venerdì 4 aprile 2025

Lettere da Atlantide | Atlantide in Irlanda

 
Nel 2025 Atlantide compie i suoi primi dieci anni. In questi giorni ci incontriamo in redazione un po’ increduli e molto grati: il nostro catalogo si fa sempre più vasto, il numero dei libri aumenta e così quello dei lettori più fedeli e di chi invece ci scopre per la prima volta. Davanti a una tappa tanto significativa ci ritroviamo spesso a cercare collegamenti, inseguire tragitti, scoprendo i modi sempre diversi in cui i nostri libri si parlano tra loro. Una delle connessioni più nitide è senz’altro quella che lega la nostra casa editrice a una piccola isola bagnata dall’Atlantico, sferzata da mitologie antiche e da un fermento culturale unico nel proprio genere. L’Irlanda si è imposta prestissimo sui nostri scaffali: Anne Griffin con il suo Quando tutto è detto ha conquistato per prima l’affetto (e le lacrime) di moltissimi lettori, per poi replicare con i successivi Ancora in ascolto e L’isola della nostalgia. La nostra collana classica ha accolto i racconti di Wendy Erskine nel suo esordio Dolce casa, che l’ha proclamata maestra della narrativa breve (un piccolo spoiler: a breve arriverà il suo primo romanzo!). È stato poi il turno dello struggente Le voci non si fermano di Olivia Fitzsimons (anche qui: tenetevi pronti a una piccola sorpresa), e del lirico e immaginifico L’affetto di una strega di Emer Martin. Da poco in libreria trovate anche l’ultimo arrivato, Rainsongs. Canti di pioggia di Sue Hubbard, stavolta firmato da un’autrice britannica che però all’Irlanda dedica pagine incantate e una storia di rara potenza sui temi del lutto e della rinascita. A Blu Atlantide, la nostra collana più contemporanea, appartengono invece Tempi eccitanti e La coppia felice di Naoise Dolan, ormai affermatasi come una delle scrittrici irlandesi più importanti di oggi: il 10 aprile sarà ospite dell’iconico MIU MIU Literary Club a Milano, se siete da quelle parti non perdetevela! Chiude la rassegna, per ora, Le alternative di Caoilinn Hughes, un romanzo di idee e sorellanza che fonde con ingegno follie collettive e abissi individuali, facendoci dono di quattro figure femminili indimenticabili.
Se nel corso di questo tragitto vi siete persi, niente paura: abbiamo preparato per voi una mappa che vi aiuti a esplorare e orientarvi al meglio tra gli insediamenti atlantidei sull’isola di Smeraldo.



Con le Edizioni Sartoria Utopia le presentazioni di primavera!

 

Sabato 12 aprile, alle 17.00, le sarte utopiche Francesca e Manuela presenteranno l'antologia Antenate II presso Elsa Libreria Creativa, Via Rota 11, Monza.


Tornano a furor di popolo le Porte aperte utopiche, un appuntamento immancabile per le amiche e gli amici che vogliono acquistare i nostri libri direttamente là dove essi vengono concepiti e prodotti!
Troverete ad attendervi l'Erbario femminile di Silvia Salvagnini e tutte le altre nostre edizioni schierate per l'occasione.
Quel giorno sarà anche possibile tesserarsi all'associazione culturale Sartoria Utopia. La tessera ha un costo di 15 euro e dà diritto a una serie di agevolazioni:
– sconto del 20% sul primo acquisto dell’anno, che potrete fare  direttamente durante le Porte aperte utopiche
– sconto di 10 euro sui laboratori promossi da Sartoria Utopia nell’anno in corso.
Vi aspettiamo domenica 13 aprile, dalle 12 alle 19, in zona NoLo a Milano (le indicazioni vi saranno fornite in fase di prenotazione). Per partecipare scrivete a info@sartoriautopia.it


