Ambra Carta, Emiliano Ceresi (a cura di)
IL GRUPPO 63
60 anni dopo
Les Flâneurs Edizioni
collana Passages
luglio 2025
pp. 398, euro 25
ISBN 9791254512159
IL GRUPPO 63
60 anni dopo
Les Flâneurs Edizioni
collana Passages
luglio 2025
pp. 398, euro 25
ISBN 9791254512159
Quattro sono le sezioni in cui il volume si articola e diciannove gli autori di questa antologia di testi. Una architettura complessa per illuminare da vicino la più sperimentale delle avanguardie del 900, il Gruppo 63, un’eterogenea costellazione di scrittori animati dalla volontà di rinnovare le forme dell’arte, intrecciando linguaggi e codici artistici. Un invito alla lettura e l’auspicio di una riscoperta.
Premessa, di Ambra Carta
Il volume che qui si presenta è nato dalla volontà di celebrare i Sessant’anni del Gruppo 63. Per non venire meno alla felice usanza degli anniversari, si è inteso chiamare in raccolta critici letterari, esperti di musica e di arti visive, giovani studiosi esploratori di lungo corso della galassia neoavanguardista e scrittori, non tanto per rinnovare la memoria dei protagonisti di quella fervida stagione artistica quanto per provare a illuminarne le voci meno esplorate, scandagliare le carte e gli archivi di scrittori oggi dimenticati e gettare uno sguardo oltre gli anni Sessanta sulle tracce di possibili pseudo-eredità. Nato dalla frequentazione di scrittori e artisti, vari e con vari interessi, ma animati dal comune desiderio di un nuovo modo di fare e consumare arte, il Gruppo 63 viene fondato ufficialmente il 3 ottobre 1963 quando debutta la Nuova Letteratura, come la Nuova Musica e il Nuovo Teatro. Il Gruppo 63 entra infatti a far parte della manifestazione organizzata presso la Sala Scarlatti del Conservatorio di Palermo dalle Settimane Internazionali di Nuova Musica, fondate da Francesco Agnello e Antonino Titone, a sancire fin da subito un’alleanza tra arti sorelle che sarà uno dei segni distintivi del movimento: interartisticità e transmedialità, rottura radicale con i vecchi modi di scrivere e comporre, di comunicare e consumare arte in una società ormai interamente dominata dal mercato e dai sistemi di comunicazione di massa. Nei ricordi di tutti i protagonisti di quelle febbrili giornate, il Gruppo si forma spontaneamente attraverso gli «incontri tra amici per condividere il lavoro e progettarne il senso: Balestrini, Manganelli, Pagliarani e altri occasionali. Ci riunivamo per verificare i testi in formazione, fare progetti, esplorare teorie, scambiarci libri, e soprattutto per incoraggiate la nostra differenza dall’uso corrente della letteratura». Era, nei ricordi di una delle sodali più fedeli e presenti nel Gruppo, Carla Vasio, la ricerca di un nuovo stile, la sperimentazione di nuovi linguaggi, con l’incertezza propria di ogni ricerca ma la determinazione a battere nuove strade. Trasgressioni, superamenti, intersezioni inusitate, tutto spingeva nella direzione di un primato del linguaggio, della forma, con risvolti sul piano sociale nella negazione dei valori dominanti neocapitalisti e in una carica rivoluzionaria che avrebbe incrociato di lì a poco i movimenti studenteschi del 1968. Come si diceva, contrassegno del Gruppo è la sua composizione varia: attorno al primo nucleo di novissimi – Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Antonio Porta – si vanno raccogliendo altri poeti, narratori e intellettuali che da ora in poi graviteranno stabilmente attorno al movimento neoavanguardista: Guido e Angelo Guglielmi, Renato Barilli, Umberto Eco, Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli. Ai convegni del Gruppo 63 il numero di artisti invitati a partecipare a eventi di letture pubbliche di testi cresce e si allarga: i nomi sono quelli delle più importanti e significative