Giampaolo Cadalanu
SOTTO LA SABBIA
La Libia, il petrolio, l'Italia
Editori Laterza
collana i Robinson / Letture
2025
pp. 264, euro 20
ISBN 9788858157138
Sono quasi quindici anni che la Libia
vive una guerra civile permanente e senza fine. Un ‘grande gioco’
a cui tutte le grandi potenze – dalla Russia alla Turchia, dagli
USA ai Paesi del Golfo – partecipano per mettere le mani
sull’immenso tesoro nascosto sotto la sabbia. E l’Italia in che
modo ne è coinvolta? Quanto rischia nella sua ex ‘quarta sponda’?
Il 20 ottobre del 2011 Muammar al
Gheddafi veniva catturato e ucciso. Dalla fine del regime instaurato
dal Colonnello e dalla sua ‘Rivoluzione Verde’ per la Libia è
cominciata un’agonia senza conclusione. Quante bugie sono state
dette per giustificare l’intervento occidentale in Libia? Perché
l’Italia ha partecipato all’attacco appena due anni dopo aver
firmato il Trattato di amicizia con Tripoli? Francia, Regno Unito,
Stati Uniti, Italia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e poi Egitto, Russia,
Turchia, con la partecipazione straordinaria dello Stato Islamico:
tutti i protagonisti della guerra e del dopoguerra hanno sempre
proclamato di avere motivazioni solenni, a partire dall’interesse
della popolazione locale. Ma esaminandoli uno per uno e guardando
alle scelte operative e al risultato odierno, è evidente che al
centro dell’attenzione c’erano sempre e soltanto i giacimenti. In
tutto questo, il ruolo dell’Italia non è secondario. Grazie ai
legami storici e alla posizione geografica, il nostro Paese controlla
i principali luoghi di estrazione e le raffinerie in Tripolitania e
in Cirenaica. Ma quali sono i prezzi che paghiamo per tutelare i
nostri interessi? Giampaolo Cadalanu utilizza testimonianze
esclusive, racconti di esperienza diretta, analisi di specialisti e
confronto di dati per mostrare che a smuovere l’Occidente, molto
più della tutela dei libici, sono stati e sono ancora oggi gli
interessi concreti: le risorse del sottosuolo e gli equilibri di
potere.
Un estratto
1.
Sirte
In principio fu la Tunisia. Dopo anni
di abusi e di pazienza, nel gennaio 2011 la popolazione prese lo
spunto, per sfogare la sua rabbia, dal suicidio a Sidi Bouzid di un
giovane venditore di frutta, Mohamed Bouazizi, che si era dato fuoco
dopo aver subìto l’ennesima prepotenza della polizia. Il suo
sacrificio, in modo del tutto inaspettato, diede il via a una
ribellione aperta contro il governo autoritario di Zine al Abidine
Ben Ali, che guidava il Paese dal 1987, costringendo il presidente
alla fuga. Poi la “rivoluzione della dignità” – come la
chiamavano i tunisini, respingendo l’etichetta di “rivoluzione
dei gelsomini”, inventata da pigri giornalisti occidentali – si
allargò ad altri Paesi arabi, grazie anche a un inedito ruolo dei
social network, che si affiancarono alle tradizionali comunicazioni
legate alla preghiera nelle moschee.
Il mondo islamico subì scosse
inattese, e naturalmente ci fu chi approfittò dei rivolgimenti per
cercare vantaggi strategici e tutelare i propri interessi economici.
Quella che fu battezzata, con una buona dose di ottimismo, la
“Primavera araba”, coinvolse l’intero universo musulmano e
stravolse in particolare l’Egitto, il Bahrein, la Libia, lo Yemen,
la Siria. A suscitare le proteste furono fattori diversi, dalla
povertà alle violazioni dei diritti umani, dalla corruzione diffusa
agli abusi delle autorità e alla mancanza di libertà individuali.
La scintilla decisiva fu senza dubbio l’aumento dei prezzi dei
generi alimentari. Ma il racconto dei soli fatti potrebbe non
bastare, o persino essere ingannevole: qualche disordine fu
spontaneo, come con tutta probabilità era stata la rivolta tunisina,
qualche altro fu facilitato, qualcuno fu proprio stimolato se non
direttamente organizzato altrove, in un quadro di rapporti
geopolitici intricato e mai del tutto trasparente.
Gli osservatori più propensi a seguire
ipotesi cospirazioniste collegarono l’ondata di ribellione
all’iniziativa statunitense: un progetto di riassestamento del
Medio Oriente e del Nord Africa dichiarato in modo più o meno
esplicito da Barack Obama nel discorso del 4 giugno 2009
all’Università del Cairo, in cui il presidente americano auspicava
“un nuovo inizio” nel rapporto con i Paesi musulmani,
all’indomani dell’intervento in Iraq. Era l’archiviazione della
“teoria dello scontro di civiltà”, una rottura con l’era Bush,
che si tradusse poi in un sostegno ai movimenti della cosiddetta
Primavera araba. Toccherà agli storici scoprire possibili
collegamenti fra l’agenda già raccomandata dai neocon americani
con la “teoria del domino”, che prevedeva la caduta dei regimi
nei Paesi islamici uno dopo l’altro, e la politica di Obama.
Ma, al di là della coerenza di queste
ipotesi, un elemento di analisi fu ben chiaro. Quale che fosse il
contesto, le preoccupazioni per i diritti umani e per la democrazia
furono sempre invocate a gran voce, anche se intrecciate a
un’attenzione non del tutto dichiarata ma mai sopita: quella per le
risorse energetiche. Basta un esame senza troppi coinvolgimenti
emotivi, magari sostenuto dalla lettura dei dispacci governativi
confidenziali diffusi da WikiLeaks, per vedere con nitidezza assoluta
che nella politica internazionale dietro ai proclami più solenni ci
sono sempre interessi concreti, intrecci geopolitici e avanzamenti di
potere. E questo vale, come vedremo, per tutti i protagonisti della
tragedia della guerra e dell’altrettanto tragico dopoguerra in
Libia.
Nel 2011 i governi occidentali hanno
espresso con toni altisonanti le loro intenzioni umanitarie, ma
guardando indietro è facile scoprire che queste servivano solo a
coprire ragionamenti strategici e ricerca di posizioni vantaggiose.
Oggi, con la Libia nel caos, l’affascinante teoria della
“responsabilità di proteggere” si svela come l’ennesima bugia
per giustificare un intervento militare, ovvero la ricopertura con
una nuova vernice di quello che ai tempi dell’intervento militare
in Iraq George W. Bush aveva chiamato “guerra preventiva”, la
ricerca delle armi di distruzione di massa che non esistevano.
