mercoledì 21 gennaio 2026

Dušan Jelinčič - I FANTASMI DI TRIESTE - BEE


Dušan Jelinčič
I FANTASMI DI TRIESTE
prefazione di Pietro Spirito
Bottega Errante Edizioni
collana Camera con Vista | 59
2018, seconda edizione gennaio 2026
pp. 136, €17,00
ISBN 979125671275


Trieste è il luogo dei luoghi. Che però sono sempre luoghi con ombre e fantasmi. Che possono chiamarsi paura del passato, non accettare il presente e sospettare del futuro, perché se c’è un futuro, bisognerà chiarire tante cose, a cominciare dall’identità. Trieste è una città mondo con tante anime, ferite ancora aperte, oscuri sensi di colpa e tradimenti ancestrali. Jelinčič nei suoi racconti narra storie di Città vecchia, del tram di Opicina, dei rioni di San Giacomo, San Giovanni e San Giusto, ma anche di luoghi dell’anima e personaggi veri, come quel Diego de Henriquez che bruciò in una bara nel suo magazzino con i suoi segreti, Franco Basaglia, il boia nazista Odilo Globočnik, James Joyce e Julius Kugy.

Un estratto
Pax, il cane che sapeva troppo 

Una lunghissima canna di cannone tesa verso il cielo che lentamente si oscurava in una tiepida serata primaverile, è uno dei miei rari ricordi delle passeggiate che facevo con mio padre da bambino. Io la guardavo rapito oltre la grossolana recinzione a rete e mi chiedevo a cosa servisse. Poi dietro al cannone c’era un carro armato, vicino un’autoblindo e intorno ancora tanti oggetti di ferro arrugginito di cui non afferravo l’utilità. Quando chiesi a papà di cosa si trattasse, lui scrutò il cielo e mi rispose in un soffio: «Questo è ciò che ha raccolto una persona buona contro la cattiveria della gente». È ovvio che dopo una tale risposta, la mia curiosità da bambino aumentò e non mi abbandonò più. Fu così che per la prima volta sentii parlare di Diego de Henriquez. La passeggiata al colle di San Vito, all’estremità del promontorio di Trieste, la rifeci tante volte anni dopo, da solo, e mi fermai sempre in religioso silenzio ad ammirare quella ruggine che stava distruggendo qualcosa che per me era diventato sacro da quando c’ero stato con il babbo, allora già gravemente malato, e che ci avrebbe lasciato di lì a poco, non appena avevo cominciato a conoscerlo, parlargli, abbracciarlo. Forse è per questo che volevo sapere tutto di quel signore che raccoglieva materiale di guerra su un colle di Trieste, la storia che mio padre allora non poté raccontarmi. Era un modo tutto mio per alleviare il dolore. (...)

Dušan Jelinčič , giornalista e alpinista triestino, laureato in storia e lettere moderne, è uno degli scrittori sloveni contemporanei più autorevoli e apprezzati. Come giornalista caposervizio della sede RAI di Trieste ha firmato importanti servizi per le testate nazionali, come alpinista ha scalato nel 1986, primo in Friuli Venezia Giulia, un ottomila himalayano, il Broad Peak. Nel 1990 ha salito l’Everest e nel 2003 ha conquistato l’ottomila Gasherbrum II. Con i suoi oltre venti libri, tra cui spiccano soprattutto romanzi e racconti, ma anche saggi e pièce teatrali, ha creato una produzione letteraria vasta e variegata. Insieme a Boris Pahor è lo scrittore sloveno più tradotto in italiano; il suo Le notti stellate è il titolo più premiato della letteratura slovena; il romanzo Dove va il vento quando non soffia è stato ripubblicato nell’estate del 2016 come allegato settimanale dei quotidiani “Corriere della Sera” e “La Gazzetta dello Sport”, mentre il suo ultimo libro Quella soffitta in Cittavecchia è un romanzo tutto triestino. I libri di Jelinčič sono stati tradotti anche in tedesco, francese e serbo-croato. Per BEE ha pubblicato I fantasmi di Trieste e Gli eroi invisibili dell’Everest.