voci del panorama artistico e letterario della seconda metà del Novecento: Luigi Malerba, Carla Vasio, Francesco Leonetti, Franco Lucentini, Germano Lombardi, Augusto Frassineti, Massimo Ferretti, Mario Spinella, Raffaele la Capria, Giorgio Celli, Emilio Tadini, Giulia Niccolai, Giancarlo Marmori, Gian Luigi Piccioli e molti altri tra cui i tre scrittori palermitani fondatori della cosiddetta Scuola di Palermo, Michele Perriera, Gaetano Testa e Roberto Di Marco. A molti di questi nomi gli studiosi che figurano in questo volume per celebrare i Sessant’anni del Gruppo 63 hanno dedicato un contributo di riflessione critica che si è andato situando in una delle quattro sezioni che costituiscono quattro linee di sviluppo tematico: Moltiplicazioni, Resti, Addizioni & Sottrazioni, Numeri primi. Moltiplicazioni è la linea di ricerca che si è riproposta di indagare gli intrecci, gli esperimenti visuali, verbovisivi, pittorici o iconotestuali messi in campo dalla neoavanguardia, come suo contrassegno specifico, nei campi letterario, filmico o musicale. Vi hanno aderito Andrea Cortellessa, Arianna Agudo, Cecilia Bello Minciacchi, Chiara Canali e Roberta Coglitore. Dopo l’ampia e particolareggiata rassegna delle poetiche e delle linee di sperimentazioni del Gruppo 63 svolta da Cortellessa, sono seguite due relazioni su Nanni Balestrini. L’una, ad opera di Agudo, ha proposto una lettura delle modalità operative della categoria del ‘possibile’, in rapporto con il pensiero di Gilles Deleuze, l’altra ha rintracciato le fasi aurorali del Tristano, nella intersezione tra le parole dello scrittore e le immagini di Giosetta Fioroni, rivelandone le intime comuni ascendenze. Così, ripercorrendo millimetricamente la struttura della Quartina per Giosetta, l’iconotesto Tutt’a un tratto una ragazza, dove il testo verbale di Balestrini illustra la controparte visiva di Fioroni, e l’inedito dattiloscritto Un cuore provvisorio della prima metà degli anni Sessanta, Bello Minciacchi vi riconosce le spie filologiche di una derivazione genetica del Tristano, identificando la finalità dello sperimentalismo decostruttivo e antiletterario di Balestrini nel rifiuto della trama del romanzo e nella supremazia della forma e della struttura. Ai contatti embrionali tra l’avanguardia musicale di Nuova musica (Berio, Stockhausen, Nono, Cage, Boulez) e l’esperienza neoavanguardistica si è rivolta, invece, Canali, sottolineando le forti interferenze tra le poetiche del Gruppo 63 e l’ambiente musicale che si sperimentava in centri quali Milano, Palermo e Roma. L’apertura interdisciplinare e l’atteggiamento critico-fenomenologico delle due riviste «Incontri musicali», fondata da Berio, e il «verri», da Anceschi, favoriscono la conoscenza delle ultime novità provenienti dall’America e da Darmstadt, quali il serialismo integrale di Boulez e la scossa aleatoria di Cage; il ruolo svolto dallo Studio di Fonologia, dove l’esperienza speculativa dell’opera aperta di Umberto Eco incontra quelle di Berio; e ancora le collaborazioni tra Pagliarani e Paccagnini, Balestrini e Nono, Sanguineti e Berio, danno conto degli intensi scambi e contatti alla fine degli anni Cinquanta tra avanguardia musicale e avanguardia letteraria. Chiude la prima sezione di contributi la relazione di Roberta Coglitore su Verifica incerta, l’innovativa sperimentazione del film del pittore e artista Gianfranco Baruchello e del fotografo e film-maker Alberto Grifi, proiettato in occasione del terzo convegno del Gruppo 63. Coglitore ne analizza la inusuale composizione riconoscendovi l’inizio di una nuova pratica artistica e una nuova forma di comunicazione di massa. Al centro di un acceso dibattito che si estendeva fino a coinvolgere il senso complessivo del Gruppo 63 – se