Domino
L’Egitto, un grande Paese in
posizione strategica, vide la caduta – dopo trent’anni di potere
– dell’“uomo forte” Hosni Mubarak che, dopo un tentativo di
repressione delle manifestazioni concentrate a piazza Tahrir del
Cairo, fu costretto a lasciare il governo. Le elezioni portarono alla
presidenza il candidato dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi. Ma in
breve tempo, attraverso un colpo di Stato militare, il potere tornò
a un autocrate non sgradito all’Occidente, cioè l’ex vicepremier
e ministro della Difesa Abdel Fattah al Sisi. In Bahrein, piccolo
Stato sul Mar Rosso che ospita una grande base delle Forze armate
americane, la minoranza sunnita represse le manifestazioni della
maggioranza sciita con l’aiuto dell’Arabia Saudita, ma senza che
il resto del mondo valutasse possibili interventi. Nello Yemen le
sommosse popolari contro il carovita si trasformarono rapidamente in
una guerra per proxy tra l’Iran sciita e l’Arabia
Saudita sunnita.
Ma fu con la Libia e con la Siria che
il ruolo di altri protagonisti e dei loro interessi divenne evidente
sin dai primi giorni dei disordini. E forse non è un caso che le
vicende di entrambi questi Paesi si siano trascinate a lungo e siano
ancora irrisolte. In Siria, le manifestazioni iniziate nella città
di Deraa nel marzo 2011 contro Bashar al Assad portarono alla guerra
civile – a tutt’oggi non conclusa – con influenze, interventi e
partecipazioni più o meno ufficiali di Arabia Saudita, Iran, Stati
Uniti, Russia, Turchia e una insolita disponibilità di armi sin dal
primo momento delle proteste.
Sulla carta, la Libia sembrava il
contesto più improbabile per una rivolta: i conti economici del
Paese erano prosperi, con un reddito pro capite altissimo, grazie a
un sottosuolo ricco di petrolio e di gas. Ma ancora una volta quel
patrimonio nascosto doveva diventare una maledizione. I disordini,
nati in apparenza dall’eterno malumore di Bengasi, la città rivale
del clan di Muammar al Gheddafi, portarono alla guerra civile e
all’intervento occidentale, per finire con la deposizione e la
morte del colonnello, il leader della rivoluzione del 1969.
La bugia fondamentale che portò al
crollo del regime gheddafiano fu quella, ormai consueta, che copre
gli interessi delle nazioni “interventiste” con l’esigenza –
o addirittura, appunto, la “responsabilità” – di usare le armi
per proteggere i civili, anche a costo di violare la sovranità di
altri Paesi. A segnare il destino di Gheddafi, più che la
preoccupazione, proclamata alle Nazioni Unite, di fermare i suoi
abusi sulla popolazione, fu con tutta probabilità la sua figura
peculiare, poco propensa a favorire gli interessi dell’Occidente e
di conseguenza poco gradita in quasi tutte le cancellerie, tranne
forse quella italiana. E che la protezione dei libici dal pugno del
regime fosse solo un pretesto, lo si può capire guardando oggi il
Paese: spaccato, ancora in preda ai disordini e senza progetti
concreti per uscire dalla crisi. Nel frattempo, però, il sottosuolo
ha continuato a produrre.
L’idea che l’intervento occidentale
fosse motivato dal petrolio può sembrare poco sensata, visto che
Gheddafi metteva a disposizione dei Paesi sviluppati le ricchezze del
sottosuolo libico. Ma, per dirla con Noam Chomsky, questo era vero,
tuttavia irrilevante. Lo stesso si sarebbe potuto dire per l’Iraq
di Saddam Hussein, o per l’Iran. In un’intervista pubblicata
online da ZNet, lo studioso americano sottolineò che
“l’Occidente vuole il controllo diretto, o almeno da parte di
clienti affidabili, e nel caso della Libia l’accesso a vaste aree
inesplorate che si suppone siano ricche di petrolio. Documenti
interni di USA e Regno Unito sottolineano che il ‘virus del
nazionalismo’ è il timore più grande, perché può coltivare la
disobbedienza”.
Enigmatico e ribelle
Chi era Muammar al Gheddafi? Il cane
pazzo del Medio Oriente, come lo chiamava il presidente americano
Ronald Reagan, o il figlio del deserto, come lo consideravano i
seguaci, oppure l’uomo più pericoloso del mondo, come l’aveva
battezzato in copertina Newsweek, o invece il decano dei
governanti arabi e re dei re dell’Africa e imam dei musulmani, come
amava definirsi lui stesso, o persino il Robespierre della
rivoluzione araba, come lo considerava il cancelliere austriaco Bruno
Kreisky, o invece “il più grande combattente per la libertà dei
popoli, un eroe della lotta contro l’apartheid, mio fratello”,
come lo definiva Nelson Mandela...
La stampa di tutto il mondo ha
sfruttato ogni possibile aggettivo per cercare di descriverne almeno
la figura pubblica, conservando in genere la prudenza di definirlo
volta per volta “eccentrico”, “enigmatico”, “misterioso”.
Colpivano le scelte di abbigliamento, come le tuniche di stile
imperiale e gli eterni occhiali da sole, ma anche la celebratissima
squadra di guardie del corpo formata da sole donne.
In realtà, più di tutto stonava la
riottosità proclamata ad alta voce verso l’ordine globale
stabilito in Occidente. Gheddafi era l’uomo che nel 2009, appena
due anni prima di essere ucciso, al Palazzo di Vetro accusò l’ONU
di aver fallito la sua missione, lasciando in mano a cinque sole
nazioni il diritto di governare il mondo, e di fatto aprendo la
strada a 65 guerre, tutte nell’interesse di pochi. Usò parole
forti: “Questi Paesi, che vorrebbero farci credere di voler
tutelare la sovranità e l’indipendenza dei popoli, in realtà
usano contro i popoli l’aggressione e la forza”.
Gheddafi era un rivoluzionario, era
cresciuto nel mito di Mao Zedong, di Charles de Gaulle, ma
soprattutto di Gamal Abdel Nasser. Proprio quest’ultimo aveva
ispirato l’idea – almeno iniziale – di panarabismo che il
giovane Muammar aveva coltivato sin dalle scuole medie, frequentate a
Sebha, nella regione del Fezzan, dove la sua famiglia era arrivata a
piedi da Sirte per seguire il padre Mohamed Abdel Salam Abominiar nei
suoi viaggi da nomade.
La tenda, la sabbia
Nelle aule scolastiche della cittadina,
dove molti insegnanti erano egiziani, il ragazzo nato nel 1942 sotto
una tenda di pelli di capra poté sognare una riscossa ascoltando la
radio Sawt al Arab (Voce degli arabi) e leggendo per la
prima volta la Filosofia della rivoluzione firmata dal
leader del Cairo, un testo che sarebbe diventato poi il libro più
prezioso per la guida del Paese.