martedì 20 gennaio 2026

Jacqueline Harpman - IO CHE NON HO CONOSCIUTO GLI UOMINI - Blackie

 
Jacqueline Harpman
IO CHE NON HO CONOSCIUTO GLI UOMINI
(titolo originale Moi qui n'ai pas connu les hommes - 1995)
traduzione di Sara Clamor
Blackie edizioni
marzo 2024
pp. 176, euro 18,90
ISBN 9788831321860
 
In un bunker sotterraneo, trentanove donne sono tenute in isolamento in una cella. Sorvegliate da violente guardie, non hanno alcuna memoria di come sono arrivate lì, nessuna nozione del tempo, solo un vago ricordo delle loro vite precedenti.
Mentre il ronzio della luce elettrica fonde il giorno con la notte e gli anni passano, una ragazza – la quarantesima prigioniera – siede sola ed emarginata in un angolo. Questa misteriosa ragazza che non ha conosciuto gli uomini sarà la chiave per la fuga e la sopravvivenza delle altre nel mondo desolato che le attende in superficie.

Jacqueline Harpman, nata a Etterbeek (Belgio), è stata scrittrice e psicoanalista. A causa dell’invasione nazista, la sua famiglia, di origine ebrea, si trasferisce a Casablanca, in Marocco, dove Jacqueline comincia gli studi superiori, per poi proseguirli a Bruxelles dopo la fine della guerra. In seguito si laureerà in Medicina ed eserciterà la professione fino al termine della sua vita. Ha scritto oltre venti romanzi, tutti fortemente influenzati dalla sua formazione psico-analitica, ricevendo numerosi premi. È morta a Bruxelles nel 2012.

lunedì 19 gennaio 2026

Giorgia Pietropaoli - AFGHANISTAN, DOVE TUTTO CAMBIA PER NON CAMBIARE MAI - Infinito

 
Giorgia Pietropaoli
AFGHANISTAN, DOVE TUTTO CAMBIA PER NON CAMBIARE MAI
prefazione di Antonella Napoli
Infinito Edizioni
gennaio 2026
pp. 182, € 16,00
ISBN 9788868618698


“Per secoli, il nome di una donna in Afghanistan è stato un sussurro, un’eco privata, raramente pronunciato in pubblico – scrive Giorgia Pietropaoli nel volume dal titolo Afghanistan, dove tutto cambia per non cambiare mai in libreria dal 23 gennaio. Questa pratica, profondamente radicata in tradizioni culturali e sociali, ha negato alle donne afghane la loro identità individuale, con ripercussioni profonde sulla loro vita, sui loro diritti e sulla loro percezione all’interno della società.
La questione dell’uso del nome delle donne è un indicatore lampante della loro posizione sociale e dei diritti che vengono loro negati. Sebbene ci siano stati momenti di speranza, l’attuale contesto rappresenta un passo indietro drammatico, che mette ancora più in evidenza la continua e difficile battaglia per il riconoscimento e la dignità delle donne. In molte aree dell’Afghanistan menzionare il nome di una donna in pubblico è un tabu sociale. Gli uomini, e a volte persino le donne stesse, si riferiscono a loro con eufemismi o descrizioni relazionali che le spogliano della loro individualità. Se le bambine possono essere chiamate per nome, per le donne adulte spesso si usano termini di rispetto come baji o aabji (sorella), o affettuosi come Bibi gul (signora fiore)”.
Con Afghanistan, dove tutto cambia per non cambiare mai compiamo un viaggio nell’Afghanistan dei nostri giorni, dove i diritti umani sono, nella migliore delle ipotesi, sospesi. L’Afghanistan, Paese di storia e cultura millenaria, crocevia di scambi da tempi remoti, dopo una breve parentesi di libertà dall’agosto del 2021 è tornato sotto il pressante e repressivo controllo talebano che man mano ha eroso ogni conquista e diritto guadagnato dalla popolazione. Ora il Paese vive una profonda crisi sociale, umanitaria ed economica: l’integralismo talebano ha imposto severe restrizioni nel campo dei diritti umani, in particolare per donne e ragazze, private dell'accesso all’istruzione secondaria e superiore e della maggior parte delle opportunità lavorative. La libertà di stampa e di espressione è fortemente limitata, con arresti arbitrari e detenzioni di giornalisti e attivisti. Il Paese è intrappolato in un ciclo di povertà, insicurezza alimentare e violazioni dei diritti, con la comunità internazionale che continua a cercare vie per affrontare le sfide umanitarie e proteggere i diritti fondamentali.

