venerdì 1 luglio 2022

Evgenij A. Evtušenko - SE TUTTI I DANESI FOSSERO EBREI - Lamantica

 


Evgenij A. Evtušenko
SE TUTTI I DANESI FOSSERO EBREI
a cura di Lorenzo Gafforini
con un saggio di Francesco De Napoli
prima traduzione italiana di Evelina Pascucci
Lamantica Edizioni
aprile 2022


Il libro

«Nel Poeta ribelle s’era radicata l’idea – in un certo senso “gramsciana” – che il compito dell’uomo di cultura debba consistere nel cercare di guidare verso obiettivi edificanti e giusti le croniche faziosità del politicume, e in tal modo riuscire a condizionare il corso degli eventi. Le sue prime sortite risalenti agli anni di Chruščëv – sempre arrischiate ma vittoriose – lo avevano convinto che fosse quella la strada giusta. Era l’unica possibilità per cercare risposte ragionevoli alle mostruose aberrazioni del potere. Occorreva una cultura coraggiosa, libera, controcorrente, se necessario agguerrita e sfrontata. […] È un teatro dell’assurdo che ritrae fedelmente, per intero, la vita nella sua ordinaria mostruosità: l’assurdo reale intessuto di caratteri stucchevolmente fiabeschi. Il talento di Evtušenko evidenzia come non occorra inventarsi l’assurdo inseguendo i gratuiti fantasmi della mente. L’assurdo è nella quotidianità, in tutte le circostanze anche minimali che segnano l’esistenza degli uomini. L’assurdo è dato dai castelli di nequizie e di prevaricazioni a cui tacitamente sottostiamo nell’illusione di salvaguardare il nostro quieto vivere, le convenzioni sociali, i meschini traffici che ci consentono di sopravvivere. Ma contro l’assurdità del male – ammonisce Evtušenko – sempre deve trionfare la fiducia nel domani. Perché una speranza esiste, sia pure remota. La cultura può, e deve, trasmetterci questa fede. Tutto il resto è barbarie, fanatismo, menzogna, ignoranza.»
(dall'Introduzione di Francesco De Napoli)


Un estratto

TESTA CON CAPPELLO Vedo camion coperti… I tedeschi, con il calcio dei fucili, stanno spingendovi delle persone, tra cui vecchi, donne, bambini… Non somigliano affatto a terroristi… Possibile che abbiano cominciato ad arrestare pacifici danesi? Sono forse diventati cani rabbiosi, dopo Stalingrado, i tedeschi? Non dovremmo svignarcela prima che ci prendano? Chi sono questi sfortunati? Ah, tra loro vedo un vecchio rabbino. (con sollievo) Ora è tutto chiaro: è solo una retata di ebrei… è terribile ma, per fortuna, l’orrore non è il nostro…
TESTA CON BERRETTO Io penso che qualsiasi orrore sia nostro… Non ci sono orrori altrui. Tutti i passati orrori sono nostri e anche quelli futuri lo saranno… E quelli odierni tanto più… Infatti, come ha la certezza di non essere ebreo?
TESTA CON CAPPELLO (
sbigottito) Scusi, non l’ho capita…
TESTA CON BERRETTO (
cupamente) Conosce forse le scappatelle di sua nonna?
TESTA CON CAPPELLO I suoi scherzi sono fuori luogo.
TESTA CON BERRETTO E perché non scherzare un po’… tutto quello che ci sta accadendo è pure lo scherzo fuori luogo di qualcuno. Il brutto scherzo della Storia…
(Da 
Se tutti i danesi fossero ebrei, pp. 112-113)


L'autore

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1932- 2017) nacque in una cittadina siberiana da uno studente di geologia moscovita e una cantante lirica ucraina, da cui prese il cognome. Fu autore di poesie, memoriali, romanzi, sceneggiature e testi teatrali. Per tutta la vita si espresse in difesa dei diritti umani e civili, stigmatizzando i soprusi e i torti storici cui assistette nel lungo e tribolato arco temporale della sua vita. Tra le opere, alcune tuttora inedite, ricordiamo La stazione di ZimàBabij JarL’università di KazanNon morire prima di morireLe betulle nane (con Prefazione di P.P. Pasolini nella prima edizione italiana), I Sessantisti. Memorie in prosaArrivederci, bandiera rossa. Dagli anni Novanta, fu professore honoris causa di letteratura russa presso l’università di Tulsa in Oklahoma.