Sin dall’infanzia, poverissima,
Muammar si era distinto fra i coetanei per il carisma personale e per
l’approccio inflessibile ai temi sempre roventi del colonialismo.
Il giovane figlio di beduini rivendicò con orgoglio l’esperienza
di vita ottenuta portando al pascolo il poco bestiame della famiglia.
Fin dai primi anni di esperienza scolastica – le elementari fatte
bruciando le tappe nei pressi di Sirte e poi le medie a Sebha – il
ragazzo mostrò scarso amore per le città e nostalgia acuta per la
vita semplice del beduino. L’adolescente incaricato di condurre
cammelli e capre alla ricerca di povero foraggio nel deserto non
poteva immaginare che sotto la sabbia ci fosse la risorsa che avrebbe
garantito una rinascita totale del Paese.
Prima ancora della nascita di Gheddafi,
gli italiani impegnati nella ricerca di acqua in Tripolitania avevano
trovato tracce di petrolio. Ma allora questo non era considerato una
risorsa preziosa, in rapporto alla fatica e alle spese necessarie per
l’estrazione in un ambiente desertico. Ardito Desio – esploratore
e geologo incaricato negli anni Trenta di verificare le possibilità
del sottosuolo libico dall’allora governatore Italo Balbo –
raccontò nelle sue memorie, Sulle vie della sete, dei ghiacci e
dell’oro, delle “spese elevatissime” che l’individuazione dei
giacimenti comportava, e che “il governatore affidò all’AGIP
l’incarico di avviare le ricerche petrolifere, circoscritte, però,
per ragioni di economia, alla sola area in cui erano state segnalate
le prime manifestazioni”. Negli anni Trenta il petrolio non
suscitava entusiasmi. Ma ancor meno ne suscitava il gas, non
utilizzato: in America veniva considerato solo una seccatura durante
l’estrazione del petrolio, e subito bruciato.
La vita del pastore nomade marchiò per
sempre la personalità di Gheddafi, ma tracce ben più significative
lasciarono le vicende dell’eroismo familiare: dal mito del nonno
Abdusalam Hamid Abominiar, ucciso dal proiettile di una nave italiana
nel 1911 e dei fratelli del nonno, vittime delle truppe fasciste,
alle gesta belliche del padre, ferito più volte in battaglia, fino
all’esperienza diretta di una lesione di guerra. Aveva sei anni
quando incappò in una mina (“italiana”, diceva lui con certezza)
che gli provocò una lacerazione al braccio e la perdita di due
cuginetti.
La presa di coscienza ideologica si
mostrò in tutta la sua evidenza il 29 ottobre 1956, quando le truppe
di Francia, Regno Unito e Israele attaccarono l’Egitto di Nasser,
che aveva osato nazionalizzare il canale di Suez. Ascoltando le
notizie alla radio, l’adolescente Muammar diede sfogo
all’indignazione arringando i compagni di liceo e decidendo, poi,
di partire volontario per unirsi alle truppe egiziane. Di lui e dei
suoi coetanei entusiasti non ci fu bisogno, visto che le forze
anglo-franco-israeliane si ritirarono quasi subito, grazie a un
ultimatum di Mosca e alle pressioni americane.
Era un punto di non ritorno nel
processo di decolonizzazione: per un giovane liceale apparve molto
significativo, tanto più se messo accanto ai movimenti che da tempo
agitavano l’Algeria e che presto avrebbero portato il Paese a
liberarsi dal giogo francese. In quegli anni la scoperta delle
ricchezze nascoste nel sottosuolo andava di pari passo con
l’affrancamento dalle potenze coloniali. La Libia di re Idris aveva
avviato un programma di concessioni che garantiva alle compagnie
straniere il diritto a prospezioni geologiche e ne stimolava la
concorrenza, imponendone il ricambio con limitazioni temporali.
Non ci fu grande pressione per lo
sfruttamento del sottosuolo fino a quando la crisi di Suez e la
chiusura del canale imposero alle compagnie petrolifere, abituate a
contare sul greggio iraniano, un trasporto molto più impegnativo,
con navi costrette a circumnavigare l’intera Africa. Fu allora che
all’improvviso la produzione libica divenne interessante: il Paese
si affacciava direttamente sul Mediterraneo e poteva vantare un
regime apparentemente stabile e gradito all’Occidente.
Prima di allora il petrolio libico era
stato quasi marginale negli scenari globali. Attorno al 1957, mentre
il giovane Gheddafi si faceva notare come agitatore e adottava tutte
le cause di liberazione – dalle manifestazioni contro gli
esperimenti nucleari francesi nel deserto algerino a quelle di
protesta per l’assassinio di Patrice Lumumba –, il governo di re
Idris aveva accordato circa sessanta concessioni a una dozzina di
società straniere, comprese le “sette sorelle”, la Compagnia
francese del petrolio (parastatale), il consorzio Oasis e l’azienda
di Nelson Bunker Hunt, figlio del magnate texano Haroldson Lafayette
Hunt. L’ENI ottenne dal premier Mustafa Ben Halim una concessione
per esplorare il sottosuolo nel Fezzan, ma re Idris fece fuori il
primo ministro e attribuì i diritti all’americana Texaco,
provocando persino il disappunto del presidente della Repubblica,
Giovanni Gronchi.
Dopo qualche ritrovamento modesto
vicino al confine con l’Algeria, il primo pozzo petrolifero davvero
produttivo fu realizzato nel 1959 nella regione di Sirte, a Zelten
(ora Nasser). Le dimensioni del giacimento stimolarono la Exxon,
titolare della concessione, a costruire una conduttura e un terminal
sul Mediterraneo. La pipeline, lunga 167 chilometri, aveva la
capacità di portare al terminal di Marsa al Brega circa duecentomila
barili di greggio al giorno. Inaugurata nell’ottobre 1961, l’opera
garantì l’export di sette milioni di barili solo per quell’anno.
Fu un momento di svolta per la Libia, che usciva dalla povertà e non
avrebbe più dovuto contare sull’affitto delle basi militari di Al
Adem, della britannica Royal Air Force, e di Wheelus Field,
dell’Aeronautica americana. L’anno dopo la Libia, con una
produzione annua di 67,1 milioni di barili, aderì all’OPEC. Nel
1965 il gettito dei giacimenti arrivò a 445,4 milioni di barili.
