Joseph Horowitz
CONVERSAZIONI CON ARRAU
traduzione di Ettore Napoli
(titolo originale Conversations with Arrau, Alfred A.Knopf, settembre 1982)
con un testo di Antonio Orrego Barros
Orthotes
collana Ricercare
agosto 2026
pp. 324, euro 25
ISBN 9788893145855
Claudio Arrau è stato uno dei più grandi pianisti del Novecento, uno dei pochissimi – e forse il solo – che abbia conservato il magistero del grande pianismo ottocentesco. Allievo di un allievo di Liszt, Arrau, cileno di nascita, fu un fanciullo prodigio. Della sua vita, delle crisi e dei successi, egli parla in queste Conversazioni con Joseph Horowitz, soffermandosi sulle interpretazioni, sugli studi, sul rapporto con i maestri e con i musicisti incontrati lungo il corso tumultuoso sua vita artistica.
Il volume raccoglie anche le conversazioni che Horowitz ha avuto con artisti che hanno lavorato accanto ad Arrau: Philip Lorenz, Garrick Ohlsson, Daniel Barenboim, Colin Davis.
Un ritratto a tutto tondo, dove musica e vita si nutrono scambievolmente.
Un estratto
horowitz. Che ruolo ha avuto Liszt nella sua evoluzione artistica?
arrau. Attraverso Krause, che voleva che i suoi allievi suonassero subito Liszt, mi ha liberato da inibizioni sentimentali. Non so se, come credeva Krause, io in qualche modo fossi bloccalo dentro, ma Liszt mi ha fatto veramente ausgehen [uscire da me stesso]. Non è stata solo questione di suonare meglio o di sentire il proprio intimo, ma di imparare a proiettarsi fuori.
h. Questo ha qualcosa a che fare con il teatro, vero? Con l’azione. Al contrario che in Mozart o in Beethoven, in Liszt c’è una esagerazione piacevole.
a. Piacevole fino a un certo punto. Quando in Germania oggi si rappresenta Schiller, mi lamento sempre che in tali rappresentazioni sembra che ci si vergogni del pathos. Si pensa che sia antiquato. Ma non si può rappresentare Schiller o suonare Liszt con ritegno: diventa insopportabile. I drammi di Schiller e la musica di Liszt devono essere ricreati.
h. Questa è una delle ragioni per cui di Liszt si è avuta per decenni una opinione così modesta. Si guarda alle note sulla pagina e non ci si vede nulla. Anche un grande pezzo come la Vallée d’Obermann può sembrare null’altro che un intreccio di tremoli e semplici accordi.
a. Questo non è un buon esempio, perché è un pezzo così bello che viene fuori anche senza un’interpretazione ispirata.
h. Quale esempio migliore si può trovare per un brano che deve essere ricreato?
a. Mazeppa, Harmonies du Soir, perché sono sull’orlo del kitsch. Gli arpeggi, ad esempio, possono risultare facilmente triviali.
h. I tremoli sono un grosso problema in Liszt.
a. Oh, sono davvero pericolosi. Un giorno, dopo aver suonato Les jeux d’eaux à la Villa d’Este una signora mi ha chiesto: «Perché suona questo brano orribile, dove si ha sempre l’impressione che squilli il telefono?». Ed io ero andato in estasi! I tremoli possono avere un carattere mistico. Ma l’esecuzione è molto importante. Se li si suona un po’ troppo forte, o un po’ troppo chiaramente, diventano volgari.
Joseph Horowitz (New York, 1948) è un eminente storico della cultura e musicologo, già critico musicale del «New York Times». Autore di opere fondamentali sulla storia della musica classica americana, ha diretto la Brooklyn Philharmonic e co-fondato il PostClassical Ensemble. Attualmente prosegue la sua attività come saggista, romanziere e produttore di progetti culturali interdisciplinari.

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