Giacomo Micheletti
L'ANARCHIA DELLA RIBELLIONE PERMANENTE
Gianni Celati e Lino Gabellone traduttori di Céline
Quodlibet Studio
2025
pp. 240, euro 22
ISBN 9788822923400
Gianni Celati diceva che tradurre una pagina di Louis-Ferdinand Céline equivale a fare «i giochi di prestigio con le parole». È quanto risulta, in effetti, dallo studio dei Colloqui con il professor Y e, soprattutto, de Il Ponte di Londra, le due versioni céliniane che lo stesso Celati, affiancato dall’amico Lino Gabellone, pubblica per Einaudi nel 1971, e che per più aspetti costituiscono uno spartiacque tanto nella contrastata ricezione italiana del romanziere francese, quanto nelle vicende della traduzine letteraria in Italia. Nei capitoli che compongono L’anarchia della ribellione permanente, Micheletti sottopone la traduzione de Il Ponte di Londra a una minuziosa analisi formale, in particolare mettendo a fuoco i principali stilemi morfosintattici e stagliandone il ricchissimo impasto lessicale su una contro-tradizione che attraversa carsicamente l’intero tracciato della storia linguistica italiana, dai più antichi repertori furbeschi all’anonimato delle nuove parlate di piazza, passando per gli anticlassicismi e i plurilinguismi dell’età rinascimentale.
La critica stilistica dialoga qui con la ricostruzione delle coordinate culturali ed editoriali da cui il lavoro di reinvenzione della lingua di Céline prende le mosse; le istanze della filologia disegnano un punto di contatto con il motivo (poetico, politico ed esistenziale) della ribellione, aprendo scorci suggestivi sull’eredità nascosta di questa straordinaria impresa traduttiva.
Premessa
Tra gennaio e ottobre 1971, Gianni Celati e l’amico Lino Gabellone pubblicano per la casa editrice Einaudi due traduzioni da Louis-Ferdinand Céline: si tratta dei Colloqui con il professor Y (un breve manifesto di poetica in forma di intervista) e del romanzo Il Ponte di Londra. Una doppia impresa di coppia che, dopo gli interdetti del dopoguerra e il Morte a credito firmato nel 1964 da Giorgio Caproni, segna a tutti gli effetti l’ingresso del romanziere maledetto nel campo letterario italiano, in anni in cui la cultura di area neoavanguardistica sembra essersi ormai dotata di strumenti adatti ad affrontare la provocatoria maschera di Céline (avatar di Louis-Ferdinand Destouches), così come la rivoluzionaria deformazione “parlata” da questi intentata, sotto l’ambigua etichetta di petite musique, nei confronti del francese scritto e delle sue strutture tradizionali.
D’altra parte, le versioni céliniane di Celati e Gabellone costituiscono una sorta di “duplice pietra miliare” nella storia della traduzione in lingua italiana; un’esperienza che, per la peculiarità dei problemi posti dalla lettera originale, problematizza e riformula lo stesso concetto di traduzione: ora, come nei dialoghi dei Colloqui, in una sorta di riscrittura “all’improvviso” condotta recitando ad alta voce, secondo le intuizioni e gli umori del momento, le battute del “canovaccio” di partenza; ora reinventando la familiarità straniante del vocabolario argotico-popolare de Il Ponte di Londra in una “stralingua” mai esistita.
Questo libro, che è il primo studio monografico dedicato all’opera traduttiva di Gianni Celati, propone una ravvicinata analisi linguistico-stilistica del magnum opus rappresentato da Il Ponte di Londra. L’escussione dei fatti formali (in tre capitoli rispettivamente distinti per sintassi, lessico, morfologia e figure di suono) è preceduta da una introduzione che intende ricostruire le più ampie coordinate critiche ed editoriali in cui il lavoro di traduzione si colloca (con particolare attenzione alle istanze di rinnovamento che, con il divampare del ’68, investono anche un tempio dell’alta cultura come la Einaudi). Decisivo, nella storia della contrastata ricezione italiana di Céline tra anni ’60 e ’70, si rivela in questo senso il ruolo svolto dal giovane Celati, autore di una serie di note che preparano e affiancano il lavoro di co-traduzione, e che, gettando le basi di una personalissima ricerca intorno alla parola comica, finiscono per intrecciarsi agli esordi in proprio del Celati ’70 – a conferma, una volta di più, dell’implicita equipollenza fra scrittura traduttiva, saggistica e narrativa nell’opera dell’autore.
