Sergio La Chiusa
IL DORMITORIO
copertina di Maurizio Ceccato - Ifix ©
Italo Svevo edizioni
collana Incursioni | 18
settembre 2026
pp. 206, euro 17
ISBN 9788899028992
Un incubo in molteplici varianti perseguita dalla giovinezza il protagonista cinquantenne di questo romanzo. Nell’ultima, sogna di avere settant’anni, sta cercando di godersi la nullafacenza della pensione, quando irrompono in casa due carabinieri per informarlo che non ha svolto il servizio militare; lo scortano in uno stanzone dove lo pesano, lo misurano e come ultima cosa gli fanno una puntura che gli fa letteralmente cadere la testa. L’odore dei calzini sporchi, come una madeleine rancida, lo riporta alla realtà e poi al ricordo dell’anno di leva in un paesino sperduto del Friuli sul finire degli anni Ottanta.
Il dormitorio di Sergio La Chiusa è un susseguirsi di personaggi ed episodi che sembrano usciti dai dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio, raccontati con stile onirico e lingua ironica, in cui anche la minima oscillazione semantica si fa materia narrativa.
L'incipit
L’INCUBO
Sono trascorsi trent’anni ormai, ma lo stesso incubo continua a trovarmi impreparato, e sempre mi lascia sgomento per il suo carattere assurdo, arbitrario e tuttavia inoppugnabile. Si presenta ogni volta con nuove varianti. L’altra notte, per esempio, mi sono visto proiettato nell’avvenire, una sera d’estate, afosa e ronzante di mosche, e io, pensionato di settant’anni, raggiunto lo scopo di tanti anni di lavoro subordinato, e cioè vaste giornate senza padroni, senza orari e cartellini da timbrare, stavo pacificamente steso sul divano, tutto preso dalla lettura di un romanzo. E d’un tratto, ecco l’imponderabile irrompere sulla scena della vita e rimettere tutto in discussione: un cigolio sinistro di porta, e proprio mentre mi sto raffigurando il Professor Pimko, che immagino pedante e dai modi untuosi, insinuarsi nella camera da letto di Witold per riportarlo a scuola, lui, maturo trentenne tra quindicenni dalle facce deformate dalla ridarella e dai foruncoli, tutt’intenti a nascondere caccole sotto le sedie e lanciarsi palline di carta dai banchi, stacco gli occhi dal libro e dietro la lampada e le mosche che girano istupidite intorno alla luce vedo due personaggi equivoci, che hanno tutta l’aria della classica coppia truffaldina da romanzo, l’impostore e il portaborse, che sta lì solo per ribadire le parole dell’altro: sono vestiti da carabinieri e non sembrano per nulla sorpresi di trovarsi davanti un pensionato in mutande e canottiera, la testa incredula sollevata dalle pagine di Gombrowicz, che loro certo non hanno mai sentito nominare. Sembrano ben informati sul mio conto, invece. Infatti mi chiamano per nome e cognome, e per di più specificando luogo e data di nascita e segni particolari: nessuno. «Presente!», rispondo già prevedendo il peggio. «Bene, si rallegri, è convocato per la visita di leva, così potrà finalmente entrare nell’età adulta e dare il suo contributo allo Stato». «Lo Stato», ripete l’altro. «E perciò», riprende il primo, «per dare il suo contributo, s’intende, dovrà imparare tante cose nuove e interessanti, come rifare il letto, pulire i cessi, tirare a lucido gli scarponi e, soprattutto, stare a schiena dritta e obbedire, perché l’obbedienza dei molti è la benzina che muove il motore del mondo, e quindi cominci col sollevare il culo dal divano e ci segua!». «Ci segua!», ripete l’altro… E io non so che fare: protestare? impuntarmi? cercare scappatoie? dichiarare, per esempio, che il servizio militare l’ho svolto mezzo secolo fa e che nel frattempo la leva obbligatoria è stata pure abolita? Tutto inutile. È stata ripristinata, m’informano. Per via del pericolo rosso. E a loro non risulta che io abbia assolto gli obblighi di leva. Tirano fuori dalla borsa dei vecchi fascicoli rilegati, tutti impolverati e regolarmente ingialliti, e mi mostrano le liste di leva risalenti ai tardi anni Ottanta, nelle quali, accanto al mio cognome, manca in effetti il timbro del distretto militare: «Vede?», mi dicono indicando tra tanti timbri lo spazio vuoto, su cui proprio in quel momento si posa una mosca e ci si frega sopra le zampe. «Vede anche lei! Non c’inventiamo nulla, noi!». «Ma ho settant’anni», protesto. (...)
Sergio La Chiusa è nato a Cerda nel 1968 e vive a Milano. Ha pubblicato i romanzi I Pellicani (2020), finalista al Premio Italo Calvino, al Premio nazionale di narrativa Bergamo, al Premio Giuseppe Berto, al Premio Fondazione Megamark, e Il cimitero delle macchine (2024), entrambi con Miraggi Edizioni, e il racconto lungo Madre nel cassetto (2023) con Industria & Letteratura. In poesia ha pubblicato nel 2005 la plaquette I sepolti (LietoColle) e l’e-book Il superfluo (Biagio Cepollaro E-dizioni).

Nessun commento:
Posta un commento