lunedì 7 settembre 2026

Giacomo Micheletti - L'ANARCHIA DELLA RIBELLIONE PERMANENTE - Quodlibet

 
Giacomo Micheletti
L'ANARCHIA DELLA RIBELLIONE PERMANENTE
Gianni Celati e Lino Gabellone traduttori di Céline

Quodlibet Studio
2025
pp. 240, euro 22
ISBN 9788822923400

 
Gianni Celati diceva che tradurre una pagina di Louis-Ferdinand Céline equivale a fare «i giochi di prestigio con le parole». È quanto risulta, in effetti, dallo studio dei Colloqui con il professor Y e, soprattutto, de Il Ponte di Londra, le due versioni céliniane che lo stesso Celati, affiancato dall’amico Lino Gabellone, pubblica per Einaudi nel 1971, e che per più aspetti costituiscono uno spartiacque tanto nella contrastata ricezione italiana del romanziere francese, quanto nelle vicende della traduzine letteraria in Italia. Nei capitoli che compongono L’anarchia della ribellione permanente, Micheletti sottopone la traduzione de Il Ponte di Londra a una minuziosa analisi formale, in particolare mettendo a fuoco i principali stilemi morfosintattici e stagliandone il ricchissimo impasto lessicale su una contro-tradizione che attraversa carsicamente l’intero tracciato della storia linguistica italiana, dai più antichi repertori furbeschi all’anonimato delle nuove parlate di piazza, passando per gli anticlassicismi e i plurilinguismi dell’età rinascimentale.
La critica stilistica dialoga qui con la ricostruzione delle coordinate culturali ed editoriali da cui il lavoro di reinvenzione della lingua di Céline prende le mosse; le istanze della filologia disegnano un punto di contatto con il motivo (poetico, politico ed esistenziale) della ribellione, aprendo scorci suggestivi sull’eredità nascosta di questa straordinaria impresa traduttiva.

