggiati al bordo del rifugio. Parlow era di gran lunga il cacciatore più esperto, Mike era venuto per la compagnia e per una giornata all’aria aperta. Parlow guardava a ovest e Mike a est. Il vento soffiava da ovest, ma le possibilità erano alla pari: potevano arrivare con il vento a favore, o controvento. Quindici richiami dondolavano nella palude davanti a loro. «Potrebbero venire da qualsiasi parte» pensò Mike. Era un piacere godersi il sole invernale. «Sono geloso, sì, del successo degli altri» disse Parlow, «ma non ho mai invidiato le conquiste di nessuno». «Uh-uh» fece Mike. «Qualche stronzo ha fatto più soldi di me» disse Parlow. «Vendi una storia ad Harper, fotti un critico; ce ne sono di quelli» continuò «che cascano sempre in piedi, dopodiché, chiunque ha a che fare con loro sa che quel tipo è un ‘capetto’. I nomi li conosci. Edmond Harper Gaines, Lucille Brandt Williams, quelli col doppio cognome. , butta giù la prosa, cosa pensa il pubblico dei lettori? «No, non è impossibile che la cultura sia un terreno. Se potenzialmente buono o cattivo non so, ma capace, presumibilmente, di produrre qualche frutto. Di cosa ha bisogno per maturare...?» «Di merda» disse Mike. «Ha bisogno di letame» disse Parlow. «Animale o vegetale». «Scrivilo per la Little Review» disse Mike. «Gli ho mandato il mio articolo sulla Scuola d’Architettura Prairie» disse Parlow. «E?» «Hanno scritto che lo stavano prendendo in considerazione e mi sono vergognato. Ma chi se ne frega; tutto proviene dai giapponesi. Quelli che hanno visitato la terra dei fiori di ciliegio, che hanno inalato le fragranze miste e suggestive di quella terra antica; per quelli, perfino l’inestinguibile desiderio di ritorno è un piccolo prezzo da pagare per esserci stati». «Il desiderio di tornare potrebbe, in teoria, essere placato se sali su una nave del cazzo» disse Mike. «E chi ha il tempo?» disse Parlow. «E poi c’è il mal di mare». «Cosa ti è piaciuto di più del Giappone?» chiese Mike. «Donne piccoline, a un prezzo abbordabile» disse Parlow. «Cos’è che fa girare il mondo? Il mondo è come una ruota per criceti: va avanti grazie alle forze contrarie. Il mondo gira in un senso, mentre tutti corrono nell’altro». «E naturalmente, laggiù» disse Mike «vanno nella direzione sbagliata». «Che brutta cosa da dire» disse Parlow. «Perché sarebbe sbagliata la loro direzione?» «Perché sono nell’emisfero meridionale» disse Mike. «Il Giappone» precisò Parlow «è alla stessa latitudine di Cleveland. Non hai letto il mio libro? «Quel cazzo di libro, a proposito di invidia, era nella selezione della selezione per un Premio Letterario di Tutto Rispetto» disse Parlow.

venerdì 2 aprile 2021

Atiq Rahimi - GRAMMATICA DI UN ESILIO - Bottega Errante Edizioni

 Atiq Rahimi

GRAMMATICA DI UN ESILIO
(
La Ballade du calame. Portrait intime, 2015)
Traduzione di Ester Borgese
Bottega Errante Edizioni
Collana Estensioni 2
pp. 176, febbraio 2018, Euro 13, brossura


Il libro

Attraverso la scrittura di ricordi, riflessioni e, talvolta per sopperire alle parole, di lettere e disegni, Atiq Rahimi propone un racconto intimo e poetico, una meditazione su ciò che resta delle nostre vite quando si perde la terra dell’infanzia. L'autore afghano evoca i suoi esili in un libro che, più che un’autobiografia, è un'erranza che attraversa scritture diverse. "Ho parlato molto della mia terra natia, delle donne biasimate, della guerra che si è presa mio fratello e ha disperso la mia famiglia ai 4 angoli del mondo… Ma non ho mai evocato il mio esilio. Non appena mi appresto a descriverlo sono disarmato, muto, come davanti a un buco nero. L'esilio è una strada senza ritorno. Una volta dentro non si riesce più a disfarsene. Si diventa per sempre un essere errante, da quel momento si è intessuti. Sono come la callimorphe, questa farfalla migratrice dalle ali nere zebrate di bianco che dopo aver lasciato il suo bruco è condannata a volare notte e giorno".