Rivoluzione
Con tutta probabilità anche la
politica petrolifera confermò al giovane Gheddafi che il regime di
re Idris era in sostanza un residuo del periodo colonialista. Certo
non era bastato, per l’anima ribelle dell’adolescente Muammar,
sentire il sovrano affrontare timidamente i temi dell’uscita dal
colonialismo alla fondazione dell’Unione Africana, nel 1963. Idris
aveva invitato a “combattere ogni tentativo imperialistico di
dividere il continente usando designazioni tendenziose come Africa
subsahariana. Il Sahara dev’essere un ponte per unirci, non un
ostacolo per dividerci”.
Per Gheddafi il momento delle
suggestioni panafricane era ancora lontano. Invece, nonostante il
fallimento dell’unione fra Egitto e Siria, l’operato di Nasser
aveva avviato un processo articolato verso il sogno del panarabismo.
Il ragazzo venuto da Sirte accarezzava una sua visione della Libia,
molto diversa da quella della monarchia senussita. Cominciò a
selezionare fra i compagni di liceo i più brillanti e coraggiosi,
per costruire la base di quel movimento segreto che pochi anni dopo
avrebbe portato al colpo di Stato. Identificato come agitatore,
espulso dalle scuole del Fezzan e costretto a un profilo più
moderato in un istituto superiore di Misurata, Gheddafi non rinunciò
alla preparazione di un gruppo clandestino in grado di mettere in
pratica la rivoluzione.
Nel 1963, assieme a un gruppo di amici
fidati, scelse la carriera militare, cosciente che le Forze armate
nutrivano una forte sfiducia – ricambiata – nel regime di re
Idris. Quest’ultimo le considerava inquinate da “valori
nasseriani”, tanto che ne aveva tagliato i fondi e aveva affidato
la propria sicurezza a forze private. L’idea di Gheddafi era quella
di costituire un nucleo di ufficiali unionisti per poi conquistare il
potere. Con questi, dopo una lunga e capillare opera di proselitismo,
mise fine alla monarchia in un golpe rapido e quasi senza spargimento
di sangue.
La generazione di re Idris non era in
grado di comprendere fino in fondo le potenzialità del petrolio.
“Vorrei che voi aveste trovato acqua. L’acqua fa lavorare gli
uomini. Il petrolio li fa sognare”, dice una citazione a lui
attribuita dopo la scoperta dei primi giacimenti. Le foto d’epoca
lo mostrano avviarsi con poco entusiasmo, appoggiato a un bastone di
bambù, alla cerimonia di apertura del terminal di Marsa al Brega, il
14 febbraio 1967. E il suo disinteresse per il tema era confermato
dal fatto che persino la legge sulle concessioni, varata nel 1955,
era stata concordata con le stesse compagnie che dovevano estrarre il
petrolio. Era una normativa, dicevano gli addetti ai lavori,
“particolarmente generosa”, anche perché inizialmente collegava
il guadagno delle aziende concessionarie al reale ricavo sul mercato,
non a un prezzo fisso concordato in anticipo.
Come scrive Angelo Del Boca nel suo
ritratto definitivo Gheddafi. Una sfida dal deserto, a metà
agosto 1969 a Tripoli si era diffusa la voce che il re fosse deciso
ad abdicare in favore del principe ereditario, Hassan al Rida: “Ma
questo non è il cambiamento che si aspetta il Paese. Questa Libia,
che comincia a godere di un certo benessere grazie al petrolio e che
è ansiosa di far sentire il suo peso nel mondo arabo, non può
accontentarsi di un Hassan al Rida, giovane, inesperto, pallido e
malaticcio. Da anni cerca un leader che assomigli a Nasser, che abbia
il suo carisma, la sua baraka”.
I tempi erano maturi. E la disfatta
degli eserciti arabi nella guerra dei Sei giorni fece capire a
Gheddafi che bisognava accelerare, anche perché altri gruppi di
potere si preparavano a rovesciare la monarchia ormai in
disfacimento. In più, il nucleo degli ufficiali aspiranti
rivoluzionari era stato segnalato alle autorità di Tripoli, che per
liberarsi degli elementi scomodi si preparavano a spedirli
all’estero, in località diverse. Ci furono diversi rinvii, uno dei
quali legato addirittura alla coincidenza della data prefissata con
un concerto della popolare cantante Umm Khultum, a cui i giovani
rivoluzionari non volevano mancare di rispetto. Gli “ufficiali
liberi” diedero il via all’operazione Gerusalemme nella
notte fra il 31 agosto e il 1° settembre 1969. Con poche centinaia
di uomini, i rivoluzionari conquistarono rapidamente gli snodi
nevralgici di Tripoli, Bengasi, Sebha. Il golpe riuscì
perfettamente, con minimo tributo di sangue.
Alle 6,30 del mattino la radio di
Bengasi trasmise il comunicato dei rivoltosi, con cui si annunciava
la caduta “del regime reazionario e corrotto, autocratico e marcio”
e la nascita della Repubblica Araba Libica. A parlare davanti al
microfono era un capitano di 27 anni, fino ad allora del tutto
sconosciuto, che in breve sarebbe diventato il “fratello leader”
del Paese. Nel discorso radiofonico, il capitano volle rassicurare
anche “gli amici stranieri, che non devono temere per i loro beni o
per la loro vita”, perché il cambiamento era solo una questione
interna. Fra le righe si poteva leggere anche la preoccupazione per
le risorse da poco scoperte, che garantivano un futuro prospero per
la neonata Repubblica ma non potevano essere estratte né sfruttate
senza l’impegno e la competenza delle compagnie petrolifere
straniere.
Un nuovo corso
All’inizio gli ufficiali protagonisti
del colpo di Stato – riuniti nel Consiglio di comando
rivoluzionario – evitarono di profilarsi individualmente. Il primo
nome che emerse, l’8 settembre 1969, fu quello del primo ministro:
Mahmud Suleiman al Maghribi. Una scelta che doveva chiarire come le
risorse nascoste fossero sempre sullo sfondo di ogni decisione:
Maghribi, di origine palestinese, aveva lavorato nell’ufficio
legale dell’americana Exxon fino alla guerra del ’67. Indignato
per il sostegno degli USA a Israele, aveva preso posizioni forti a
favore dell’embargo e del boicottaggio verso gli Stati Uniti,
guidando lo sciopero dei lavoratori del settore e finendo in carcere
sotto re Idris.
Nello stesso giorno, fu reso pubblico
il nome del leader della giunta: Muammar al Gheddafi, un capitano che
intanto i commilitoni avevano promosso per acclamazione colonnello.