interpretarlo come fase epigonale delle avanguardie o, al contrario, come genesi aurorale del postmoderno – la proposta dissacrante di Verifica incerta fu accolta subito da Umberto Eco come l’esempio di una nuova sintassi combinatoria dell’opera d’arte destinata a sconvolgere le attese del pubblico con i suoi schemi a-narrativi, la spersonalizzazione dei personaggi, le combinazioni verbo-visive e il ricorso a procedimenti di decostruzione, discontinuità, frammentazione e ricorsività. Di grande interesse è l’avere messo a fuoco il ruolo di Eco, già autore di Opera aperta (1962) e di Apocalittici e integrati (1964), e nell’avere colto l’elemento di rottura di Verifica incerta nella ricodificazione del sistema delle attese del pubblico legando il carattere innovativo dell’opera alle nuove soglie percettive nell’epoca delle comunicazioni di massa. Resti, la seconda linea di ricerca, ha voluto mappare, registrare e illustrare lo stato dell’arte degli archivi e delle carte dei membri del Gruppo 63 conservate in diversi centri studi (universitari e non). Ne è sorto un quadro variegato che mostra come molti scritti sono stati censiti e studiati ma molto resta ancora da fare. È il caso degli archivi di Germano Lombardi, Luigi Malerba e Carla Vasio a cui si sono rivolti i contributi rispettivamente di Federico Francucci, Enrico Sinno e di Marcello Sessa. Lo scavo filologico operato da Francucci sul corpus delle carte di Barcelona, Il confine e Cercando Beatrix mostra quanto ancora ci sia da conoscere nell’opera dello scrittore ligure tutta fondata sulla poetica dello sguardo, e quanto ci sia da far conoscere promuovendone il ritorno al pubblico dei lettori in una nuova veste editoriale. A Luigi Malerba, autore dell’atto unico Qualcosa di grave, scritto in occasione delle Giornate Internazionali della Nuova Musica, il 3 ottobre 1963, è dedicato il saggio di Sinno, che indaga sulle varianti d’autore dei romanzi Il serpente (1966) e Il protagonista (1973), mentre all’opera poetica e in prosa di Carla Vasio è dedicato il saggio di Marcello Sessa. La terza linea di ricerca, Addizioni & Sottrazioni, ha voluto evidenziare e valorizzare l’effetto aggregante delle riviste della neoavanguardia, e non solo, della consuetudine alle riunioni di gruppo che erano sessioni di pura sperimentazione artistica. Sodalizi e affinità intellettuali, quali ad esempio quelle tra Giorgio Manganelli e Achille Perilli, nacquero in tali contesti di proficui incontri e scambi. I contributi di Sara Gregori, Samuele Maffei, Salvatore Laneri, Emiliano Ceresi e di Chiara Portesine, infatti, gettano luce su una serie di personalità artistiche, di narratori e poeti che in vario modo frequentarono i luoghi e i convegni del Gruppo 63, condividendo progetti, letture, idee, linee sperimentali di ricerca. Tra questi, il Gian Pietro Lucini recuperato da Sanguineti, curatore tra il 1969 e il 1975 di Revolverate e Nuove Revolverate, il Gruppo 93 formato da Mariano Bàino, Biagio Cepollaro, Lorenzo Durante, Giovanni Fontana, Marcello Frixione, Tommaso Ottonieri e Lello Voce. Maffei ne indaga i rapporti di continuità e di rovesciamento, anche parodico, delle poetiche del Gruppo 63, giocati sul filo del comune archetipo leopardiano. Affinità e analogie di gusto sono quelle tra Manganelli e Arbasino ripercorse da Ceresi e ricondotte alla comune passione per il critico americano Edmund Wilson all’origine di tanta parte del loro immaginario poetico. Limitrofo rispetto al sodalizio della Scuola di Palermo, la dolorosa parabola esistenziale e poetica di Crescenzio Cane è tracciata da Laneri, tra iniziali prossimità al Gruppo 63 e finali distanziamenti nella scelta di aderire all’Antigruppo a partire dal 1968, traiettoria maturata anche sul piano della differenza