L’autore

Atiq Rahimi nato a Kabul nel 1962, ha ottenuto l’asilo politico e attualmente vive a Parigi. Il suo romanzo del 2000, Terra e cenere, scritto nella lingua persiana dell’Afghanistan, è diventato un immediato best seller in Europa e in Sud America. Un film tratto dal libro, diretto dallo stesso Rahimi, ha vinto il Prix du Regard vers l’Avenir al Festival di Cannes 2004. Presso Einaudi ha pubblicato: Terra e cenere (2002 e 2010), Le mille case del sogno e del terrore (2003), L’immagine del ritorno (2004), Pietra di pazienza (2009 e 2011), scritto direttamente in francese, con cui ha vinto il Goncourt 2008. Nel 2012, sempre per Einaudi, ha pubblicato Maledetto Dostoevskij.

L'incipit

Si fa notte. E il verbo è sempre assente. Questo mi dà una strana sensazione, un’angoscia forse, quella di raggiungere l’abisso di uno spazio-tempo in cui s’incrociano solitudine e desiderio, come la condizione degli dèi divorati dai tormenti del nulla prima della Creazione. Sono nel mio studio, un territorio intimo dove si ritirano i miei desideri incompiuti; uno scrittoio a intermittenza dove si annotano silenziosamente i miei sogni e i miei incubi prima che diventino ricordi lontani, volatili. Davanti a me, sulla parete, una galleria di fotografie e di riproduzioni pittoriche che mostrano esseri immortalati nella loro erranza. Corpi banditi, scacciati, perduti… L’esilio è lasciarsi alle spalle il proprio corpo, diceva Ovidio. E con il corpo, le parole, i segreti, i gesti, lo sguardo, la gioia… Quelle immagini, che ho raccolto e appeso da un anno, compongono un mosaico di visi e corpi – noti o ignoti, immaginari o no –, tutti, come me, condannati dalla Storia all’incertezza dell’esilio. Ogni sguardo sospeso è un romanzo; ogni passo perduto, un destino. Questi esseri migratori, dispersi ai margini della terra, sospesi nella nebulosa spirale del tempo, mi guardano mentre cerco disperatamente le parole, i respiri, per poter descrivere i loro sogni, raccontare i loro peripli, riportare le loro grida… Il disastro, che li ha cacciati dalla loro terra natia, rifiuta di darsi un nome… Colpevolizza la voce, porta via le parole. La parola è errante. E il libro, sua terra promessa, si rifiuta di accoglierla. Quelle immagini del disastro hanno il potere soffocante di una cicatrice che ogni volta che la si guarda ravviva il dolore provato nell’attimo del ferimento. Una sensazione strana, impossibile da esprimere con aggettivi e avverbi. Essa lascia lo schermo del mio computer vuoto. Come vuota è la mia testa. Osservo quelle foto e quei quadri come fossero mie cicatrici. Ostracizzato come loro, ho lo stesso passato, lo stesso destino incerto, le stesse ferite… Eppure manca un’immagine lì, sulla parete. Che però ossessiona la mia anima vagabonda. Un’immagine, una sola. Quella di una distesa deserta, ammantata di neve, uno spazio sospeso nel tempo; un momento cardine nella mia vita che racconto sempre, ovunque. Instancabilmente. E ogni volta mi sembra di riferirlo per la prima volta, mentre lo rimastico con gli stessi vocaboli, le stesse frasi, gli stessi particolari… È il mio salmo.