Il nuovo libro di Silvia Salvagnini, Erbario femminile, è un testo dirompente e sfaccettato che può essere letto con molti sguardi diversi, come un diamante di cui si possono sempre scoprire nuovi riflessi. Una raccolta di poesie su piante e fiori dei quali la scrittura di Silvia restituisce tutta l’indisturbata sensualità e una dolcezza contemplativa che rimanda a versi non così consueti nel panorama italiano e attuale. 
Erbario femminile sarà presentato martedì 15 aprile, alle ore 18.30, da NOI libreria, in Via delle Leghe 18, Milano e mercoledì 16 aprile, alle ore 18.30, da Elsa Libreria Creativa, Via Carlo Rota 11, Monza.
Durante entrambi gli incontri Silvia Salvagnini dialogherà con Francesca Genti. 

August Strindberg - LIBRI BLU - Carbonio

 
August Strindberg
LIBRI BLU
(titolo originale Blå böcker, 1907; 1908; 1912)
traduzione dallo svedese e introduzione di Franco Perrelli
Carbonio editore
collana Origine / 17
aprile 2025
pp. 288, € 18,50
ISBN n/d


Chi voglia verificare l’esito della mia lunga e mutevole esistenza può cominciare a leggere il Libro blu, che ne è la Sintesi”.
Così scriveva August Strindberg nel 1909 riferendosi al primo dei quattro volumi che compongono la serie dei Libri blu, pubblicata tra il 1907 e il 1912, anno della sua morte. 

Il corpus, che può considerarsi a ragione il testamento spirituale, spiazzante e travolgente di Strindberg, si dipana in oltre 650 brani, abbracciando ben 18 discipline – filosofia, psicologia, religione, arte ed estetica, letteratura, storia, filologia, matematica, botanica, zoologia, astronomia, meteorologia, fisica, medicina, geologia, mineralogia, occultismo. 
Parallelamente, pagina dopo pagina, scorrono i tormenti esistenziali dello scrittore e drammaturgo svedese: i traumi familiari mai superati; le relazioni difficili con le donne e la conseguente, invadente, misoginia; l’intolleranza verso le convenzioni borghesi. 
Affondi autobiografici, regolamenti di conti e slanci visionari si alternano senza sosta sia a teorie eccentriche, ipotesi antiscientifiche, affermazioni scandalosamente assolute, sia a intuizioni geniali, paradossi illuminanti, analisi psicologiche sagaci.
A dispetto della programmatica sovversione del sapere che caratterizza la serie dei Libri blu, è tuttavia proprio con quest’opera caleidoscopica – cantiere di idee radicali, zibaldone sublime sull’umanità più varia, stream of literary genres – che Strindberg ambisce a “raddrizzare, completare e cancellare” tutto quanto ritenga storto e perverso nella sua epoca. 
La presente antologia comprende circa un terzo dell’intero corpus dei Libri blu, privilegiando i passaggi più leggibili per qualità letteraria e rigore speculativo. 
L’esito è quello di una restituzione piena dell’essenza di questa serie poderosa, offrendo per la prima volta al lettore italiano l’opportunità di conoscere August Strindberg come mai avvenuto in precedenza.
Nei Libri blu, la parresia furiosa dell’autore svedese svetta in tutta la sua magnificente contraddittorietà, trovando in Franco Perrelli – studioso dell’opera di Strindberg di caratura internazionale, tra i più brillanti e alacri, e unico italiano ad aver vinto, nel 2014, lo Strindbergspris, il prestigioso riconoscimento assegnato dalla Società Strindberg di Stoccolma – un interprete gigantesco al punto di concedersi talvolta una certa ruvidezza, segno di una dialettica golosa e rivelatrice tra lui e l’autore svedese che dura da oltre cinquant’anni.  
Ci si può benissimo chiedere: quando mai ha ragione Strindberg? E ci si può tranquillamente rispondere: quasi mai; eppure c’è qualcosa che ci riguarda nell’erranza irriguardosa e incauta del suo pensiero, in quell’insistito mettere in discussione l’ovvio o il condiviso, in quel gusto della contraddizione e del paradosso più scandaloso....
Accostarsi al corpus dei Libri blu significa beneficiare di sollecitazioni imprescindibili per capire sia quel periodo cruciale sospeso fra positivismo e spiritualismo, che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento ai primi del Novecento, sia le avanguardie artistiche sorte subito dopo. Ma i tumulti che scaturiscono dall’opera sono anche quelli della nostra contemporaneità e ciò rende l’operazione di indubbia autorevolezza editoriale anche un’esperienza culturale viva e pulsante.