Dopo il banco di prova dei Colloqui con il professor Y, con la messa a punto di una lingua traduttiva abnorme, modellata sui solecismi di un parlato basso di area padana, la traduzione del postumo (e incompiuto) Ponte di Londra vede Celati e Gabellone alle prese con quello che, per l’eccezionale estensione del suo vocabolario furfantesco, da un punto di vista specificamente lessicale rappresenta un unicuum nel macrotesto céliniano – la vicenda, come sempre semi-autobiografica, è ambientata nei bassifondi malavitosi della capitale inglese, tra protettori, prostitute e bombaroli rifugiatisi oltremanica a ridosso del primo conflitto mondiale.
Così, in assenza di una tradizione unitaria di lingua popolare cui rifarsi, pescando dal «perpetuo sottosuolo di tutti i gerghi, di tutte le parlate che la civiltà respinge» (per dirla con il Celati lettore di Benjamin e Bachtin), il lessico traduttivo de Il Ponte di Londra ricrea l’espressivismo monolinguistico dell’originale francese e la sua robusta componente argotica in un pastiche popolareggiante e insieme coltissimo, frutto di un vero e proprio scavo lungo i margini diacronici, diatopici e diastratici del repertorio italiano: dall’antico furbesco al gergo degli ambulanti moderni, dai sali della commedia e della novellistica toscani fino al parlato regionale e ai nuovi slang di piazza di fine anni ’60 (in ciò rielaborando originalmente un certo gusto dell’epoca per il plurilinguismo, tra il Gadda consacrato dal Gruppo 63 e le sperimentazioni per la scena di Fo e Testori).
Di questo ircocervo “gergalizzante” – nel senso tutto céliniano di un’uniformazione stilistica dei suoi addendi alla valenza eslege del gergo – la trattazione propone una puntuale analisi stratigrafica, anche grazie a una serie di glossari (comprensivi di osservazioni etimologiche, principali attestazioni lessicografiche e letterarie, occorrenze testuali) che invitano a stagliare il lessico del Ponte di Londra italiano su un intero filone espressivo substandard coincidente, in sostanza, con quella che il Celati critico militante vorrà definire la tradizione ideologica del riso.
L’epilogo del libro arriva a toccare, per cenni, la più recente stagione dell’attività celatiana, offrendo alcuni spunti per ulteriori indagini e approfondimenti. Oggetto di questi paragrafi conclusivi sono, rispettivamente: la prima ricezione delle traduzioni firmate da Celati e Gabellone; il “passaggio di testimone” nei confronti di Giuseppe Guglielmi (futuro interprete del Céline più pirotecnico e drammatico: quello delle Féeries e della Trilogie allemande); una sintesi del multiforme influsso esercitato dall’opera céliniana sulla prima produzione narrativa di Celati; infine, una postilla sui successivi “incontri” tra i due autori. È noto infatti come agli inizi degli anni ’80, su insistenza della Einaudi, Celati tornerà a vestire i panni del traduttore céliniano firmando una versione solista di Guignol’s Band (1982), romanzo apparso in origine nel 1944 come prima parte dell’apocrifo Le Pont de Londres. Una versione, questa, in cui il distacco nel frattempo maturato verso certi orizzonti tematici e stilistici è all’origine di un sensibile appiattimento della lingua traduttiva, con l’eccezionale plurilinguismo a dominante gergale del Ponte di Londra rastremato in una colloquialità facile e triviale, condita da una quantità di voci giovanili che avvicinano questo ultimo doppiaggio céliniano alle parlate frequentate dallo stesso Celati nei suoi anni di docente damsiano (e maestro, suo malgrado, di una nuova generazione di narratori, artisti e intellettuali).
Nel rispetto della centralità accordata alle traduzioni del 1971 e, per quanto specificamente riguarda l’analisi linguistica, a Il Ponte di Londra, ho preferito limitarmi a sintetizzare in nota, dove opportuno, qualche appunto su sintassi e lessico del Guignol’s Band celatiano; similmente, ho ritenuto di poter trascurare le riscritture dell’intero dittico Guignol’s Band I-II (1996) approntate dal solo Celati per il cofanetto della «Biblioteca della Pléiade» EinaudiGallimard, a un quarto di secolo esatto dalla collaborazione con Gabellone. Le ultime righe del libro, in compenso, sono dedicate al saggio appositamente steso dal traduttore-curatore per la sua «Pléiade» céliniana, a illustrazione di una modalità di rilettura assai frequente nel suo “terzo tempo”; ed è la riscoperta, sul filo della divagazione musicale, di un’opera romanzesca che moltissimo ha contato (con il cinema dei fratelli Marx, il teatro e la narrativa di Beckett, le illuminazioni di Artaud) nell’utopia giovanile di una parola scritta in grado di parlare all’orecchio del lettore, scuoterlo nell’intimo dei nervi, trascinarlo a forza fuori dalla gabbia della pagina: verso il mondo.