tra i circuiti proletari all’interno dei quali scorre la poesia di Cane e quelli borghesi dei protagonisti del Gruppo 63. Una distanza che si riassume nelle parole di Cane in un ciclostile del 1971, «una guerriglia artigianale contro la massificazione del sistema capitalista dell’industria culturale». Assai presente nella cerchia dei Novissimi e nella vita culturale del Gruppo 63, lo scienziato umanista Giorgio Celli è indagato da Chiara Portesine attraverso una capillare analisi che rintraccia proprio nel Parafossile (1967) tutti i contrassegni più espliciti dello sperimentalismo dei Novissimi, quali la espropriazione dell’io narrante, il trattamento della temporalità del romanzo e la commistione dei generi. Ultima linea di ricerca, Numeri primi, accoglie le riflessioni di Tommaso Ottonieri, Luigi Weber e Michele Farina rispettivamente su Massimo Ferretti, Emilio Tadini e Luigi Malerba, scrittori vicini per sensibilità e procedimenti artistici alla neoavanguardia ma, a parte Malerba, ancora da riscoprire, estranei come sono alle direttrici tradizionali e maggioritarie della letteratura novecentesca. L’esuberanza compositiva, decombinatoria ed espansa, dell’anti-romanzo di Ferretti, Il Gazzarra (1965), è da Ottonieri messa al centro di un’accurata analisi che ne rivela, complici anche l’avantesto autodescrittivo anteposto al romanzo (Dichiarazione) e la bellissima lettera di Antonio Porta all’autore dell’opera, (pubblicata per gentile concessione della vedova), la natura di pastiche, labirintica, in bilico tra narratività e performance teatrale, riconducendola ai suoi archetipi più naturali, sterniani e folenghiani. Al centro di una costellazione letteraria che va da Faulkner a Simon, scarsamente riconosciuto dai critici della neoavanguardia, Emilio Tadini con il suo Le armi l’amore (1963) è scandagliato dall’acuta e convincente analisi di Luigi Weber, non nuovo alla critica del romanzo sperimentale del Novecento, il quale ne rintraccia la struttura antiromanzesca e le tangenze con gli scritti di critica visiva dello stesso scrittore. Pittore, poeta, narratore, critico d’arte, Tadini e la ‘vocazione scopica’ della sua scrittura sono messi al centro delle plurime tangenze esercitate dagli scrittori angloamericani – Joyce, Faulkner, Lowry – e dal nouveau roman. Al Malerba critico di Strategie del comico, questa volta, e non al narratore sono dedicate le articolate riflessioni di Michele Farina che situa lo scrittore all’interno di una mappatura tra le eredità della Neoavanguardia e le nuove schiere di scrittori. A questa ricca costellazione artistico-letteraria il volume che qui si presenta aggiunge due ulteriori contributi – di Salatore Ferlita e di Giovanna Lo Monaco – entrambi focalizzati sulla Scuola di Palermo costituita agli inizi del 1963, qualche mese prima della nascita ufficiale del Gruppo 63, da Michele Perriera, Gaetano Testa e Roberto Di Marco. L’antologia, La scuola di Palermo, diventa il fulcro della sperimentazione narrativa e dell’eversione linguistica dei tre narratori che testimoniano di una città che sul piano artistico, musicale, letterario e teatrale ribolliva di ricerca sperimentale, di avanguardia, di uno spazio “mentale” sofisticato e autoironico, desideroso di percorrere piste nuove e inusitate. Ricordo doveroso, questo dedicato al fermento progettuale che animava la città di Palermo, che consente di ricostruire attentamente l’atmosfera culturale della città con le sue Settimane internazionali di nuova musica nate per iniziativa di Nino Titone, Paolo Emilio Carapezza, Roberto Pagano e Francesco Agnello, tutti quanti promotori del Gruppo universitario della nuova musica, dove era possibile ascoltare nuovi emergenti artisti quali