martedì 28 giugno 2022

Gabriella De Fina - L'INDICIBILE - Bompiani

 

Gabriella De Fina
L'INDICIBILE
con una nota di Giulio Mozzi
Bompiani
pp. 240, giugno 2021, Euro 17
ISBN 9788830101777



Il libro

Due amiche scendono dall’auto e si trovano nel cuore di un grande bosco. In una radura, come in una fiaba o in un sogno, c’è la loro casa. Con sé hanno portato solo la malattia: Micaela e Bianca si sono conosciute in ospedale, dove entrambe stanno curando un tumore. Provare a vivere isolate significa sentirsi finalmente libere dal continuo sforzo che il male richiede per essere circoscritto, attutito, rimosso dal mondo dei sani. Vediamo i loro corpi muoversi tra gli alberi, sfiorarsi, riflettersi nello specchio del bagno senza paura di mostrare la propria fragilità, di odiarla, di riderci sopra. E ascoltiamo intrecciarsi alle loro parole una terza voce, dolce eppure pronta a provocare. Una voce misteriosa: ma non lo siamo forse tutti, misteriosi e invisibili agli altri? Sarà anche grazie a questa voce che – durante sette giorni, come quelli della Creazione – Micaela e Bianca riusciranno a dirsi l’indicibile. Con questo libro salutiamo la nascita di una scrittrice, Gabriella De Fina, donna indomita e appassionata della vita. A Giulio Mozzi, che ha tenuto a battesimo il suo romanzo, Gabriella disse che la malattia “lavora sulla tua potenziale cattiveria; ti fa concentrare solo su te stessa, su quelle parti del tuo corpo che la ospitano; ti fa sentire in concorrenza con tutte le altre persone”. Scrivere allora non significa esorcizzare o vincere. Significa cercare una per una, con amorevole esattezza e profonda umanità, le parole per nominare la sofferenza, per condividerla spezzando il cerchio della sua solitudine. Così, scrive Mozzi, “L’indicibile è un romanzo. Ma è un romanzo che dovrebbe essere letto come un’opera di filosofia, di amore per la conoscenza. Perché solo la conoscenza può non salvarci, non consolarci – ma liberarci dal bisogno di essere consolati e di sognare la salvezza”.


L'autrice

Gabriella De Fina è nata a Potenza nel 1958 e si è spenta a Torino nel 2020. Ha vissuto a Palermo, a Città del Messico e a Torino. Laureata in Giurisprudenza, per vent’anni ha fatto l’attrice, lavorando tra gli altri con Bob Wilson, Marco Baliani, Vincenzo Pirrotta, Roberto Guicciardini. Nel 2002 ha curato la drammaturgia dei Viaggi Sentimentali del Parco Letterario Tomasi di Lampedusa. Nel 2006, con l’atto unico Frontera, ha vinto la sezione Italia del premio “La scrittura della differenza – testi di drammaturghe dal Sud”, pubblicato da Manifestolibri, 2006. Negli ultimi quindici anni si è dedicata alla traduzione di letteratura spagnola e ispanoamericana (ha tradotto per Mondadori, E/O, Donzelli, Raffaelli e ha fatto la revisora di traduzione per Einaudi); ha scritto testi di volumi fotografici e pubblicato reportage di viaggio su “Latitudes Travel Magazine”. È autrice di No al pizzo, imprenditori siciliani in trincea (Thor editrice, 2008), ripreso a puntate sulla rivista “Il Primo Amore”.

Bengt Jangfeldt - L'IDEA RUSSA - Neri Pozza

 

Bengt Jangfeldt
L'IDEA RUSSA
da Dostoevskij a Putin
(Vi och dom, 2017)
traduzione di Lidia Salvati
Neri Pozza, collana I Colibrì
pp. 192, 2022, Euro 18
ISBN 978-88-54526-13-6