Giorgia Pietropaoli romana, docente di lettere classiche, ha studiato Lingua e letteratura persiana all’Università di Roma “La Sapienza”, dove ha conseguito anche il dottorato in Scienze Politiche. Scrittrice e collaboratrice con reportage di inchiesta per Focus On Africa Magazine, è impegnata nel mondo dell’informazione, dell’educazione e dell’attivismo, con una forte specializzazione sulle dinamiche del Medio Oriente, in particolare Iran e Afghanistan, e un’attenzione ai diritti umani. Ha tradotto dal persiano e curato l’edizione italiana di Parole dall’esilio di Somaia Ramish.


Giorgia Pietropaoli presenta il libro e ce ne parla con Lorella Di Biase e Antonella Napoli sabato 24 gennaio, ROMA, presso la libreria Ubik Spazio Sette, via dei Barbieri 7, ore 15,30.

sabato 17 gennaio 2026

Asmae Dachan - SIRIA, IL GIORNO DOPO - add

 
Asmae Dachan
SIRIA, IL GIORNO DOPO
Le ferite e le speranze

postfazione di Laura Silvia Battaglia
copertina di Tammam Azzam
add editore
gennaio 2026
pp. 264, euro 18
ISBN 9788867835560

«Sono partita da Ancona di notte, sotto la pioggia, con un treno diretto a Roma. C’è un punto in cui la ferrovia sembra camminare sull’acqua. Al ritorno, da quel punto, avrei rivisto il porto della mia città e il cerchio si sarebbe chiuso. Sono entrata in Siria il 27 dicembre 2024, diciannove giorni dopo la caduta di Assad, quattordici anni di guerra e cinquantaquattro di regime. Nel Paese delle mie origini ho ripreso confidenza con la notte e il valzer dei pensieri che arrivano tutti insieme.»
Con Siria, il giorno dopo, Asmae Dachan fa un viaggio che da Ancona, dov’è nata, la porta ad Aleppo, la città della sua famiglia, per comporre un mosaico di luoghi e persone. Da Jiza, la città di Hamza al-Khatib, torturato e ucciso a undici anni, a Dar’a; da Darayya a Sednaya, «la macelleria umana di Assad»; da Damasco, dove la guerra sembra non esserci mai stata, a Ghouta, Homs e Hama, Idlib e infine Aleppo, le radici.
Incontri pieni di dolore si mescolano a incontri di speranza, come quelli con due adolescenti che salvano libri e oggetti d’arte o un artigiano che riapre la sua bottega di biciclette. Storie di famiglie che riportano in vita i morti e gli scomparsi, i mafqudin, le persone arrestate, allontanate forzatamente dalle loro case, lasciando chi resta in una vita sospesa. Come si scrive la parola fine a tutto questo?