Tra gennaio e ottobre 1971, Gianni Celati e l’amico Lino Gabellone pubblicano per la casa editrice Einaudi due traduzioni da Louis-Ferdinand Céline: si tratta dei Colloqui con il professor Y (un breve manifesto di poetica in forma di intervista) e del romanzo Il Ponte di Londra. Una doppia impresa di coppia che, dopo gli interdetti del dopoguerra e il Morte a credito firmato nel 1964 da Giorgio Caproni, segna a tutti gli effetti l’ingresso del romanziere maledetto nel campo letterario italiano, in anni in cui la cultura di area neoavanguardistica sembra essersi ormai dotata di strumenti adatti ad affrontare la provocatoria maschera di Céline (avatar di Louis-Ferdinand Destouches), così come la rivoluzionaria deformazione “parlata” da questi intentata, sotto l’ambigua etichetta di petite musique, nei confronti del francese scritto e delle sue strutture tradizionali.
D’altra parte, le versioni céliniane di Celati e Gabellone costituiscono una sorta di “duplice pietra miliare” nella storia della traduzione in lingua italiana; un’esperienza che, per la peculiarità dei problemi posti dalla lettera originale, problematizza e riformula lo stesso concetto di traduzione: ora, come nei dialoghi dei Colloqui, in una sorta di riscrittura “all’improvviso” condotta recitando ad alta voce, secondo le intuizioni e gli umori del momento, le battute del “canovaccio” di partenza; ora reinventando la familiarità straniante del vocabolario argotico-popolare de Il Ponte di Londra in una “stralingua” mai esistita.
Questo libro, che è il primo studio monografico dedicato all’opera traduttiva di Gianni Celati, propone una ravvicinata analisi linguistico-stilistica del magnum opus rappresentato da Il Ponte di Londra. L’escussione dei fatti formali (in tre capitoli rispettivamente distinti per sintassi, lessico, morfologia e figure di suono) è preceduta da una introduzione che intende ricostruire le più ampie coordinate critiche ed editoriali in cui il lavoro di traduzione si colloca (con particolare attenzione alle istanze di rinnovamento che, con il divampare del ’68, investono anche un tempio dell’alta cultura come la Einaudi). Decisivo, nella storia della contrastata ricezione italiana di Céline tra anni ’60 e ’70, si rivela in questo senso il ruolo svolto dal giovane Celati, autore di una serie di note che preparano e affiancano il lavoro di co-traduzione, e che, gettando le basi di una personalissima ricerca intorno alla parola comica, finiscono per intrecciarsi agli esordi in proprio del Celati ’70 – a conferma, una volta di più, dell’implicita equipollenza fra scrittura traduttiva, saggistica e narrativa nell’opera dell’autore.
Dopo il banco di prova dei Colloqui con il professor Y, con la messa a punto di una lingua traduttiva abnorme, modellata sui solecismi di un parlato basso di area padana, la traduzione del postumo (e incompiuto) Ponte di Londra vede Celati e Gabellone alle prese con quello che, per l’eccezionale estensione del suo vocabolario furfantesco, da un punto di vista specificamente lessicale rappresenta un unicuum nel macrotesto céliniano – la vicenda, come sempre semi-autobiografica, è ambientata nei bassifondi malavitosi della capitale inglese, tra protettori, prostitute e bombaroli rifugiatisi oltremanica a ridosso del primo conflitto mondiale.
Così, in assenza di una tradizione unitaria di lingua popolare cui rifarsi, pescando dal «perpetuo sottosuolo di tutti i gerghi, di tutte le parlate che la civiltà respinge» (per dirla con il Celati lettore di Benjamin e Bachtin), il lessico traduttivo de Il Ponte di Londra ricrea l’espressivismo monolinguistico dell’originale francese e la sua robusta componente argotica in un pastiche popolareggiante e insieme coltissimo, frutto di un vero e proprio scavo lungo i margini diacronici, diatopici e diastratici del repertorio italiano: dall’antico furbesco al gergo degli ambulanti moderni, dai sali della commedia e della novellistica toscani fino al parlato regionale e ai nuovi slang di piazza di fine anni ’60 (in ciò rielaborando originalmente un certo gusto dell’epoca per il plurilinguismo, tra il Gadda consacrato dal Gruppo 63 e le sperimentazioni per la scena di Fo e Testori).