La politica inaugurata dal nuovo “uomo forte” piacque
immediatamente ai libici: dalle misure di riforma dell’apparato
pubblico (con il raddoppio dei salari minimi e il taglio dello
stipendio ai ministri) alle scelte simboliche nazionaliste (con
l’imposizione della lingua araba a ogni livello e l’abolizione
delle insegne a caratteri latini), a quelle culturali (la scomparsa
dei night club, il bando alla prostituzione) e a quelle religiose (la
chiusura delle chiese, il divieto assoluto di bevande alcoliche). Le
banche furono nazionalizzate, le aziende straniere dovettero cedere
quote azionarie di maggioranza, persino la flotta di Mercedes dei
funzionari pubblici venne liquidata, per far posto a berline
Volkswagen, Peugeot e FIAT, oltre alle Land Rover per i militari.
“Nella rivoluzione del 1969”, scrisse su Counterpunch Garikai
Chengu, studioso della Harvard University, “Gheddafi aveva
ereditato una delle nazioni più povere dell’Africa; ma al tempo in
cui lui fu assassinato, il suo socialismo aveva trasformato la Libia
nella nazione più ricca, con il PIL pro capite e l’aspettativa di
vita più alti del continente”.
Dopo le prime riforme, era stata la
volta dei grandi progetti sociali, dal sostegno economico alle coppie
giovani, all’impegno sulla politica abitativa, fino all’ambizioso
progetto che Tripoli orgogliosamente definiva “ottava meraviglia
del mondo”, il Grande fiume artificiale. Era un immenso sistema di
irrigazione, il più vasto del mondo, con condutture che prelevavano
l’acqua dalle falde antichissime scoperte nel Sahara e risalenti
all’era glaciale. La costruzione partì nel 1983, nel 1986 Gheddafi
inaugurò a Marsa al Brega lo stabilimento dove venivano costruiti i
cilindri di cemento (impegnando materiali d’acciaio fabbricati in
Italia), e fra il 1989 e il 2007 l’acqua arrivò in tutte le grandi
città assetate del Nord.
Ma la svolta repubblicana non fu
gradita solo alla popolazione. Scrive Mino Vignolo nel suo Gheddafi.
Islam, petrolio e utopia: “Anche le potenze occidentali e le
compagnie petrolifere erano persuase che la Libia dovesse essere
governata da un regime più moderno, meno legato alle lotte tribali e
meno corrotto”. Quello che contava, insomma, era che alla guida ci
fosse qualcuno in grado di garantire che il flusso di gas e petrolio
non si fermasse. Nemmeno lo sgombero delle basi militari, imposto dal
nuovo regime in tempi rapidi, sconvolse più di tanto Washington o
Londra. E così come non restarono a secco le stazioni di servizio in
Occidente, vennero sommerse anche le casse della neonata Repubblica.
Nel 1969 la produzione di petrolio superava i tre milioni di barili
al giorno.
Di questo fiume e dei suoi introiti,
solo una piccola parte finiva nell’Est del Paese. Racconta fonte
Gray, ex diplomatico con lunga esperienza in Libia:
La Cirenaica aveva una tradizione
religiosa molto più forte, differente dall’approccio laico di
Gheddafi. In più, i rivoluzionari avevano spodestato re Idris, capo
della setta della Senussia cirenaica, di fatto inasprendo la
contrapposizione con la Tripolitania. Il colonnello vedeva nei
sentimenti autonomisti dell’Est una minaccia alla stabilità del
suo regime, per questo non esitò a frenarne lo sviluppo. Dopo la
rivoluzione questa parte del Paese rimase a un livello economico
enormemente più basso, secondo la volontà del regime. Gli introiti
del petrolio, quando arrivavano, arrivavano col contagocce. Povertà
e disoccupazione erano diffuse. La Cirenaica reagiva cercando
riferimenti altrove, e finì per avvicinarsi ai militanti dell’Islam
radicale. Insomma, rispetto alla Tripolitania era un altro mondo.
Ricordo la battuta, tradotta approssimativamente dall’arabo, di un
anziano professionista libico che avevo conosciuto a Bengasi:
“Gheddafi tiene la Cirenaica sotto i piedi, ma proprio lì il
terreno franerà e lo farà cadere”.
I rivoluzionari al potere scelsero di
applicare una politica di conservazione, invece che di incremento nel
prelievo. In un anno e mezzo la produzione venne tagliata, lo Stato
libico affrontò le compagnie petrolifere e proclamò che
l’iniziativa non era più lasciata al mercato o alle grandi
compagnie. In parole povere, i produttori decisero che potevano
chiedere prezzi più alti. Se nel 1969 un barile costava 90 centesimi
di dollaro, già nel 1971 le compagnie dovettero pagarlo 3 dollari e
45. Chi non era disposto ad accettare le nuove condizioni, fu
sottoposto a misure punitive, costretto a limitare le estrazioni con
motivazioni tecniche, e alla fine espulso. Ma la Libia era il quarto
maggior produttore del mondo non comunista dopo Arabia Saudita, Iran
e Venezuela, non era facile rinunciare a una presenza locale. La
chiusura del canale di Suez durò fino al 1975, di fatto attribuendo
al greggio libico un valore di mercato molto più alto che nei primi
anni di estrazione. Negli anni Settanta Tripoli era ormai la fonte di
petrolio più importante per l’intera Europa occidentale, e
garantiva un terzo della richiesta globale.
A convincere le riottose multinazionali
del petrolio, che avevano vittoriosamente affrontato una sfida simile
in Iran negli anni Cinquanta, fu la tenacia di Tripoli, che sapeva di
avere in mano leve formidabili. Rinegoziando le concessioni, Gheddafi
proclamò: “Un popolo vissuto per cinquemila anni senza petrolio
può continuare a vivere ancora per qualche anno senza di esso, per
affermare i propri diritti legittimi”. Ma, più ancora che le
dichiarazioni di principio, ebbe effetto l’indiscrezione trapelata
in Libia sulle misure pronte a partire. Il colonnello aveva messo in
preallarme le Forze armate, perché in caso di necessità
intervenissero entro un’ora di tempo a bloccare i porti per fermare
ogni spedizione.
Per Muammar al Gheddafi la benedizione
del sottosuolo doveva servire a uno scopo preciso: avviando la
nazionalizzazione delle risorse, chiedendo una fetta maggiore dei
ricavi, pretendendo dalle compagnie una quota non inferiore al 55 per
cento e maggiore controllo sullo sviluppo dell’industria, il
colonnello sognava non solo di garantire il benessere ai libici –
approfittando anche del fatto che questi superavano di poco il
milione –, ma anche di rilanciare la visione panaraba di Nasser. Un
passo in questa direzione fu anche il coordinamento con l’Algeria,
fuori dalla cornice OPEC, in chiave anti-israeliana. Il
mensile Foreign Affairs fu tra i primi a comprendere la
portata del cambiamento, e parlò esplicitamente di oil
weapon,espressione che sarebbe tornata di attualità nel 1973.