Premessa
 
Tra gennaio e ottobre 1971, Gianni Celati e l’amico Lino Gabellone pubblicano per la casa editrice Einaudi due traduzioni da Louis-Ferdinand Céline: si tratta dei Colloqui con il professor Y (un breve manifesto di poetica in forma di intervista) e del romanzo Il Ponte di Londra. Una doppia impresa di coppia che, dopo gli interdetti del dopoguerra e il Morte a credito firmato nel 1964 da Giorgio Caproni, segna a tutti gli effetti l’ingresso del romanziere maledetto nel campo letterario italiano, in anni in cui la cultura di area neoavanguardistica sembra essersi ormai dotata di strumenti adatti ad affrontare la provocatoria maschera di Céline (avatar di Louis-Ferdinand Destouches), così come la rivoluzionaria deformazione “parlata” da questi intentata, sotto l’ambigua etichetta di petite musique, nei confronti del francese scritto e delle sue strutture tradizionali.
D’altra parte, le versioni céliniane di Celati e Gabellone costituiscono una sorta di “duplice pietra miliare” nella storia della traduzione in lingua italiana; un’esperienza che, per la peculiarità dei problemi posti dalla lettera originale, problematizza e riformula lo stesso concetto di traduzione: ora, come nei dialoghi dei Colloqui, in una sorta di riscrittura “all’improvviso” condotta recitando ad alta voce, secondo le intuizioni e gli umori del momento, le battute del “canovaccio” di partenza; ora reinventando la familiarità straniante del vocabolario argotico-popolare de Il Ponte di Londra in una “stralingua” mai esistita.
Questo libro, che è il primo studio monografico dedicato all’opera traduttiva di Gianni Celati, propone una ravvicinata analisi linguistico-stilistica del magnum opus rappresentato da Il Ponte di Londra. L’escussione dei fatti formali (in tre capitoli rispettivamente distinti per sintassi, lessico, morfologia e figure di suono) è preceduta da una introduzione che intende ricostruire le più ampie coordinate critiche ed editoriali in cui il lavoro di traduzione si colloca (con particolare attenzione alle istanze di rinnovamento che, con il divampare del ’68, investono anche un tempio dell’alta cultura come la Einaudi). Decisivo, nella storia della contrastata ricezione italiana di Céline tra anni ’60 e ’70, si rivela in questo senso il ruolo svolto dal giovane Celati, autore di una serie di note che preparano e affiancano il lavoro di co-traduzione, e che, gettando le basi di una personalissima ricerca intorno alla parola comica, finiscono per intrecciarsi agli esordi in proprio del Celati ’70 – a conferma, una volta di più, dell’implicita equipollenza fra scrittura traduttiva, saggistica e narrativa nell’opera dell’autore.
Dopo il banco di prova dei Colloqui con il professor Y, con la messa a punto di una lingua traduttiva abnorme, modellata sui solecismi di un parlato basso di area padana, la traduzione del postumo (e incompiuto) Ponte di Londra vede Celati e Gabellone alle prese con quello che, per l’eccezionale estensione del suo vocabolario furfantesco, da un punto di vista specificamente lessicale rappresenta un unicuum nel macrotesto céliniano – la vicenda, come sempre semi-autobiografica, è ambientata nei bassifondi malavitosi della capitale inglese, tra protettori, prostitute e bombaroli rifugiatisi oltremanica a ridosso del primo conflitto mondiale.
Così, in assenza di una tradizione unitaria di lingua popolare cui rifarsi, pescando dal «perpetuo sottosuolo di tutti i gerghi, di tutte le parlate che la civiltà respinge» (per dirla con il Celati lettore di Benjamin e Bachtin), il lessico traduttivo de Il Ponte di Londra ricrea l’espressivismo monolinguistico dell’originale francese e la sua robusta componente argotica in un pastiche popolareggiante e insieme coltissimo, frutto di un vero e proprio scavo lungo i margini diacronici, diatopici e diastratici del repertorio italiano: dall’antico furbesco al gergo degli ambulanti moderni, dai sali della commedia e della novellistica toscani fino al parlato regionale e ai nuovi slang di piazza di fine anni ’60 (in ciò rielaborando originalmente un certo gusto dell’epoca per il plurilinguismo, tra il Gadda consacrato dal Gruppo 63 e le sperimentazioni per la scena di Fo e Testori).
Di questo ircocervo “gergalizzante” – nel senso tutto céliniano di un’uniformazione stilistica dei suoi addendi alla valenza eslege del gergo – la trattazione propone una puntuale analisi stratigrafica, anche grazie a una serie di glossari (comprensivi di osservazioni etimologiche, principali attestazioni lessicografiche e letterarie, occorrenze testuali) che invitano a stagliare il lessico del Ponte di Londra italiano su un intero filone espressivo substandard coincidente, in sostanza, con quella che il Celati critico militante vorrà definire la tradizione ideologica del riso.
L’epilogo del libro arriva a toccare, per cenni, la più recente stagione dell’attività celatiana, offrendo alcuni spunti per ulteriori indagini e approfondimenti. Oggetto di questi paragrafi conclusivi sono, rispettivamente: la prima ricezione delle traduzioni firmate da Celati e Gabellone; il “passaggio di testimone” nei confronti di Giuseppe Guglielmi (futuro interprete del Céline più pirotecnico e drammatico: quello delle Féeries e della Trilogie allemande); una sintesi del multiforme influsso esercitato dall’opera céliniana sulla prima produzione narrativa di Celati; infine, una postilla sui successivi “incontri” tra i due autori. È noto infatti come agli inizi degli anni ’80, su insistenza della Einaudi, Celati tornerà a vestire i panni del traduttore céliniano firmando una versione solista di Guignol’s Band (1982), romanzo apparso in origine nel 1944 come prima parte dell’apocrifo Le Pont de Londres. Una versione, questa, in cui il distacco nel frattempo maturato verso certi orizzonti tematici e stilistici è all’origine di un sensibile appiattimento della lingua traduttiva, con l’eccezionale plurilinguismo a dominante gergale del Ponte di Londra rastremato in una colloquialità facile e triviale, condita da una quantità di voci giovanili che avvicinano questo ultimo doppiaggio céliniano alle parlate frequentate dallo stesso Celati nei suoi anni di docente damsiano (e maestro, suo malgrado, di una nuova generazione di narratori, artisti e intellettuali).
Nel rispetto della centralità accordata alle traduzioni del 1971 e, per quanto specificamente riguarda l’analisi linguistica, a Il Ponte di Londra, ho preferito limitarmi a sintetizzare in nota, dove opportuno, qualche appunto su sintassi e lessico del Guignol’s Band celatiano; similmente, ho ritenuto di poter trascurare le riscritture dell’intero dittico Guignol’s Band I-II (1996) approntate dal solo Celati per il cofanetto della «Biblioteca della Pléiade» EinaudiGallimard, a un quarto di secolo esatto dalla collaborazione con Gabellone. Le ultime righe del libro, in compenso, sono dedicate al saggio appositamente steso dal traduttore-curatore per la sua «Pléiade» céliniana, a illustrazione di una modalità di rilettura assai frequente nel suo “terzo tempo”; ed è la riscoperta, sul filo della divagazione musicale, di un’opera romanzesca che moltissimo ha contato (con il cinema dei fratelli Marx, il teatro e la narrativa di Beckett, le illuminazioni di Artaud) nell’utopia giovanile di una parola scritta in grado di parlare all’orecchio del lettore, scuoterlo nell’intimo dei nervi, trascinarlo a forza fuori dalla gabbia della pagina: verso il mondo.
 