Il libro

Un’idea percorre la storia della Russia e attraversa i secoli per giungere fino a noi, da Dostoevskij fino a Putin: l’idea dell’eccezionalità della Russia, di un Impero che non è né Occidente né Oriente e che, perciò, può congiungere i due mondi in nome di una sua peculiare forza morale e spirituale. «È ora che io passi alla storia» ha dichiarato Putin a un giornalista russo nel lontano settembre 2013. Non vi sono dubbi che l’obiettivo di Putin sia ricostituire l’Impero russo. Su quali basi, su quali idee, però, si fonda questo disegno, oltre che, naturalmente, sulla forza delle armi? La risposta sta, secondo Bengt Jangfeldt, uno dei maggiori studiosi internazionali di letteratura russa, nelle idee sull’identità nazionale russa formulate da filosofi e scrittori sin dalla metà del xix secolo. In Fëdor Dostoevskij, il grande autore di indimenticabili capolavori della letteratura, che scrive: «C’è una sola verità, e solo un popolo può avere un vero Dio. L’unico popolo portatore di Dio è il russo». In Nikolaj Danilevskij, l’autore di Russia ed Europa, che afferma: «La Russia può conquistare un posto nella storia degno di sé e dei popoli slavi solo ponendosi a guida di un sistema indipendente di Stati e agendo da contrappeso all’Europa in tutte le sue manifestazioni». In Nikolaj Trubeckoj, l’inventore del movimento politico-filosofico chiamato eurasismo per il quale il «mondo russo» è uno spazio che comprende Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. E naturalmente in Aleksandr Dugin e il suo sogno della Grande Russia eurasiatica. 
Attraverso un agile excursus storico, Bengt Jangfeldt mostra come, formulata circa due secoli fa, all’epoca di Nicola I, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e in particolare nell’era di Putin, l’idea che la Russia sia una civiltà a sé abbia conosciuto «una straordinaria rinascita al punto che, sotto il nome di patriottismo, sia arrivata a sostituire il comunismo come ideologia di Stato». L’«idea russa», la chiamava Dostoevskij. A quest’idea sono dedicate le pagine che seguono, indispensabili per capire realmente che cosa è in gioco nella «terra di frontiera» chiamata Ucraina.

L'autore

Bengt Jangfeldt è nato a Stoccolma nel 1948. Professore di lingue e cultura slave all’Università di Stoccolma, è uno dei maggiori studiosi internazionali di letteratura russa. Tra le sue opere si segnalano Majakovskij, una biografia di prossima pubblicazione presso Neri Pozza, e la cura del carteggio tra V. Majakovskij e L. Brik, L’amore è il cuore di tutte le cose (Neri Pozza 2005).



Alan Pauls - STORIA DEL PIANTO - Sur

Alan Pauls
STORIA DEL PIANTO
(Historia del llanto, 2007)
traduzione di Maria Nicola, originariamente pubbliata da Fazi Editore
prefazione di Luciano Funetta
SUR nuova serie 14
pp. 121, marzo 2018, Euro 15
ISBN 978-88-6998-120-3



Il libro

Storia del pianto è il primo volume della «Trilogia della perdita», che insieme a Storia dei capelli e a Storia del denaro forma un personalissimo ritratto dell’Argentina negli anni Settanta.


A soli tredici anni, il protagonista di Storia del pianto è sensibile, sa ascoltare, tutti amano confidarsi con lui. È un adolescente di buona famiglia, che si lascia alle spalle il pionieristico divorzio dei genitori e l’antica passione per Superman in favore di una formazione progressista, militante. L’11 settembre del 1973, mentre guarda in tv le immagini del golpe cileno di Pinochet, vorrebbe piangere ma si accorge di non esserne capace: perché lui non riesce a versare una lacrima, mentre il suo amico si scioglie in un pianto inconsolabile? E se la sua passione rivoluzionaria fosse solo apparenza? Da quel momento, ripercorre gli eventi salienti della sua vita – in cui convivono una fidanzatina di destra, un oligarca torturato, un cantautore di protesta, un vicino di casa militare che potrebbe non essere quel che sembra – attraverso il filtro delle lacrime.

Con una narrazione avvolgente e un’ironia spietata, Pauls racconta gli anni Settanta argentini facendo dialogare i sussulti dell’intimità con gli strepiti della politica.