Un estratto

In Goethe, avevo letto come una volta intendesse scrivere un Breviarium Universale ovvero un’Edificazione per credenti di tutte le religioni. Nelle Miniature storiche [Historiska miniatyrer, 1905], avevo cercato di scoprire il piano di Dio nella Storia Universale e avevo inquadrato il Cristianesimo in questa prospettiva, a partire da Israele, tuttavia commettendo probabilmente l’errore di porgli a fianco le altre religioni, che stanno invece al di sotto. Passò un anno, e fui indotto da altre sollecitazioni a scrivere un Breviarium alquanto aconfessionale, parole di saggezza per ogni giorno dell’anno. Raccolsi quindi i Libri Sacri di tutte le religioni, per trarre da essi un “motto” su cui scrivere. Ma ecco che questi libri non si schiudevano! Veda, Zend, restavano chiusi e non restituivano motto; soltanto il Corano ne rendeva, uno, ma leonino (cfr. Penitenti [1, 32])! Allora decisi di mutare i miei progetti e di scrivere un libro di saggezza puramente pratica sugli uomini e intitolarlo Herbarium Humane. Ma lasciai cadere, intimorito dal grande proposito e dal piano immaturo. Arriviamo così al 15 giugno 1906. Quella mattina in cui, passeggiando, per la prima volta ho visto il tram n. 365. Fui colpito dal numero e pensai alle 365 pagine che avrei dovuto scrivere. Scesi quindi per una stradina stretta; un carretto procedeva al mio fianco e recava un vessillo rosso, quello che segnala esplosivi. Il carretto mi seguiva di fianco e cominciò a irritarmi. Allora, per distogliermi dal vessillo degli esplosivi, guardai in cielo, ed ecco! Il mio sguardo incrociò, ostentatamente, un colossale vessillo rosso (quello inglese). Guardai giù daccapo, e una signora vestita di nero con un cappello rosso fuoco tagliò la strada. Aumentai il passo e, all’improvviso, mi ritrovai di fronte la vetrina d’una cartoleria, dove si esibiva un avviso, scritto a lettere dorate: Herbarium. Va da sé che tutto questo m’impressionò, e quindi presi la decisione, avrei approntato la mia santabarbara, che sarebbe così diventata il Libro blu. Sarebbe passato un anno, lento, penoso. La cosa più notevole che accadde fu la seguente. In teatro si cominciò a provare il mio dramma Un sogno e, contemporaneamente, avvenne un cambiamento nella mia vita d’ogni giorno. La mia serva si licenziò, la casa andò in malora; cambiai sei serve in quaranta giorni, una peggio dell’altra. Alla fine dovetti rigovernare, apparecchiare e riscaldare da me; mangiare porcherie di trattoria – in una parola, dovetti soffrire quanto di più amaro la vita riservi, senza comprenderne la ragione. Una mattina, durante questo periodo di quaresima, passai davanti a un negozio e in vetrina scorsi un arazzo, che mi colpì mandandomi in estasi. Nel disegno del tessuto credetti di vedere il mio Sogno, più su, il Castello che cresce; giù, l’isola verdeggiante sovrastata da un arcobaleno e le cime alpine illuminate dal sole; più sotto, il mare che rispecchia le stelle e, rampante, un grosso verde drago marino; e giù ancora, sul bordo, una fila di croci uncinate, svastiche, che significano fortuna o prosperità! Ma era solo la mia interpretazione, l’artista aveva inteso altro, diversamente. Arrivò allora la prova generale di Un sogno. Il dramma era stato scritto sette anni prima, dopo quaranta giorni di sofferenze continue, fra le più dure che abbia mai affrontato. E adesso avevo attraversato egualmente quaranta giorni continui di fame e patimenti. Così mi feci l’idea che esistesse un codice occulto di pene prestabilite. Mi veniva da pensare ai quaranta giorni del Diluvio Universale, ai quarant’anni di Peregrinazioni nel Deserto, ai quaranta giorni di digiuno di Mosè, Elia e Cristo. Il Diario descrive le mie impressioni in questo modo48. “Brilla il sole… nel mio spirito regna una certa rassegnata incertezza. Mi chiedo se non sopraggiungerà una catastrofe a bloccare il dramma, che forse non si dovrebbe rappresentare. Certo dell’umanità ho parlato bene, ma voler dare consigli a chi governa l’ordine universale è presunzione (forse bestemmia); aver svelato la relativa vanità della vita (buddismo), le sue folli contraddizioni, la sua cattiveria e il disordine, può appunto essere approvato se agli uomini dà rassegnazione; aver mostrato la relativa (?) innocenza degli esseri umani in questa vita, che di per sé comporta la colpa, forse non è un male… eppure… Comunicazioni per telefono dal teatro: Come andrà è nelle mani di Dio. – Lo penso anch’io! rispondo, e mi chiedo se si debba rappresentare il dramma. (Credo che le Alte Potenze abbiano già deciso, come pure l’esito della prima, se si terrà).