giovedì 1 aprile 2021

Ismail Kadare - LA BAMBOLA - La Nave di Teseo

Ismail Kadare

LA BAMBOLA

Traduzione di Liljana Cuka Maksuti

La Nave di Teseo
Collana Oceani 21
pp. 128, settembre 2017, Euro 17, brossura


Il libro

La Bambola, piccola e fragile come cartapesta, è la madre di Ismail Kadare, cui questo romanzo è dedicato. Kadare fa ritorno da lei a Gjirokastër, la sua città natale in Albania, ripercorrendo la sua stessa storia, la sua educazione e le ragioni del distacco voluto da un Paese e da una famiglia forti e segnanti. Una madre sensibile, insicura e indebolita dal confronto austero con le tradizioni balcaniche che la suocera incarna; un figlio emancipato, libero e indipendente, da cui teme un abbandono radicale e irrazionale per dedicarsi al suo percorso intellettuale, alla fama come scrittore e a un amore ribelle fuori dal matrimonio.

Ismail Kadare, il più grande scrittore albanese contemporaneo, ci consegna un romanzo potente e delicatissimo come solo il rapporto con una madre può essere, riuscendo a esprimere, nella cura estrema delle parole e dello sguardo, l’indicibile che governa la tensione più profonda, quella verso il nostro stesso sangue e la nostra terra.


L’autore

Ismail Kadare è considerato uno dei più grandi autori europei. Nato e cresciuto in Albania, ha lasciato il paese nel 1990 in contrasto con la dirigenza comunista, e ha chiesto asilo politico in Francia. La sua opera va dalla poesia alla narrativa alla saggistica. Ha vinto il Prix Méditerranée per stranieri con La Pyramide. Dal 1996 è membro associato a vita dell’Académie des sciences morales et politiques. Nel 2005 gli è stato riconosciuto l’International Booker Prize, mentre nel 2009 ha vinto il premio Principe delle Asturie. È stato più volte candidato alla selezione finale per il Premio Nobel. Nel 2018 è stato insignito del Premio Internazionale Nonino. La nave di Teseo, presso cui è in corso di riedizione la sua opera, ha pubblicato La bambola (2017) e La provocazione (2018), Aprile spezzato (2019), La città di pietra e Le mattine al Café Rostand (2021)



Kamel Riahi - BISTURI - Jouvence

Kamel Riahi

BISTURI (ovvero vita e passione di Khadigia)

(
Al-Mishrat, 2006)
Traduzione di Francesco Leggio
Jouvence
Collana Barzakh
pp. 142, 2018, Euro 12, brossura


Il libro

Un maniaco armato di bisturi si aggira per le strade di Tunisi, si avvicina a giovani donne e le sfregia sul sedere, ma il caso viene archiviato dagli inquirenti. Il quotidiano “La verità”, nella speranza di far luce sui fatti, decide di pubblicare alcuni appunti ritrovati nell’appartamento del giornalista incaricato del caso, che è scomparso insieme a un giovane senzatetto. A partire da questi scritti, ritrovati su due quaderni e redatti da persone diverse, si snoda una narrazione le cui voci spesso si confondono e prende vita un romanzo che è un riflesso letterario della Tunisia del 2011. Bisturi mette in luce il mondo notturno e sotterraneo di una Tunisi del margine, che paradossalmente vive nel centro nevralgico della città: avenue Bourguiba, spartiacque fra la laguna e la città antica.
Un romanzo il cui fascino risiede nella sua frammentarietà ed eterogeneità, griglia per una lettura non univoca e ambigua della realtà.