Giacomo Micheletti (1991) ha studiato all’Università di Pavia ed è attualmente assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si interessa soprattutto di lingua letteraria, narrativa italiana contemporanea e traduzioni. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli in rivista su – tra gli altri – Franco Lucentini, Italo Calvino, Mario Praz, Carlo Ginzburg, Gianni Celati (a cui ha dedicato la monografia Celati ’70. Regressione Fabulazione Maschere del sottosuolo, Cesati 2021). La tesi di dottorato da cui è tratto questo libro ha vinto ex aequo il Premio Giovanni Testori 2023 – sezione tesi di letteratura.

Frank O’Connor - LA VOCE SOLITARIA - Racconti

 
Frank O’Connor
LA VOCE SOLITARIA
uno studio sul racconto

(titolo originale The Lonely Voice: A Study of the Short Story)
traduzione di Stefano Friani
Racconti edizioni
fuori collana
settembre 2026
fuori collana
pp. 295, euro 16
ISBN 9791280854186


Frank O’Connor ha contribuito a definire il canone del racconto sia da autore sia da studioso. In questo libro, divenuto un classico nelle scuole di scrittura americane, analizza con piglio franco e talvolta brusco i più grandi scrittori che si sono cimentati con la forma breve: da Babel’ e Hemingway, accomunati dalla medesima fascinazione estetica per la violenza, a Čechov e Maupassant, che hanno creato un modello al contempo imitatissimo e inarrivabile. Senza riverenze di sorta O’Connor bistratta James Joyce, Rudyard Kipling e Katherine Mansfield, prende in esame D.H. Lawrence e Turgenev, Leskov e Sherwood Anderson. Tutti questi scrittori, ci dice, sembrano avere in mente un particolare tipo di personaggi che possono esistere soltanto nello spazio liminale del racconto. Ciascuno di loro individua una propria tribù da rappresentare, e chi ne fa parte è un sommerso, un individuo marginalizzato dalle roboanti narrazioni della società contemporanea e dal romanzo. Una voce solitaria di cui solo l’autore di racconti può farsi carico e interprete.
A sentire un suo grande ammiratore, il romanziere Julian Barnes, Frank O’Connor è stato «uno scrittore di prosa orale, le sue storie miravano all’orecchio più che all’occhio». Non è un caso se questa sua indagine si concentri proprio sulla voce, il tassello che riconduce la forma breve alla sua natura originaria. Per dirla con le sue parole: «Nel racconto c’è qualcosa che non troviamo spesso nel romanzo: un’intensa consapevolezza della solitudine umana».