Scrittore, drammaturgo, poeta, Johan August Strindberg (1849-1912) è uno dei più grandi autori scandinavi di tutti i tempi.  Nato a Stoccolma dall’unione di un piccolo commerciante e una cameriera, per l’intera vita Strindberg patì il dislivello di classe tra i genitori, così come la fine dei suoi tre tempestosi matrimoni. Tra le sue opere più note: Maestro Olof (1871), La Sala rossa (1879), Il figlio della serva (1886), L’arringa di un pazzo (1887-’88), La signorina Giulia (1888), Il sogno (1901).
Per i tipi di Carbonio è uscita la “Trilogia della solitudine” (Solo, La festa del coronamento, Il capro espiatorio), sempre tradotta e curata da Franco Perrelli.

Professore ordinario di Discipline dello Spettacolo, Franco Perrelli (Venezia 1952) ha insegnato per ventuno anni presso il DAMS dell’Università di Torino – dove ha fondato il Centro Studi Teatro Nordico – e poi Estetica all’Università di Bari, fino al pensionamento.  Nel 2009, è stato insignito del Premio Pirandello per la saggistica teatrale.  È autore di August Strindberg. Sul dramma moderno e il teatro moderno (1986), August Strindberg. Il teatro della vita (2003), Strindberg. La scrittura e la scena (2009), Strindberg l’italiano. 130 anni di storia scenica (2015), On Ibsen and Strindberg. The Reversed Telescope (2019). Ha curato e tradotto Drammi borghesi, il Meridiano Mondadori dedicato a Henrik Ibsen (2024). 

Luciano Canfora - IL FASCISMO NON E' MAI MORTO - Edizioni Dedalo

 
Luciano Canfora
IL FASCISMO NON E' MAI MORTO
Edizioni Dedalo
collana Nuova Biblioteca Dedalo
gennaio 2024
pp. 96, euro 13
ISBN 9788822063502


Ciclicamente rispunta una teoria autoconsolatoria che sentenzia: il fascismo è finito in un preciso giorno di 79 anni fa. Per chi abbia familiarità con i tempi lunghi della storia, questa appare però, senza eccessivo sforzo mentale, come una sciocchezza. 
E basterebbe del resto la cronaca del settantennio che abbiamo alle spalle per convincersi della vacuità di una tale teoria. 
Lo riprova inoltre quotidianamente la cronaca, che certo non ci rallegra: tanto più che - come un secolo fa - non si tratta di una questione solo italiana. 
Del resto, tutte le principali forze politiche del Novecento, dai cattolici ai neoliberali, passando per i socialisti, vivono, uguali e diverse, e variamente denominate, nel nuovo secolo. La partita, a quanto pare, è ancora aperta.
 