L’autore

Kamel Riahi, è tra i più importanti esponenti della generazione di giovani scrittori tunisini cresciuta dopo la deposizione di Bourguiba. Laureato in Lettere all’Università di Tunisi-La Manouba, dal 2010 lavora presso il Ministero della Cultura, animando la Casa della Cultura Ibn Khaldoun con una serie di laboratori letterari. Nel 2009, in occasione di Beirut capitale della cultura araba, un suo testo è stato selezionato – insieme a quelli di altri giovani autori considerati tra i più promettenti della letteratura araba – per essere inserito nell’antologia Beirut 39New Writing from the Arab World. Nel 2017 è stato insignito del premio Ibn Battuta (Abu Dhabi) per la letteratura odoeporica.
Oltre a 
Bisturi ha pubblicato due raccolte di racconti – Nawàris adh-dhàkira (I gabbiani della memoria, 1999) e Suriqa wajhi (Mi hanno rubato il volto, 2001) – e i romanzi Al-ghourilla (Il gorilla, 2011) e Ashiqàt an-nadhl (Le amanti dello stronzo, 2015). Bisturi è il primo romanzo tradotto in lingua italiana.





Slobodan Šnajder - LA RIPARAZIONE DEL MONDO - Solferino

 

Slobodan Šnajder


LA RIPARAZIONE DEL MONDO
(
Doba mjedi, 2016)
Traduzione di Alice Parmeggiani
Solferino
Collana Narratori
pp. 576, novembre 2019, Euro 20, cartonato


Il libro

È il 1769, in Germania, un anno di carestia. La sera, gli uomini siedono intorno ai tavoli, in silenzio. Le donne mondano cavoli. Ma nel cerchio dei lumi a olio, un giorno, si fa avanti uno sconosciuto. È un messo dell’imperatrice Maria Teresa, un pifferaio magico, e promette campi fertili e un futuro in una terra di cui nessuno di loro ha mai sentito parlare. Così Georg Kempf decide di partire. E la sua nuova casa, si scoprirà, si chiama Slavonia. Oltre centocinquant’anni dopo, un altro messo bussa alla porta della famiglia Kempf. È la Germania, ora, che reclama i suoi figli per arruolarli nell’esercito del Reich millenario. I Kempf di tedesco non hanno più nemmeno i nomi: passando di nonno in nipote, Georg è diventato Đuka, e sono cambiati anche i suoi sogni. Đuka si sente un poeta. Ma non fa alcuna differenza per i reclutatori: Kempf, come gli altri Volksdeutsche, i tedeschi che vivono fuori dai confini, deve seguire le Waffen-SS e combattere per una nazione che non è più la sua da quasi due secoli. Parte, suo malgrado, per il fronte orientale, partecipa, suo malgrado, a ogni genere di orrori e, alla fine, diserta. A cavallo della sua bicicletta, intraprende il lungo cammino verso casa. Ma lì tutto è cambiato e il resto della sua esistenza sarà irrimediabilmente segnato dalla sua «piccola guerra polacca», indelebile come il tatuaggio delle SS con il gruppo sanguigno. La riparazione del mondo è al contempo romanzo storico, saga familiare e racconto di un amore, quello fra Georg e la partigiana croata Vera. I due non si libereranno mai del peso di aver combattuto su due fronti diversi. Se solo si fossero incontrati poco prima, non avrebbero potuto far altro che uccidersi.

L’autore


Slobodan Šnajder (Zagabria, 1948) è scrittore e giornalista. Dopo la laurea in Filosofia e Anglistica, è stato cofondatore e direttore della rivista di teatro «Prolog» e editor presso la casa editrice Cekade di Zagabria. Ha pubblicato racconti, saggi e soprattutto pezzi teatrali, conquistando fama internazionale con Hrvatski Faust (Il Faust croato). Scrittore prevalentemente di prose brevi, ha pubblicato il suo primo romanzo, Morendo, nel 2012. La riparazione del mondo gli è valso numerosi riconoscimenti, tra cui il premio per il miglior romanzo croato del 2016.

Šnajder è tra i firmatari della Dichiarazione sulla lingua comune, che sostiene l’unicità della lingua tra Croazia, Serbia, Bosnia e Montenegro.