Frank O’Connor
 (Cork, 1903 – Dublino, 1966) è stato lo scrittore di racconti che «ha fatto per l’Irlanda ciò che Čechov ha fatto per la Russia» nelle parole di W.B. Yeats. Nei vent’anni di collaborazione con il New Yorker O’Connor ha pubblicato sulla rivista americana la bellezza di 51 racconti. Richard Ford cominciò a scrivere racconti dopo aver letto il suo Ospiti della nazione. In italiano sono disponibili alcune raccolte di short stories: Il mio complesso di Edipo e altri racconti (Sellerio, 1992), Il raccontatore (Sellerio, 1998) e Ospiti della nazione (Tranchida, 2004).


Daisy Fancourt - L'ARTE CHE CURA - Edizioni Fondazione Luigi Rovati

 
Daisy Fancourt
L'ARTE CHE CURA
Nuove evidenze scientifiche

(titolo originale Art Cure: The Science of How the Arts Transform Our Health, Cornerstone Press, gennaio 2026)
prefazione di Pier Luigi Sacco, Catterina Seia, Annalisa Cicerchia
traduzione di Eliana Tosoni
Edizioni Fondazione Luigi Rovati
settembre 2026
pp. 320, 8 immagini bn, euro 25
ISBN 9788831338363

La traduzione dell’opera è stata realizzata grazie al contributo del SEPS – Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche.
Molti considerano le arti un hobby o un lusso. E se invece fossero una vera e propria risorsa per il nostro benessere? Se avessero un effettivo potere curativo, come tramandano i racconti della medicina araba e di quella ayurvedica?
Daisy Fancourt, ricercatrice pluripremiata e autorità indiscussa sul rapporto virtuoso tra arti e salute, attraverso solide evidenze scientifiche, illustra il potere trasformativo di questo binomio. I numerosi studi passati in rassegna dimostrano che le canzoni favoriscono lo sviluppo strutturale del cervello nei bambini; che arte visiva e musica riducono depressione, stress e dolore con effetti paragonabili a quelli dei farmaci; che la danza costruisce nuove connessioni neurali dopo traumi cerebrali; che frequentare concerti, mostre e spettacoli abbassa il rischio futuro di isolamento e fragilità; e che le attività artistiche ritardano il decadimento cognitivo e sono utili in caso di malattie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer. 
«Le arti non sono una semplice pillola. Sono una delle attività più complesse, varie e personali in cui possiamo impegnarci: uno dei fiori all’occhiello dell’evoluzione della nostra specie. In definitiva, dovete conoscere questa affascinante scienza per prescrivervi la vostra personale “cura” artistica.»
Soprattutto, Fancourt ci svela gli strumenti più efficaci per curarci in modo sano. Basata sulle ricerche più avanzate in neuroscienze, psicologia, immunologia, fisiologia, scienze del comportamento, epidemiologia, e arricchita da testimonianze toccanti, L’arte che cura è una guida pratica essenziale e coinvolgente per costruire la nostra personale “prescrizione artistica”

Daisy Fancourt (1990), docente di psicobiologia ed epidemiologia presso lo University College London, è direttrice del Centro Arte e Salute dell’OMS. Ha pubblicato oltre trecento articoli scientifici e vinto numerosi premi accademici. Divulgatrice scientifica pluripremiata, è stata riconosciuta come “global shaper” dal World Economic Forum e come “new generation thinker” dalla BBC.

sabato 5 settembre 2026

Henri Mazel - ARCHITA DI METAPONTO - Gangemi

 
Henri Mazel
ARCHITA DI METAPONTO
dramma in tre atti

(titolo originale Archytas de Métaponte, drame en 3 actes, 1901)
traduzione di Antonio Giambersio
Gangemi editore
collana Letteratura e Linguistica
settembre 2026
pp.160, euro 20
ISBN 9788849254778
 

“Archita di Metaponto” è un dramma scritto nel 1901. Conserva il profumo di una antica tragedia greca. È ambientato nella colonia achea di Metaponto, in Italia. La città è sotto l’assedio dei Galati. Tutti i più validi guerrieri di Metaponto sono stati uccisi. La città versa in grave pericolo. Archita, figlio di Métabos, mitico fondatore di Metaponto, è posto sotto accusa dalla plebe e viene esiliato. Una tempesta lo conduce a Crotone dove incontra Pitagora e si innamora di sua figlia Teano. Anche la plebe di Crotone insorge contro Pitagora. Archita, tornato a Metaponto, viene catturato del re dei Galati, Zamolxis, e non esiterà a sacrificare la vita pur di salvare la sua città.
 