L'incipit

All’età in cui i bambini sono sempre impazienti di parlare, lui potrebbe passare ore ad ascoltare. Ha quattro anni, o così gli hanno detto. Con stupore dei nonni e di sua madre, riuniti nel soggiorno di avenida Ortega y Gasset, l’appartamento di tre vani dal quale circa otto mesi prima suo padre, a quanto lui ricordi senza alcuna spiegazione, scompare portandosi via il suo odore di sigaretta, l’orologio da tasca e la collezione di camicie con le cifre della camiceria Castrillón, per poi tornare quasi ogni sabato mattina, certo non con la puntualità auspicata da sua madre, a premere il pulsante del citofono e a dire, a chiunque gli risponda, nel tono seccato che più tardi lui impara a riconoscere come l’inconfondibile marchio di quel che rimane dei rapporti di suo padre con le donne una volta che ha avuto dei figli da loro, e fallo scendere, una buona volta!, attraversa la sala di corsa, con indosso il patetico costume da Superman appena ricevuto in regalo e, le braccia tese in avanti in una rozza simulazione di volo, papero impacciato, mummia o sonnambulo, varca e manda in frantumi il vetro della portafinestra. Un attimo dopo torna in sé come da uno svenimento. Si ritrova in piedi fra i vasi del balcone, solo un po’ accaldato e tremante. Si guarda le mani e vede disegnarsi due o tre filini di sangue che gli percorrono i palmi. Non è il fisico d’acciaio del supereroe da lui imitato a salvarlo, come a prima vista verrebbe fatto di credere e come poi riporteranno i racconti destinati a tener viva la memoria di quell’impresa, la più spettacolare, se non la sola, di un’infanzia che per il resto, votata com’è fin dal principio a non attirare l’attenzione, preferisce spendersi in attività solitarie, lettura, disegno, la giovanissima televisione dell’epoca, segno che quel che si suole definire mondo interiore e che a quanto pare caratterizza creature piuttosto strane è in lui considerevolmente più sviluppato che nella maggior parte dei suoi coetanei. A salvarlo è stata la sua sensibilità, pensa, ma si guarda bene dal dirlo, come se temesse che questa spiegazione, una volta rivelata, oltre a contraddire la versione ufficiale, cosa che non lo preoccupa minimamente, possa neutralizzare l’effetto magico di cui vorrebbe rendere conto. Questa sensibilità lui non riesce ancora a considerarla un privilegio, come invece la ritengono i suoi familiari e soprattutto suo padre, che ne trae di gran lunga il maggior vantaggio, ma solo un attributo congenito, anomalo e naturale ai suoi occhi quanto la capacità di disegnare con entrambe le mani che, spesso esaltata da tutta la famiglia, non conosce precedenti e non tarda a dileguarsi. Perché di Superman, eroe assoluto, monumento perenne, le cui avventure lo assorbono al punto che, come un miope, incolla gli occhi alle pagine dei giornalini, non per leggere, perché ancora non sa leggere, ma per lasciarsi obnubilare da colori e forme, non sono le prodezze quel che più lo entusiasma, ma i momenti di cedimento, rari, è vero, e forse proprio per questo tanto più intensi di quelli in cui il supereroe, nel pieno dominio dei suoi superpoteri, blocca a mezz’aria il macigno che qualcuno lascia cadere su una fila di alpinisti, per esempio, o costruisce in pochi secondi una diga per frenare un’inondazione devastante, o mette in salvo planando a volo radente la culla di un neonato che sta per essere travolta da un camion di traslochi sfuggito ai comandi.


L'autore

Alan Pauls è nato a Buenos Aires nel 1959. Ha pubblicato sei romanzi fra cui Storia dei capelliStoria del denaro, Il passato e Storia del pianto. Sceneggiatore e critico letterario, è autore del Fattore Borges (SUR 2016), un manuale di istruzioni per orientarsi nella labirintica letteratura di Jorge Luis Borges.

Pilar Quintana - LA CAGNA - La Tartaruga

 


Pilar Quintana
LA CAGNA
(La perra, 2017)
traduzione di Pino Cacucci
La Tartaruga
pp. 112, giugno 2022, Euro 17
ISBN 9788894814385




Il libro

Un paesaggio colombiano a metà tra la selva e l’oceano, dove si è condannati alla resistenza inquieta. Un matrimonio distante con un pescatore, destinato ad amplificare la solitudine di una donna dal corpo che sfascia le cose. In questo scenario «al di là dell’ultimo cerchio dell’inferno», la protagonista de La cagna decide di adottare una cagnolina chiamata Chirli: è il nome che avrebbe voluto dare alla figlia mai nata, un nome da «reginetta di bellezza». Da quel giorno Damaris inizia a creare un legame simbiotico con l’animale; Chirli viene colonizzata da un carico di amore a cui reagisce sparendo. Brutalmente addomesticata da un’esistenza con poche risorse, Damaris prova a fare da madre a un animale, ma la tentazione di trasformare l’altro nel mezzo della propria felicità si fa miseria. La cagna è il romanzo con cui Pilar Quintana si è imposta al mondo; il suo Il vecchio e il mare personale: anche qui la narrazione riflette il desiderio di creare un legame a tutti i costi con qualcosa fuori da sé. Ma fino a che punto si possono avere rapporti liberi e autonomi in mezzo a una natura violenta e povera? Quando si è privati di tutto, il male che si fa agli altri si chiama ancora violenza? Pilar Quintana ha scritto un romanzo magistrale, pulitissimo nella scrittura, in cui ribolle la muta rivolta di una donna.