Ma nemmeno le risorse quasi illimitate
a disposizione della sua Repubblica consentirono al colonnello di
vedere realizzato il sogno panarabo. Le sue proposte di unione furono
via via respinte. Nel 1971 egiziani, siriani e libici approvarono con
un referendum la fusione dei tre Stati, che non fu mai portata a
compimento e rimase solo una federazione, per cinque anni. Un
tentativo di unione con la Tunisia, che avrebbe dovuto poi accogliere
Algeria e Marocco, non decollò per i ripensamenti di Habib
Bourghiba. Persino il Sudan, poverissimo, preferì una strada
separata dalla ricca e spopolata Libia.
Nel 1973 Gheddafi aveva dichiarato in
patria una “rivoluzione culturale”, che prevedeva la formazione
di “comitati popolari” nelle scuole, negli ospedali, nelle
università, nei luoghi di lavoro e nei distretti amministrativi. Nel
1977 rilanciò, annunciando una “rivoluzione popolare” e
cambiando il nome ufficiale del Paese da Repubblica Araba Libica a
Grande Jamahiriya (cioè Repubblica delle masse) Araba Libica
Popolare Socialista, con la creazione di “comitati rivoluzionari”.
Questi erano lo strumento per riportare sotto il suo controllo,
sempre energico e indiscusso, il Paese, ma il loro insediamento,
caratterizzato da una totale arbitrarietà e da una politica di pugno
di ferro assoluto, suscitò un forte declino economico. Ai
cambiamenti politici, il raìs aveva affiancato nel 1975 un
contributo teorico, il Libro Verde, in cui teorizzava una sua
personale visione politica che avrebbe dovuto superare capitalismo e
comunismo.
Lotta anticolonialista
La disponibilità economica che
arrivava dal petrolio permise a Gheddafi di sviluppare in concreto le
idee anticolonialiste, senza condizionamenti dettati dalla prudenza.
Il leader libico assunse anzi, scrive John Wright in Libya: A
Modern History, un ruolo provocatorio negli affari arabi e mondiali.
“La costante necessità dell’Occidente di proteggere i propri
interessi petroliferi e mantenere costante il flusso del greggio
libico spiega la facile acquiescenza della Gran Bretagna e degli
Stati Uniti alla richiesta di evacuazione delle basi, e quella
dell’Italia davanti all’espropriazione e al rimpatrio di
un’intera comunità, comprese le ossa dei morti. Spiega anche
perché i francesi poterono ignorare i propri scrupoli proclamati
sulla vendita dei Mirage”.
La visione anticolonialista di Gheddafi
lo portò presto a diventare il punto di riferimento per i gruppi che
ovunque nel mondo avevano intrapreso la lotta contro i regimi
invasori. Dal Sudafrica all’Irlanda del Nord, i petrodollari della
Libia servirono a finanziare ogni movimento rivoluzionario. Ma il
primo e più importante obiettivo, che il colonnello aveva proclamato
già nel 1970, era quello di liberare la Palestina. Molto critico
verso la frammentarietà dei gruppi palestinesi, Gheddafi tentò
prima di avvicinare l’OLP al marxista Fronte popolare per la
liberazione della Palestina guidato da George Habash, ma finì per
espellere il FPLP dalla Libia e concentrare le risorse su Al Fatah,
l’organizzazione guidata da Yasser Arafat. Da qui nacque il
sostegno per il gruppo guerrigliero Settembre Nero, figlio non
riconosciuto di Al Fatah, i cui militanti si resero responsabili del
sanguinoso attacco contro la squadra israeliana alle Olimpiadi di
Monaco nel settembre 1972.
Per il mondo, l’accoglienza in Libia
e i funerali solenni dei cinque militanti rimasti uccisi nell’attacco
furono una dichiarazione di intenti esplicita. Il regime di Tripoli
fu considerato il finanziatore dei gruppi palestinesi impegnati nei
dirottamenti. Ed è difficile non collegare queste considerazioni con
l’abbattimento, da parte di due caccia F-4 Phantomisraeliani, del
volo Libyan Arab Airlines 114, un Boeing 727partito dalla capitale
libica e diretto al Cairo via Bengasi, uscito di rotta per un
malfunzionamento sul Sinai occupato. Era il 21 febbraio 1973,
sull’aereo c’erano 113 persone, solo cinque sopravvissero. Il
governo di Israele lo definì “un errore di valutazione” e pagò
compensazioni per le vittime, ma – raccontò cinquant’anni dopo
il quotidiano Haaretz – senza mai investigare
sull’accaduto.
Secondo John Wright, attraverso il
“sacro dovere” verso tutte le rivoluzioni, la Libia divenne “non
solo il sostenitore clandestino dei gruppi di opposizione marocchini,
tunisini, egiziani e sudanesi, ma anche un sostenitore aperto e
dichiarato dei musulmani ‘oppressi’ in Ciad e nelle Filippine
meridionali (così come dei ‘musulmani neri’ negli Stati Uniti),
dei movimenti nazionali ‘anticoloniali’ nell’Africa portoghese,
e della ‘liberazione rivoluzionaria’, praticata da gruppi come il
Fronte di Liberazione Eritreo e l’Esercito Repubblicano Irlandese
(IRA)”.
Sulle cifre sborsate da Tripoli per gli
aiuti ai rivoluzionari ci fu sempre mistero. Una stima pubblicata
dal Times nel 1972 le collocava sopra i 150 milioni di
sterline: al valore degli anni Settanta, era l’equivalente di tre
miliardi di sterline oggi, cioè quasi tre miliardi e mezzo di euro.
Lo stesso quotidiano londinese sottolineava che, al di là delle
preoccupazioni per i musulmani di Israele, Ciad e Filippine, il
regime libico sicuramente non aveva interessi vitali nell’Irlanda
del Nord. Ma “dare sostegno e rifugio ai terroristi rafforzava lo
status internazionale di Paesi altrimenti poco importanti, facendo
sentire i loro governanti influenti e sembrava valere la spesa”.
L’aiuto ai gruppi militanti conquistò
a Gheddafi l’antipatia di Ronald Reagan: appena arrivato alla Casa
Bianca, il presidente americano volle sfidare il leader di Tripoli a
casa sua, contestando il diritto libico al golfo della Sirte.
Nell’agosto 1981 i caccia F-14 Tomcat,decollati dalla
portaerei Nimitz,abbatterono due jet libici Su-22che li avevano
ingaggiati mentre le forze USA erano impegnate in un’esercitazione
della VI flotta chiamata, non a caso, Freedom of Navigation.