Henri Mazel
è stato uno scrittore francese (Nimes 1864 – Parigi 1947) autore di almeno 36 opere fra saggi e testi teatrali. Nel 1907 l’Académie française gli conferì, per il saggio Ce qu’il faut lire dans sa vie, il Prix Auguste- Furtado. Ha fondato la rivista di letteratura L’Ermitage.





Il volume verrà presentato Lunedì 7 settembre 2026 ore 18.00
Museo Archeologico Nazionale di Metaponto
via Dinu Adamesteanu, 21, Metaponto


intervengono
Vincenzo Cracolici, direttore del Museo e del Parco archeologico di Metaponto
Caterina Rotondaro, psicoterapeuta
Antonio Giambersio, curatore della traduzione e dell’edizione italiana del dramma

giovedì 3 settembre 2026

Dall’8 al 28 settembre 2026, alla School of Visual Arts di New York, una mostra dedicata al mondo di Corraini Edizioni.

 
Building Books. Corraini Edizioni: Children, Art, Design, and Everything Else è una mostra organizzata dalla School of Visual Arts in collaborazione con MFA Illustration as Visual Essay Department, SVA Galleries e Flatiron Project Space, curata da Riccardo Vecchio, Direttore del MFA Illustration as Visual Essay Department, e Pietro Corraini. 
Partendo dall’idea di una struttura da assemblare, usando i libri come se fossero mattoni per costruire, Building Books mette in luce il processo creativo che dà forma a ogni pubblicazione e il dialogo continuo tra progetto grafico, illustrazione d’autore e ricerca artistica internazionale.
Il percorso attraversa le diverse anime della casa editrice: dalla parete dedicata con tutti i numeri della rivista Un Sedicesimo, inclusi il numero 87a, Piccole Filosofie Visive di Giorgia Lupi, e il numero 87b, Geometric beings, di Charry Kyung realizzati per l'occasione, agli albi illustrati e ai libri di design, con lavori di Andrea Antinori, Seymour Chwast, Louise Fili, Fausto Gilberti, Steven Guarnaccia, Steven Heller, Suzy Lee, Harriet Russell e molti altri autori e autrici.
L'allestimento prosegue con le fotografie di alcune delle principali installazioni site specific realizzate negli anni da Corraini con 44Flavours, Jonathan Pierini e Parasite 2.0, Erik Kessels, Daniel Eatock, Paul Cox, mentre Martí Guixé costruisce una rappresentazione visiva di Corraini, una mappa che ne racconta l’identità attraverso le relazioni tra progetti, autori, libri e attività.
Una sala è dedicata a Bruno Munari ed Enzo Mari: una linea del tempo con tutti i libri di Munari pubblicati nel catalogo Corraini e la libreria e il tavolo costruiti dagli studenti della SVA seguendo le indicazioni di Autoprogettazione?. Negli spazi del Flatiron Project Space prende inoltre vita The Circus in the Mist, l’installazione immersiva progettata da Bruno Munari per dare forma nello spazio al suo celebre libro Nella nebbia di Milano.
La mostra sarà accompagnata da un programma di incontri e workshop dedicati ai rapporti tra editoria, illustrazione, design e cultura visiva contemporanea, insieme agli amici di Salotto NYC, per offrire al pubblico occasioni di confronto con autori, designer e professionisti del settore.
Un progetto che mette in dialogo le diverse anime di Corraini e conferma il libro come uno straordinario strumento di immaginazione, ricerca e scoperta.
Building Books. Corraini Edizioni: Children, Art, Design, and Everything Else
8–28 settembre 2026
School of Visual Arts, New York