Di questo ircocervo “gergalizzante” – nel senso tutto céliniano di un’uniformazione stilistica dei suoi addendi alla valenza eslege del gergo – la trattazione propone una puntuale analisi stratigrafica, anche grazie a una serie di glossari (comprensivi di osservazioni etimologiche, principali attestazioni lessicografiche e letterarie, occorrenze testuali) che invitano a stagliare il lessico del Ponte di Londra italiano su un intero filone espressivo substandard coincidente, in sostanza, con quella che il Celati critico militante vorrà definire la tradizione ideologica del riso.
L’epilogo del libro arriva a toccare, per cenni, la più recente stagione dell’attività celatiana, offrendo alcuni spunti per ulteriori indagini e approfondimenti. Oggetto di questi paragrafi conclusivi sono, rispettivamente: la prima ricezione delle traduzioni firmate da Celati e Gabellone; il “passaggio di testimone” nei confronti di Giuseppe Guglielmi (futuro interprete del Céline più pirotecnico e drammatico: quello delle Féeries e della Trilogie allemande); una sintesi del multiforme influsso esercitato dall’opera céliniana sulla prima produzione narrativa di Celati; infine, una postilla sui successivi “incontri” tra i due autori. È noto infatti come agli inizi degli anni ’80, su insistenza della Einaudi, Celati tornerà a vestire i panni del traduttore céliniano firmando una versione solista di Guignol’s Band (1982), romanzo apparso in origine nel 1944 come prima parte dell’apocrifo Le Pont de Londres. Una versione, questa, in cui il distacco nel frattempo maturato verso certi orizzonti tematici e stilistici è all’origine di un sensibile appiattimento della lingua traduttiva, con l’eccezionale plurilinguismo a dominante gergale del Ponte di Londra rastremato in una colloquialità facile e triviale, condita da una quantità di voci giovanili che avvicinano questo ultimo doppiaggio céliniano alle parlate frequentate dallo stesso Celati nei suoi anni di docente damsiano (e maestro, suo malgrado, di una nuova generazione di narratori, artisti e intellettuali).
Nel rispetto della centralità accordata alle traduzioni del 1971 e, per quanto specificamente riguarda l’analisi linguistica, a Il Ponte di Londra, ho preferito limitarmi a sintetizzare in nota, dove opportuno, qualche appunto su sintassi e lessico del Guignol’s Band celatiano; similmente, ho ritenuto di poter trascurare le riscritture dell’intero dittico Guignol’s Band I-II (1996) approntate dal solo Celati per il cofanetto della «Biblioteca della Pléiade» EinaudiGallimard, a un quarto di secolo esatto dalla collaborazione con Gabellone. Le ultime righe del libro, in compenso, sono dedicate al saggio appositamente steso dal traduttore-curatore per la sua «Pléiade» céliniana, a illustrazione di una modalità di rilettura assai frequente nel suo “terzo tempo”; ed è la riscoperta, sul filo della divagazione musicale, di un’opera romanzesca che moltissimo ha contato (con il cinema dei fratelli Marx, il teatro e la narrativa di Beckett, le illuminazioni di Artaud) nell’utopia giovanile di una parola scritta in grado di parlare all’orecchio del lettore, scuoterlo nell’intimo dei nervi, trascinarlo a forza fuori dalla gabbia della pagina: verso il mondo.
Giacomo Micheletti (1991) ha studiato all’Università di Pavia ed è attualmente assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si interessa soprattutto di lingua letteraria, narrativa italiana contemporanea e traduzioni. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli in rivista su – tra gli altri – Franco Lucentini, Italo Calvino, Mario Praz, Carlo Ginzburg, Gianni Celati (a cui ha dedicato la monografia Celati ’70. Regressione Fabulazione Maschere del sottosuolo, Cesati 2021). La tesi di dottorato da cui è tratto questo libro ha vinto ex aequo il Premio Giovanni Testori 2023 – sezione tesi di letteratura.


Nessun commento:
Posta un commento