dal PROLOGO
Ieri notte ho avuto un incubo. Ero al piano terra del carcere di Sednaya, davanti alla pressa. L’aria era irrespirabile, sentivo voci ma vedevo solo profili sfocati di donne e uomini. Dentro la pressa verde c’erano corpi, c’era sangue ovunque. In mezzo a quel groviglio umano ho riconosciuto la testa di mio figlio Khalil, con gli occhiali ancora appoggiati sul naso e i capelli ben pettinati con la riga sul lato destro. Mi sono svegliata con il cuore in gola. Ho aperto gli occhi e ho guardato verso la finestra. Dalle persiane filtrava la luce dell’alba, i gabbiani e gli usignoli riempivano l’aria. Ero nella mia casa ad Ancona. Ho mandato il buongiorno a Khalil, sperando di non svegliarlo perché non erano ancora le cinque del mattino. Dovrò affrontare la questione, prima che questi incubi diventino ricorrenti. Sono tornata dalla Siria da poco più di una settimana. Assad è caduto l’8 dicembre 2024. Il 26 dicembre sono partita per andare a vedere quella pagina di storia mentre si stava ancora scrivendo. Avrei voluto partire prima, ma realisticamente parlando non avrei potuto farlo. Sotto il regime, appena avessi messo piede nel Paese sarei stata fermata e, nella migliore delle ipotesi, arrestata. Sapevo di essere stata «attenzionata», e soltanto entrando nel Paese ho scoperto che il mio nome, insieme a quello di migliaia di altri attivisti, giornalisti e oppositori in diaspora, era tra quelli considerati «eliminabili». Ho organizzato tutta la trasferta grazie a una rete di contatti costruita nel tempo, basata sulla fiducia, rimanendo fedele ai fatti, proteggendo le mie fonti, continuando a occuparmi di Siria per tutti gli anni della guerra. Sono partita con i miei pochi mezzi, quelli da freelance supportata solo da familiari e alcuni colleghi, ma con tanta determinazione. I giorni passati in Siria sono stati intensi, inaspettati, inimmaginabili. C’ero già stata due volte, nel 2013 e nel 2014, entrando con altri giornalisti, clandestinamente. Ho scritto da Aleppo, Idlib e dalle zone frontaliere, muovendomi in fretta, come un fantasma tra i fantasmi che cercavano di sopravvivere alle bombe e agli spari. Questa volta sono entrata nella terra delle mie origini a testa alta, dalla frontiera giordana, esibendo il passaporto di giornalista italiana di origini siriane. La prima tappa del viaggio è stata la tomba di Hamza al-Khatib, il bambino siriano ucciso sotto tortura nel 2011, evirato e sfigurato perché la sua vicenda fungesse da monito al resto della popolazione, perché tutti capissero che quello era il destino di chi manifestava contro il governo. Lo avevo promesso a me stessa. Se fossi tornata in Siria, avrei reso omaggio a quell’angelo bambino. Il se, purtroppo, era d’obbligo: non solo ero finita in una blacklist con altri giornalisti, colpevoli di essersi introdotti in modo illegale nel Paese e di aver raccontato i crimini del governo di Assad, ma ero una morta che camminava per aver denunciato le barbarie perpetrate dal regime di Damasco. Confesso che avevo perso la speranza, che non riuscivo più a pensare ad Aleppo senza sentire come una spada nel cuore. Troppo sangue, troppo dolore, troppe ingiustizie.
Poi è arrivato l’8 dicembre 2024. Al mio ingresso in Siria ho visto le statue e le gigantografie degli Assad a terra. L’impossibile diventato realtà. L’intoccabile ridotto al nulla. Quando sono entrata nella prigione di Sednaya e ho visto le celle, mi sembrava non fosse la prima volta. Avevo intervistato i sopravvissuti del carcere, la struttura detentiva che Amnesty International definisce «la macelleria umana di Assad», nel 2017: quei racconti erano talmente dettagliati e io li avevo talmente interiorizzati che mi sembrava di esserci già stata. Avevo avuto incubi dopo quei racconti, soprattutto dopo aver sentito parlare della pressa. Poi eccola lì, davanti a me, in tutto il suo orrore. Era vuota. I corpi che ci ho visto dentro alcune settimane dopo, in quell’incubo, nascevano dal mio incontro con un padre che cercava il figlio tredicenne arrestato tredici anni prima. «Mio figlio si chiama Khalil, non è uscito insieme ai prigionieri liberati. Le ultime notizie lo davano qui. Per me è morto, ma sua madre dice che è vivo e le madri vanno sempre ascoltate. Sto cercando segni del suo passaggio.» Durante la mia permanenza in Siria a giorni alterni ricevevamo notizie del ritrovamento di una fossa comune. Ad Aleppo, la città delle mie origini, ho assistito all’apertura di una di queste. Ho visto i familiari in fila fuori dall’obitorio, scene di disperazione. Ho guardato quei corpi, ho respirato anche lì l’odore della morte. L’odore della morte è pungente, atroce, fa male, eppure non rende le persone amate respingenti, non rende difficili o impossibili gli abbracci, i baci, le carezze. L’amore verso un f iglio, uno sposo, un genitore, non si spaventa di fronte a nulla. Questi dettagli, frammenti di quotidianità, non sono notiziabili, come si dice in gergo, ma sono imprescindibili in una narrazione che voglia essere autentica, empatica e dove chi scrive, per una volta, ha il diritto di mostrare il proprio coinvolgimento in quanto figlio di quel popolo. (…)

