Giovanni Testori
SAN FRANCESCO, IL BARBARO DI DIOa cura di Giuseppe Frangi
postfazione di Marco Marino
Il Saggiatore
settembre 2026
pp. 112, euro 14
ISBN 9788842837343
Scritto nel 1981 in occasione di un
convegno per gli ottocento anni dalla nascita del santo e mai
pubblicato prima, San Francesco, il barbaro di Dio raccoglie
le riflessioni dello scrittore Giovanni Testori attorno alla figura
di Francesco d’Assisi. Un’indagine che è anche una meditazione
sulla religione e sulle sue istituzioni, il tentativo di rispondere
in modo nuovo e personale alla domanda che da sempre ha circondato
questa figura enigmatica e carismatica: chi era veramente frate
Francesco?
Attraverso un sofferto rapporto con le
fonti, «quelle testimonianze così dirette da parer scalfite nella
carne e nell’ossa», Testori intende in queste pagine ribaltare le
tante letture favolistiche della biografia del santo, dando vita a un
ritratto di «un realismo senza scampo». Il suo obiettivo è far
emergere con chiarezza la radicalità della scelta di vita
francescana e restituirne la verità carnale: rimuovere la patina
dell’interpretazione faziosa dall’esperienza bruciante
dell’esistenza; rompere l’irrealtà del «mondo costruito» e
della «malattia d’astrazione» del contemporaneo con l’esempio
di un uomo che le vesti del «barbaro» le ha cercate, indossate e
vissute ogni giorno.
San Francesco, il barbaro di Dio è la
testimonianza dell’incontro spirituale e intellettuale tra due
anime affini: contraddittorie e libere, devote ed eretiche allo
stesso tempo, attraversate da un identico desiderio di ascoltare e
abbracciare gli ultimi del mondo.
Un estratto
Chi, riaperte
quelle che usano chiamarsi Fonti francescane, vi si sia lentamente
stretto e abbracciato, ovvero stretto e abbracciato ne sia stato,
tentasse poi di paragonare l’immagine che, di Francesco, prorompe
da quelle testimonianze così dirette da parer scalfite nella carne e
nell’ossa, anzi scolpite proprio con lei, la carne, e con loro, le
ossa; chi, dicevo, tentasse poi di paragonare quell’immagine
all’altra che, nel giro dei secoli, abbiam lasciato che, di lui,
restasse nell’aria, libellula, forse santa, ma dolciastra e
mielosa, certo eccedentemente fiabesca, quando non interessatamente
naive, avrà la certezza che qualcosa come un tradimento sia stato
perpetrato sul corpo e sull’anima del grande, roccioso, umile,
assoluto, tronchico, «cruciato» e inevitabile Santo d’Assisi.
Appena poi volessimo addentrarci più in profondo nei termini di quel
confronto, non potremmo non dare a tale tradimento il nome che gli
compete; quello dell’astrazione. Dunque d’un modo d’esistere,
anzi di non-esistere o d’ipotizzare la vita, il suo sigillo
creaturale, la sua urgenza caritativa e resurrezionale, infine il suo
stesso primo e ultimo significato; un modo che abita esattamente agli
antipodi di ciò che fu l’esperienza di Francesco come la si evince
da quelle Fonti; cioè a dire dai suoi scritti e dagli altri che,
concernendolo, furono a lui così vicini o così addosso nel tempo da
potersi dire coèvi: ovvero «trascrizioni», sulla cui fedeltà di
fondo, verrebbe da dire di «materia», dunque, di realtà e
concretezza, non pare possibile nutrir dubbi.
Noi ci chiediamo allora se quest’altro
peccato d’astrazione, mascherato di sensibilismo intimistico e dal
correlato, pietistico espansionismo, l’uno e l’altro più accorti
che accorati, non rifletta, nel caso specifico di lui, Francesco, ciò
che con ogni probabilità rappresenta lo stato più degradato,
proprio perché in nulla drammatico, d’una presunta ontologia della
fede, anzi, d’una presunta ontologia del cristianesimo che ha
proceduto e procede nella continua, razionalizzata separazione tra
Parola e vita, tra Parola e nascita, tra Parola e storia, tra Parola
e morte, tra Parola e resurrezione; per dir tutto e con più
responsabile chiarezza tra Parola e carne; e che, dunque, ha
proceduto e procede nel senso inverso a quello, segnato una volta per
sempre, dall’evento dell’Incarnazione. E qui la parola «senso»
la si usa anche nei confronti di ciò che fu ed è tempo; e di ciò
che fu ed è spazio.
Potremmo cominciare con l’esame
linguistico d’uno dei titoli che, in tali Fonti, risulta tra i più
famosi. Tale titolo è, in latino, Legenda; Legenda Maior, appunto, e
Legenda minor, a proposito dei due memorabili testi di Bonaventura da
Bagnoregio. Dove il gerundivo «cosa da leggersi» è passato via
via, a significare un traslato favolistico; e, dimettendo così il
suo stretto e non facilmente superabile termine d’invito e, quasi,
d’imperativo alla lettura e alla meditazione che ne deriva, ha,
piano piano, aperto un sonnolento interrogativo circa la veridicità
stessa dei fatti narrati; alleggerendoli sempre di più e sempre di
più spostandoli verso la vaghezza dei possibilismi simbolici.
Questo, nei casi meno gravi. Ché, nei più gravi, usati e
frequentati, tale alleggerimento ha sostituito il peso stesso della
realtà con la levità delle affabulazioni defluite da nuclei storici
non più recuperabili o il cui recupero non riesce più a
interessare. Per arrivare a un esempio: tale metodo ha con certezza
sostituito alla realtà lucente, responsabilizzante e, a suo modo,
schiantante del miracolo, l’irrealtà del miracolismo; buono,
forse, per ogni soluzione mediana, ma altresì per ogni
patteggiamento; fin pei patteggiamenti proprio all’ironia, se non
addirittura a quelle forme di leggerezza e indifferenza somme, che
collimano poi con lo scherno e il rifiuto.
Giovanni Testori (Novate Milanese, 1923
- Milano, 1993), scrittore, giornalista, pittore, critico d’arte e
drammaturgo, è stato uno degli intellettuali più prolifici e
complessi del secondo Novecento italiano. Tra le sue numerose opere
ricordiamo Il dio di Roserio (1954), Il ponte
della Ghisolfa (1958) – primo capitolo del più ampio
ciclo I segreti di Milano –, le sceneggiature teatrali
L’Arialda (1960) e In exitu (1988), la Trilogia degli
scarozzanti composta da L’Ambleto (1972),
Macbetto (1974), Edipus (1977), oltre alle pubblicazioni postume
Luchino (2022) e Con Roberto Longhi. Lettere e
scritti (2026).