L'estratto

Le ferite guarirono e la cagna cominciò a ingrassare, ma Damaris continuò a curarla come se fosse ancora debole e non aveva più remore a chiamarla Chirli né a coccolarla davanti agli altri, nemmeno con Luzmila quando andò a trovarla nel giorno della festa della mamma. Luzmila arrivò con tutta la famiglia, il marito, le figlie, il genero, le nipoti e persino la zia Gilma, che portarono in braccio sulle scale e adagiarono su una sdraio sul balcone della casa grande. Cucinarono un sancocho con carne di gallina sul focolare a legna nel gazebo, riempirono la piscina e fecero il bagno. Nessuno disse “Quanto ce la stiamo spassando alla faccia dei padroni di casa,” ma a Damaris sembrava che tutti lo stessero pensando e, sebbene ridesse delle battute e giocasse con le bambine, lei non se la stava affatto spassando. Si sentiva mortificata per quello che avrebbe pensato la gente se li avesse visti in quel momento a occupare la casa dei Reyes.

La zia Gilma si sventolava con il ventaglio sulla sdraio del balcone come una regina, Rogelio se ne stava stravaccato su un’altra sdraio accanto alla piscina, Luzmila e suo marito, seduti sul bordo, bevevano al collo da una bottiglia di aguardiente, le bambine facevano piroette nell’acqua e Damaris, che era appena uscita dall’acqua, si lasciava dietro una scia di gocce lungo il vialetto lastricato, con il suo culo gigantesco nei pantaloncini e la canottierina stinta che usava come costume da bagno o per lavorare. Damaris pensava che nessuno avrebbe mai potuto prenderli per i proprietari del posto. Erano un gruppo di neri poveri e malvestiti che usavano le cose dei ricchi. Morti di fame che si spacciavano per signori, ecco cosa avrebbe pensato la gente, e Damaris moriva di vergogna perché per lei apparire come una profittatrice era una cosa tremenda e deplorevole quanto l’incesto o il delitto. Si sedette sul pavimento con le gambe distese e si appoggiò al muretto del gazebo. La cagna si sdraiò accanto, mise la testa sulla sua coscia e lei cominciò ad accarezzarla. Luzmila le guardò scuotendo la testa, e poi offrì da bere a Rogelio. “Ti ha già sbattuto fuori dal letto per farci stare la cagna?” gli chiese. “Perché a pranzo la porzione migliore l’ha servita a quella.” Luzmila esagerava. Damaris aveva in effetti servito una porzione di sancocho alla cagna, ma era soltanto la pelle della gallina e un pezzettino di carne. “Non ancora,” rispose Rogelio, “però non lo so perché spreca tanto tempo con quella bestiola che si è persa nella boscaglia e ha provato la vita selvatica. Glielo dico sempre che continuerà a scappare.”

 

L'autrice

Pilar Quintana (Cali, 1972) è una delle autrici più celebri e lette in America Latina. Ha scritto i romanzi Cosquillas en la lengua (2003), Coleccionistas de polvos raros (Premio de Novela de Letras, 2010), Conspiración iguana (2009), la raccolta di racconti Caperucita se come al lobo (2012) e Los abismos (2021, vincitore del Premio Alfaguara). Nel 2011 è stata scrittrice residente presso l’International Writing Program dell’Università dello Iowa e nel 2012 è stata visiting writer al Workshop internazionale degli scrittori dell’Università Battista di Hong Kong. Il suo lavoro è apparso su riviste e antologie in tutto il mondo e in molte lingue. Ha studiato comunicazione sociale alla Università Javeriana di Bogotà e fatto diversi lavori tra cui sceneggiatrice televisiva, pubblicista, terapeuta di giaguari, assistente alla costruzione, commessa di abbigliamento, addetta all’imballaggio di mango e dog sitter. Ha viaggiato tre anni in tutto il mondo per poi vivere sulla costa pacifica colombiana. È co-sceneggiatrice del film Lavaperros, uscito nel 2020 e diretto dal più famoso regista colombiano, Carlos Moreno.