Un estratto
«Questa spazzatura non piace a noi nazisti»: così si esprime a proposito degli ebrei il ministro dell’Economia del neo-atlantico governo finlandese, Wille Rydman («Corriere della Sera», 31 luglio 2023, p. 13).
Effettivamente la Finlandia era da poco entrata nella famiglia della Nato tra fanfare e singulti di giubilo, quando, il 20 giugno scorso, è sorto il nuovo governo, compattamente di destra. Pilastro del nuovo esecutivo è il partito ultras dei “Veri Finlandesi” (si chiama così), di cui il trentasettenne Rydman è autorevole esponente.
Altri due ministri, anch’essi afferenti ai “Veri Finlandesi”, si erano illustrati in sortite analoghe ed erano stati pudicamente pregati di dimettersi.
Rydman, che ha un orizzonte mentale vasto, si esprime “a tutto campo”: per esempio, parla dei cittadini del Medio Oriente come di “scimmie”. Non è del tutto originale in questo conato di pensiero: già il ministro leghista dell’attuale governo italiano Roberto Calderoli aveva, anni addietro, definito la deputatessa Cécile Kyenge, di origine africana, un «orango». Lessico povero, idee primitive.
Il 7 luglio 2023 (p. 15) il «Corriere della Sera» informava i lettori del “boom elettorale” di Alternative für Deutschland in elezioni locali tedesche. E definiva quel partito: «xenofobo, antisemita e vincente».
Nell’edizione romana dello stesso giornale (29 luglio, p. 5) appariva una figura (assente da altre cronache e dai quotidiani a tiratura nazionale): “Miss Hitler”. La quale, insieme ad «altri nazisti» rischierebbe, a quanto si vocifera, un processo a causa dei loro «deliri antisemiti» sui social. Certo, la Finlandia è più avanti.
Ancora il «Corriere della Sera», che non trascura l’informazione, rese noto il 25 maggio 2022, a proposito del fondatore dell’ucraino “battaglione Azov”, che «le tracce del suo passato sono state cancellate dal Web»: si trattava – precisava il giornale – del suo «neonazismo» (p. 9).
Il battaglione atlantico (Letta-Gasparri-Tajani) aveva fatto del battaglione Azov una bandiera. Si intende: del «mondo libero» (la gag è tornata di moda).
E il 6 luglio 2023 il sempre vigile corrispondente dal fronte per il «Corriere», Lorenzo Cremonesi, apriva con le seguenti parole una breve corrispondenza da Kiev: «Era inevitabile che la guerra riportasse alla ribalta i gruppi più estremisti della destra nazionalista ucraina». E soggiungeva: «che adesso si coniuga con il malcontento dei reduci» (p. 14).
E raccontava, lamentando di avere informazioni confuse, un episodio avvenuto il giorno prima: attivisti di estrema destra avevano fatto esplodere bombe nel tribunale della capitale per boicottare il processo ad un personaggio illustratosi nell’«assalto al Parlamento» nel 2015. Insomma un clima da Esprit des Lois. E vista la familiarità di costoro col fuoco come mezzo di comunicazione politica, segnaliamo il gesto compiuto lo scorso 12 dicembre dal deputato della destra polacca Braun: armato di estintore, egli ha spento la Menorah ebraica accesa nei corridoi del Parlamento di Varsavia additandola come simbolo «satanico».
***
È ben noto che la categoria di “fascismo” può essere dilatata a dismisura fino a coincidere con un’altra categoria onnivora (“totalitarismo”), cioè fino a non significare più nulla. Non è superfluo addurre esempi di tale vano modo di procedere. Il più sintomatico, nella sua serena fatuità, è forse quello di Waller R. Newell (classe 1952, docente di Scienze politiche a Ottawa) il quale, nel suo molto strombettato Tyrants prontamente tradotto in Italia (2016) fornisce il seguente elenco di fascismi: «Tutti i nazisti e i bolscevichi erano fascisti (sic)»; e poi propina anche una manciata di nomi: «Salazar, Somoza, tutti i nazionalisti arabi, Mubarak, Assad, l’Unione Sovietica» (p. 303).