Dopo gli attacchi terroristici negli
aeroporti di Roma e Vienna nel dicembre 1985, con 19 morti, la Libia
fu considerata corresponsabile per l’offensiva, rivendicata da una
fazione palestinese radicale guidata da Abu Nidal. Il gruppo era
uscito dall’OLP, che da poco aveva ufficialmente rinunciato alle
azioni armate fuori dal territorio di Israele e dei Territori
occupati. Secondo fonti di intelligence, Tripoli aveva fornito le
armi per gli assalti. Il gruppo era già stato protagonista di una
serie di attentati, alcuni forse rivendicati senza reale
coinvolgimento, ma aveva conquistato l’apprezzamento di Gheddafi,
che nel 1986 decise di accogliere i militanti in Libia, divenendo poi
amico del leader.
Tripoli aveva da poco schierato i
missili terra-aria sovietici S-200e insisteva a voler usare ogni
mezzo per difendere la sovranità sulla Sirte. Quando, nella
primavera del 1986, la Marina americana oltrepassò quella che
Gheddafi chiamava “linea della morte” con tre squadre navali e
225 aerei, lo scontro fu inevitabile e si concluse con robuste ma non
dichiarate perdite da parte libica e nessuna perdita nelle forze
statunitensi. Ma, appena due settimane dopo, una bomba esplose nella
discoteca berlinese La Belle, frequentata da militari USA: due di
essi morirono nell’attentato, assieme a una donna turca, altre
duecento persone restarono ferite.
Washington sostenne di avere le prove
di un coinvolgimento di Tripoli nell’attentato, e ordinò un
massiccio bombardamento della Libia in cui morirono un centinaio di
persone. Fra queste c’era – secondo il governo libico – anche
la figlia adottiva del colonnello, Hana. Questa versione fu
contestata da diverse fonti, secondo cui la giovane era viva e
lavorava come dentista.
Il 21 dicembre 1988 il Boeing 747del
volo Pan Am 103, partito da Francoforte per Detroit, esplose in volo,
causando la morte di 243 passeggeri, in prevalenza americani e
britannici, 16 membri di equipaggio e 11 residenti di Lockerbie, la
cittadina scozzese su cui caddero i rottami dell’aereo. Dopo tre
anni di indagini gli inquirenti scozzesi e americani emisero i
mandati di cattura per due cittadini libici, ma la Jamahiriya accettò
di consegnare alla giustizia scozzese i due accusati solo nel 1999.
Uno di loro, Abdelbaset al Megrahi, fu considerato colpevole e
condannato all’ergastolo, per essere poi rilasciato nell’agosto
2009 perché ammalato di tumore. La liberazione anticipata fu
collegata da molti osservatori al ritorno in Libia della britannica
BP con un contratto da 900 milioni di dollari per esplorazioni su
54.000 chilometri quadrati nella parte Ovest del Paese e nelle acque
del golfo della Sirte. La compagnia petrolifera negò di aver preso
parte alle trattative, ma ammise di aver fatto pressioni sul governo
scozzese.
Gheddafi aveva negato di aver ordinato
l’attentato al 747, ma accettò la responsabilità libica e stabilì
di pagare un forte risarcimento alle famiglie delle vittime – 2,7
miliardi di dollari –, precisando però che questo era un atto
necessario per interrompere l’isolamento internazionale della
Libia. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU votò la fine delle
sanzioni nel settembre 2003.
L’anno dopo, Tripoli concordò un
risarcimento anche per le famiglie delle 170 vittime del volo UTA
772, caduto nel deserto del Ténéré nel settembre 1989 dopo
l’esplosione di una bomba a bordo. L’attentato, in cui era
coinvolto, secondo gli investigatori, anche il capo dell’intelligence
di Tripoli Abdullah Senussi, fu forse una rappresaglia contro la
Francia per il sostegno al Ciad contro i progetti libici di
espansione verso sud, o il tentativo fallito di eliminare un
esponente di opposizione. Nell’agosto 2004 fu il turno delle
vittime della discoteca La Belle, risarcite con 35 milioni.
L’isolamento internazionale e,
probabilmente, anche la coscienza di quello che era successo all’Iraq
con il pretesto delle armi di distruzione di massa spinsero Gheddafi
a rinunciare formalmente, nel dicembre 2003, ai programmi di
armamento nucleare e chimico. La strategia diede i suoi frutti: a
gennaio del 2005 la prima asta per licenze di ricerca di gas e
petrolio vide il ritorno in Libia delle compagnie americane, assenti
da oltre un ventennio. E nel maggio dell’anno successivo, gli Stati
Uniti ristabilirono relazioni diplomatiche con la Jamahiriya.
Persino Amnesty International riconobbe
che la mano di ferro usata dal regime nei decenni precedenti si era
in parte allentata, anche se restavano senza soluzione – e senza
colpevoli – “centinaia di casi di sparizioni forzate e gravi
violazioni dei diritti umani commesse negli anni ’70, ’80 e ’90”.
Nel 2008 il Paese ricoprì per un mese
la presidenza – a rotazione – del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite: si chiudeva definitivamente il periodo in cui il
regime veniva trattato da paria. A settembre Gheddafi ricevette a
Tripoli il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, in una
visita storica. La Rice parlò di “nuova fase” nei rapporti fra
Tripoli e Washington: un incontro a quel livello non avveniva dal
1953.
Il sogno panafricano
Durante l’isolamento internazionale
dovuto al sostegno di Tripoli a gruppi armati di mezzo mondo e alle
accuse di finanziare il terrorismo, anche gli Stati arabi avevano
voltato le spalle al colonnello. Le Nazioni sorelle avevano accettato
senza reagire le sanzioni alla Libia, e Gheddafi si era sentito
tradito. Gradualmente il sogno panarabo lasciò spazio a un progetto
ancora più ambizioso: l’idea di un’unità stretta fra gli Stati
dell’Africa, a partire da Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Gambia
che avevano deciso di ignorare l’embargo e rompere l’isolamento
di Tripoli.
L’idea del panafricanismo, nata dalla
coscienza comune dei popoli che avevano subìto lo schiavismo, aveva
avuto risvolti politici articolati già nel secolo XIX, e aveva dato
origine all’Organizzazione dell’Unità Africana, poi divenuta
Unione Africana proprio su iniziativa della Libia, al vertice di
Sirte del 1999.
Gheddafi aveva raccolto il testimone
dal ghanese Kwame Nkrumah, sposando in pieno la necessità di un
processo che portasse agli “Stati Uniti d’Africa”, con un punto
d’arrivo che vedesse una sola valuta, un unico esercito, un
passaporto comune. All’impegno ideologico il leader libico affiancò
i fatti, attingendo con abbondanza alle casse di Stato, in aiuto ai
Paesi più poveri (dalle donazioni di trattori al Gambia alla rete di
telecomunicazioni finanziata nel Ciad e nei Paesi vicini attraverso
la libica Al Madar), sostenendo direttamente l’UA con milioni di
dollari, e spesso pagando anche le quote di iscrizione dei Paesi più
poveri. Ma non tutti i leader del continente erano animati dalla
stessa visione e, a causa delle tendenze centrifughe e degli
interessi particolaristici, il progetto rallentò e divenne
qualcos’altro.