Asmae Dachan è una giornalista, fotografa e scrittrice italo-siriana, docente a contratto all’Università̀ degli Studi di Macerata. Collabora con diverse testate tra cui «Avvenire», «L’Espresso», Vita.it e Valigia Blu. È creatrice del blog Diario di Siria e del podcast Siria, guerra e gelsomini. Il suo ultimo libro è Cicatrice su tela (Castelvecchi), vincitore del Premio Nadia Toffa 2022. A luglio 2025 ha vinto il Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano – Lampedusa d’Amore, per il reportage dalla Siria Rinascere nella cauta speranza pubblicato su «L’Espresso».

venerdì 16 gennaio 2026

AA.VV. - SPAZI IMMAGINATIVI E PRATICHE POLITICHE - Quodlibet Studio

 
AA.VV.
SPAZI IMMAGINATIVI E PRATICHE POLITICHE
Un’ultima istantanea su Walter Benjamin e il Surrealismo
a cura di Dario Gentili e Elettra Stimilli
Quodlibet
collana Studio
2025
pp. 204, euro 22
ISBN 9788822924933
 

Il saggio di Walter Benjamin Il surrealismo. L’ultima istantanea sugli intellettuali europei, pubblicato nel 1929, viene spesso considerato un testo di passaggio, che cade in un periodo di grandi trasformazioni e rivolgimenti, personali e di pensiero: dalla “scoperta” del marxismo negli anni Venti alla sua rielaborazione eterodossa negli anni Trenta, dalla Germania della Repubblica di Weimar all’esilio parigino, dalle ambizioni accademiche all’impegno politico. In particolare, l’incontro con il Surrealismo consente a Benjamin di definire quegli estremi – rivolta/rivoluzione, anarchismo/marxismo, individuo/collettività, ebbrezza/organizzazione, teoria/prassi – nella cui tensione si era fino ad allora mosso il suo pensiero e su cui avrebbe continuato a sostare con sempre maggiore consapevolezza.
I saggi che compongono questo volume affrontano – sia all’interno del pensiero di Benjamin sia, muovendo da esso, nella nostra attualità – le questioni che il Surrealismo ha messo in luce: il ruolo degli intellettuali; avanguardia e cultura di massa; la funzione della critica; le controculture metropolitane; lo statuto della libertà; corpo individuale e corpo politico; la sintomatologia sociale. Allora come oggi, il compito è intrecciarle in uno spazio immaginativo che sia una pratica politica
 
INDICE
Dario Gentili, Elettra Stimlli, Introduzione. Per una «valorizzazione» filosofica e politica del Surrealismo
Spazi immaginativi
Claire Fontane, Il materialismo magico di Walter Benjamin
Davide Stimilli, La Grande Rassegnazione. Contributo alla «scienza occulta della congiuntura»
Stefano Marchesoni, Antonio Roselli, Per una transustanziazione profana. Walter Benjamin e l’esplorazione dello spazio-immagine
Andrea Mecacci, La psicologia dell’inanimato. Il caso del kitsch onirico
Flavio Luzi, Per una storia della poesia esoterica. Walter Benjamin e la poetologia politica a partire dal saggio Der Surrealismus
Carmen Guarino, Nomi di
strade. Immaginari di lotta e spazi quotidiani
Pratiche politiche
Enzo Traverso, Illuminazione profana. Walter Benjamin e il Surrealismo
Clemens-Carl Härle, In alleanza col comunismo
Anna Nutini, Del «fantoccio libertà» e di altre chimere. Appunti benjaminiani per un programma radicale in tempi di crisi
Carlo Capello, Massimo Palma, Note su Benjamin e l’etnografia francese
Fulvio Rambaldini, Tempo della rivolta, tempo della rivoluzione. Tra Walter Benjamin e Furio Jesi
Andrea Agliozzo, Fortini attraverso Benjamin: dal Palais de la Mutualité al «surrealismo di massa»