Il tutto è beninteso farcito nella accogliente categoria dei “tiranni”. E, a questo punto, il lettore scopre che si tratta di una galleria immensa: Gerone di Siracusa, Francisco Franco, Alessandro Magno, Napoleone, Luigi XIV, Kemal Atatürk, Cesare, tutti i Tudor (pp. 15-17). Se non abbiamo visto male manca la finta nonna di Cappuccetto rosso.
Non riusciamo a tener dietro a questa pirotecnica carrellata: la “lista” di Leporello che cataloga le avventure di Don Giovanni è ben più breve e più asciutta.
Frutto della dominante cultura anglosassone, questo libro si liquida da sé medesimo. Noi però ne trarremo spunto (e perciò lo abbiamo dissotterrato) al solo fine di rendere meglio chiaro che si può seguire una strada del tutto diversa.
Giova studiare in particolare uno specifico fenomeno storico. Nel caso che qui interessa si tratta del fascismo. Lo si può fare se si ha consapevolezza che esso ebbe specifiche radici e una vicenda sua peculiare, ma, al tempo stesso, anche una larga irradiazione, sorretta da un crescente (per oltre un decennio) favore internazionale. Attrasse nella propria orbita altri movimenti che, nei loro Paesi, avevano pur essi radici proprie.
E, ben oltre il suo crollo politico e militare, ha continuato a innervare un dibattito storiografico, e soprattutto politico, talmente vivo da renderlo, a sua volta, parte della realtà politica: nella seconda metà del Novecento e oltre. Non è uscito di scena. Come è normale per un movimento sconfitto, ha operato dietro la scena.
***
Torniamo alla vicenda italiana: crisi, agonia e fine della Repubblica creata dai partiti che con essa perirono. È una vicenda a suo modo lineare: ha inizio con la loro collaborazione nonostante le forti (allora) differenze culturali e ideali e termina quando quelle differenze si erano di molto attenuate e si profilava una forma di rinnovata collaborazione. Fu stroncata con la liquidazione di Aldo Moro.
Seguirono gli anni della lunga agonia fino all’autoscioglimento di quei partiti.
Le forze esterne che vietavano il riproporsi della collaborazione partitica «resistenziale» disponevano di un “braccio armato”. Tale fu il terrorismo: quello di destra (“nero”) praticava le stragi indiscriminate (da piazza Fontana a Milano nel 1969 alla stazione di Bologna nel 1980, passando per piazza della Loggia a Brescia e l’attentato all’Italicus nel 1974, ecc.), quello sedicente di sinistra (Brigate rosse) puntava su bersagli individuali.
Nella liquidazione di Moro i sedicenti “rossi” furono la manovalanza, mentre la Loggia P2 in stretta collaborazione con i “servizi” USA e i nostri “servizi deviati” faceva fallire la liberazione dell’ostaggio.
Il PCI condannò e combatté i sedicenti “rossi”. Il Movimento Sociale Italiano (MSI) non ruppe mai esplicitamente con i “neri”. Il ruolo condizionante di forze apertamente neofasciste nella demolizione della Repubblica è stato dunque evidente. E dimostra che anche forze numericamente minoritarie, se autorevolmente protette e pilotate, contano molto.
***
Tuttavia vi è un ottimo argomento in grado di dimostrare che il fascismo è scomparso e che non si vedono segnali di un suo ritorno. È un argomento antropologico, non politologico. Non si può tacere infatti che questi neòteroi del post-fascismo si rivelano (duole dirlo) «mezze tacche» e arruolano figure consimili. 
Il fascismo invece seppe arruolare Giovanni Gentile, Alfredo Rocco, Guglielmo Marconi, Giuseppe Bottai, Alessandro Pavolini e il fior fiore del ceto intellettuale e accademico italiano (coinvolse persino, in quanto “tecnico”, un giurista quale Piero Calamandrei, per la stesura dei codici). Da questo angolo visuale, davvero il fascismo è finito. E la sua caricatura non fa neanche ridere.
Oggi i «capaci» preferiscono comandare da remoto, dai posti di comando delle inattingibili «istituzioni europee».
Vero è che uno che se ne intende, Giulio Tremonti, definì questi ovattati signori «fascismo bianco». O anche «fascismo finanziario».