Per il presidente tanzaniano Julius
Nyerere, militante anticolonialista e “padre della nazione”,
l’organismo era solo “un comitato di dittatori che non proteggeva
i diritti degli africani”. Altrettanto duro il giudizio
dell’economista del Malawi, Thandika Mkandawire, secondo il quale
“una delle principali debolezze del panafricanismo è stata
l’incapacità di proteggere gli africani dai tiranni locali. Il
panafricanismo non è stato visto come garanzia dei diritti delle
persone. La solidarietà in suo nome ha gettato un velo di oscurità
sulle azioni orrende dei dittatori africani, dalla corruzione al
genocidio”.
Una moneta per sfidare il dollaro
Nel 2009, Gheddafi era presidente
dell’Unione Africana. Da essere fra i Paesi più poveri La Libia
era diventata la nazione più ricca del continente. Il colonnello
decise di proporre agli altri Paesi dell’Unione di adottare una
valuta comune, per sganciare dalle banche americane i ricavi del
sottosuolo. L’idea di abbandonare il dollaro per le proprie
transazioni internazionali e passare a quello che, secondo le
proposte libiche, si sarebbe potuto chiamare dinaro d’oro,
significava che le ricchezze del sottosuolo africano non sarebbero
più state sottoposte a un controllo dell’Occidente, ma sarebbero
confluite in fondi gestiti dagli Stati africani.
All’inizio, la prospettiva di
affiancare un personaggio imprevedibile come il colonnello in un
progetto così significativo sembrava poco proponibile. Ma la
gestione accurata dei proventi petroliferi aveva permesso alla Banca
Centrale della Libia di accumulare massicce riserve auree: oltre 143
tonnellate, secondo quello che filtrò attraverso i documenti resi
pubblici da WikiLeaks, e altrettanto valore in argento, per un valore
stimato superiore ai sette miliardi di dollari.
La garanzia aurea avrebbe permesso
stabilità al valore delle estrazioni petrolifere, dato che nel 1971
il dollaro, sotto la presidenza di Richard Nixon, era stato sganciato
dall’oro e subiva gli effetti dell’inflazione. E questi non erano
trascurabili: ai tempi del dollaro convertibile, un’oncia d’oro
(misura standard nel mondo anglosassone, pari a 28,35 grammi) valeva
poco più di 40 dollari, nel 2009 sfiorava i mille, e durante il 2024
ha superato i 2.500.
Diversi Paesi sembravano pronti,
fra essi Nigeria, Tunisia, Egitto e Angola. Nel 2009, al Primo
Congresso degli economisti africani, tenuto a Nairobi sotto l’egida
dell’Unione Africana, l’adozione di una moneta unica fu esaminata
e sostanzialmente approvata, anche se con qualche riserva e molte
raccomandazioni di gradualità. Poi la rivolta in Libia costrinse a
sospendere ogni iniziativa. Ma l’idea che fosse stata proprio la
minaccia per la valuta statunitense a far decidere l’offensiva
occidentale contro Gheddafi rimase in piedi, tanto più quando fra le
email del segretario di Stato USA Hillary Clinton, rese pubbliche da
WikiLeaks, comparve un messaggio del suo controverso consigliere, Sid
Blumenthal, che secondo molti confermava i peggiori sospetti. In
questa email il collaboratore della Clinton citava un’“alta
fonte” per sottolineare quelli che secondo i critici erano i motivi
per cui era necessario eliminare Gheddafi. “Secondo informazioni
sensibili a disposizione di questa fonte, il governo di Gheddafi
detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile di argento...
Questo oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione e
avrebbe dovuto essere utilizzato per stabilire una valuta panafricana
basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano è stato progettato
per fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco
CFA”. L’oro sarebbe stato spostato dalle casse della Banca
Centrale di Tripoli a Sebha, non lontano dal confine con il Niger e
il Ciad.
Blumenthal citava altre generiche
fonti, secondo le quali l’offensiva al franco CFA sarebbe stata uno
dei fattori fondamentali per la decisione del presidente francese
Nicolas Sarkozy di attaccare la Jamahiriya. Secondo queste fonti, gli
obiettivi di Parigi sarebbero stati: “a) ottenere una quota
maggiore della produzione petrolifera della Libia; b) aumentare
l’influenza francese nel Nord Africa; c) migliorare la sua
situazione politica interna in Francia; d) fornire all’esercito
francese un’opportunità per riaffermare la sua posizione nel
mondo; e) affrontare la preoccupazione dei suoi consiglieri sui
piani a lungo termine di Gheddafi di sostituire la Francia come
potenza dominante nell’Africa francofona”.
In realtà, l’email non sottolineava
in termini espliciti quale pericolo potesse costituire il dinaro
d’oro per il dollaro, anche se questo scenario non poteva che
apparire implicito. Sul tema si confrontarono parecchi osservatori,
senza però che nessuno fosse in grado di stabilire un nesso preciso
fra la minaccia alla valuta americana e il cambiamento di regime
imposto con la forza. Al di là della ricerca di un collegamento
inequivocabile, l’esame della politica estera statunitense e
occidentale in genere – soprattutto se l’intervento in Libia si
confronta con altre situazioni di Paesi autoritari, per le quali non
fu mai invocata la teoria della R2P, la Responsibility to
Protect – lascia la strada aperta a molti dubbi sulle
motivazioni umanitarie.
Giampaolo Cadalanu, a lungo inviato
speciale del quotidiano “la Repubblica”, si è occupato per oltre
trent’anni di crisi e conflitti in tutto il mondo, dal Medio
Oriente ai Balcani, dal Sudan all’Afghanistan, dalla Libia
all’Ucraina, dallo Sri Lanka al Libano. Come defense correspondent
ha seguito i soldati italiani nelle diverse missioni all’estero.
Gli sono stati conferiti, tra l’altro, il premio Boerma della FAO e
la Colomba d’oro dell’Archivio Disarmo. Per Laterza è autore
di La guerra nascosta. L’Afghanistan nel racconto dei militari
italiani (con Massimo de Angelis, 2023).
Venerdì 13 giugno alle 18.30 la
libreria GRIOT, via Santa Cecilia 1a. Roma (tel. 06.58334116) ospita
la presentazione di “Sotto la sabbia. La Libia, il petrolio,
l’Italia” di Giampaolo Cadalanu, pubblicato da Laterza. Insieme
all’autore partecipa Francesco Fossa, giornalista di Mediaset