Ligeti, Evangelisti, Clementi, Pousseur, Donatoni, Nono, Stockhausen, Berio, Bussotti, Kagel, Chiari, Schnebel, Feldma, Sciarrino. Il clima di fervido rinnovamento delle forme espressive che si avvertiva al principio degli anni Sessanta è rievocato, infine, dal contributo di Giovanna Lo Monaco che mette a fuoco la rete di contatti e di relazioni tra Perriera, Testa, Di Marco e le più avanzate linee dell’avanguardia artistica contemporanea. Ne è testimonianza la rivista «La prova», nel cui primo editoriale emerge la vocazione al rinnovamento delle forme artistiche dei tre fondatori. La rivista, infatti, non rappresentò soltanto una iniziativa culturale indipendente nella Palermo del tempo, essa fu la testimonianza di un legame già avvenuto, nella località siciliana, tra l’avanguardia letteraria e quelle musicale e pittorica, che verrà confermato dall’iniziativa immediatamente successiva, ovvero dalla ben più nota «Collage», nata nel 1962 come rivista ‘parlata’ nei locali della libreria Flaccovio di via Maqueda prima di diventare rivista cartacea l’anno dopo. Sono queste le tracce dei rapporti strettissimi tra i tre della Scuola di Palermo e i novissimi prima, e il Gruppo 63 subito dopo, a riprova dell’intimo intreccio di percorsi sperimentali che allora si respirava, e di una straordinaria temperie culturale congeniale alla rivoluzione dei procedimenti artistici. Completa il volume una conversazione tra Andrea Cortellessa, il critico che a più riprese e con estrema intelligenza e brillantezza ha seguito le vicende del Gruppo 63, del romanzo sperimentale e di alcuni fra i suoi maggiori esponenti, e lo scrittore palermitano Giorgio Vasta, tra le voci contemporanee, certamente, quella che ha più riflettuto sulla relazione/ scollamento tra la parola e l’immagine, realizzando opere che potremmo a buon diritto chiamare fototesti, Absolutely nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt Books, 2016) e Palermo. Un’autobiografia nella luce (Humboldt Books, 2022). La conversazione tra i due si articola intorno alle questioni fondamentali che erano già state al centro della riflessione teorica e della sperimentazione concreta della neoavanguardia nella relazione intermediale tra fotografia e letteratura, e cioè la finzione, la dislocazione, gli slittamenti che la seconda ha appreso dalla prima. In questo senso, Vasta sembra avere raccolto uno dei contrassegni più distintivi della rottura sperimentale degli anni Sessanta, l’autonomia del linguaggio: «Se dovessi dire qual è per me il cuore del letterario direi che ha a che fare esattamente con questo: le parole costruiscono incontri che fuori del linguaggio sono impossibili; il linguaggio ha una sua autonomia, una sua presunzione, una sua prepotenza che rendono quasi secondaria la cosiddetta realtà». Sulla sostanza e sulla ricchezza degli scritti qui raccolti almeno due considerazioni si possono trarre. La prima è che la stagione della critica non è affatto tramontata. Le due generazioni di intellettuali e scrittori che hanno contribuito al volume testimoniano la vitalità di un discorso critico erede della più raffinata stagione del Novecento; la seconda è che molte opere semisconosciute meriterebbero finalmente di incontrare nuovi lettori capaci di apprezzare la carica trasgressiva e innovativa di linguaggi e forme artistiche in rottura con le tendenze dell’arte coeva. Sarebbe una sfida e una promessa di qualità.
Ambra Carta insegna Letteratura italiana presso l’Università di Palermo. Tra i suoi lavori più recenti: Un caso esemplare. Primo Levi autore multimediale (Carocci 2025), Leggere, rileggere, riscrivere. La sfida dei classici per Giorgio Manganelli, (Loescher, 2024), ‘Rapidità’ o di una visione della letteratura (ho theológos, 2022).
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