Luciano Canfora è professore emerito dell’Università di Bari, uno degli storici più noti a livello nazionale e internazionale. Dirige la rivista «Quaderni di storia» e collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Autore di molti best seller, i suoi libri sono stati anche tradotti in diverse lingue. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Europa gigante incatenato (Dedalo, 2020), La democrazia dei signori (Laterza, 2022), Lezioni di filologia classica (il Mulino, 2023), Sovranità limitata (Laterza, 2023), La democrazia. Storia di un’ideologia (Laterza, 2023).

giovedì 3 aprile 2025

Mattia Bettoni - PROIEZIONI ORTOGONALI - Arcipelago Itaca

Mattia Bettoni
PROIEZIONI ORTOGONALI
postfazione di Massimo Gezzi
Arcipelago Itaca edizioni
collana Mari Interni
diretta da Danilo Mandolini
dicembre 2024
pp. 88, € 15,00
ISBN 979-12-81767-10-2

[…] …le Proiezioni ortogonali che [l’autore] ha disegnato in queste pagine … sono il frutto di un lavoro attento e di una costruzione a tratti persino iperconsapevole, caratteristica che contraddistingue buona parte della poesia prodotta dalla nuova generazione di poetistudiosi (spesso poeti-dottorandi). Eppure, allo stesso tempo la poesia di Bettoni si distingue da quella algida e cerebrale di alcuni suoi coetanei per un suo tratto precipuo: la centralità dell’esperienza del soggetto che guarda e scrive, che attraversa la «stratificazione urbana» e la «città dormiente» e la interroga, la perlustra, la provoca anche velenosamente alla ricerca tenace, e non per forza vittoriosa, di un senso. […] 
Da Per l’esordio di Mattia Bettoni di Massimo Gezzi


da UNA CODA

... Per nessuno al mondo
 
Muoviti tra capillari marciapiedi
quando un’ombra di dubbio s’insinua nella coscienza
e non puoi trovare alcuna tregua
se non è inverno o tarda sera, notte.
Qualcosa apre una via in luoghi passati,
riarde scorre torce il neurone
invitandoti a scendere dove non c’è vita
persuadendoti che c’è,
che esiste nella geometria della città dormiente
dove nessuno sentirà il tuo grido
a causa di isolamenti in piombo
trapiantati tra pareti e calotte craniche.

*

Tendi l’orecchio nel buio la sera
al tonfo lontano di chi ha sete.
È la musica
di nessuno al mondo, solo,
accatastato in una fossa comune
sopra altri come noi: vuota
piena per chi sente l’affannoso respiro
di chi trattiene miseria in cuore

Mattia Bettoni, nato a Lugano nel 1995, si è laureato in letteratura moderna presso le università di Friburgo e Lugano. Attualmente lavora presso l’Università della Svizzera italiana dove, sotto la direzione di Fabio Pusterla, sta svolgendo una tesi di dottorato dedicata alla poesia di Giovanni Orelli; i suoi studi sono principalmente orientati verso la poesia contemporanea (Caproni, Pusterla, Martini). Dal 2019 dirige, assieme a Jordi Valentini, la rassegna di poesia contemporanea “Spaziobianco” e dal 2024 lavora presso l’Archivio Prezzolini della Biblioteca Cantonale di Lugano. Ad ottobre del 2023, alcune sue poesie inedite sono apparse su “Diario di passo”, blog curato da Franca Mancinelli.