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martedì 4 novembre 2025

Remo Rapino - LA SCORTANZA - minimumfax

 
Remo Rapino
LA SCORTANZA
minimumfax
novembre 2025
pp. 152, euro 17
ISBN 9788833896557


Seduto alla Fontanella, Rosinello Capobianco conta le mattonelle e mette in fila i ricordi, belli e brutti – che, proprio come le mattonelle, si contano sempre a tre a tre. Storie mezze vere e mezze false, racconti di seconda e terza mano, frammenti di vite sfiorate, echi di favole, di sogni, di preghiere: l’illustre mastro Nicola Trabaccone, che gli ha insegnato il mestiere della rilegatura, Giacomino Tiracchia, che leggeva Verga in mezzo al suo campo di girasoli, Cenzino che è tornato dall’America mentre Rosinello ha potuto solo sognarla, Libbò che parlava solo per proverbi e Ginetta Petrosemolo con la sua gonna a fiori, a cui Rosinello ha strappato qualche bacio di straforo e che forse, se avesse avuto un po’ più di coraggio, avrebbe potuto essere il suo grande amore.
Si inanellano i ricordi e i racconti, brandelli di vite leggere come pezzi di stoffa portati dal vento, con tutte le loro piccole e grandi disperazioni, il loro carico di desiderio, gioia e dolore, le cose volute e mai avute, le cose sopportate, le cose assaporate fino alla fine, come l’ultima goccia nel bicchiere prima che la taverna chiuda.
Dopo Liborio, dopo Mengo, la voce inconfondibile e poetica di Rosinello aggiunge un nuovo capitolo all’epopea degli sfasulati, un altro tassello a quel paesaggio in cui ogni frammento può contenere stelle, lune, pianeti, galassie, e dove l’atto dolcissimo e doloroso del ricordare è una mano tesa, un dono fraterno, un canto che scoraggia la morte e strappa la promessa di un racconto eterno.

Un estratto
Mica sempre vero che i genitori vogliono un bene da morire ai f igli. Ha voglia quel Mario Merola là a cantare che ’E figlie so’ piezze ’e core, che almeno lui un nome normale ce l’ha sulla carta d’identità e, se lo chiamano per strada, nessuno si mette a ridere e lui si gira tutto contento per il nome che si porta appresso. Invece io, altro che ’E figlie so’ piezze ’e core. Se così fosse, i miei genitori, se m’avessero voluto bene davvero, a me, mai e poi mai m’avrebbero attaccato ’sto nome farlocco: Rosinello, che potrebbe andar bene, sì e no, per lo scemo di testa e di camminata storta del paese. Che se dopo ci accompagni pure il cognome Capobianco, allora l’opera buffa è completa, si spengono le luci, tacciono le voci, e nel buio comincia il varietà, certe volte pure con le ballerine a gambe di fuori e con la cellulite che si vede bene anche a occhio nudo. Per non dire che a portarmelo dietro, ’sto cazzo di nome, tutta la vita ho dovuto battagliare e farmi largo a calci e sputi con gli Andrea, i Pietro e Paolo, perfino con i Franco, i Bruno e gli Alberto, certe volte anche con i nomi dei cani, che quelli, pure quelli, già solo col nome mi lasciavano indietro di una buona cinquantina di metri, e hai voglia dopo a far rincorse, che i miei giorni tutti in salita si capicollavano, tra un’incazzatura e l’altra, e mi ci veniva un fiatone d’asma per le scalinate di basalto dove s’arrampicavano gli anni miei. Mille volte avrei voluto cambiare il mio nome, ero andato pure da un mezzo avvocatuccio, uno di seconda mano, ché quel tormento da fine pena mai Bambole non c’è una lira, ’na miseria scura assai, mi veniva appresso, passo passo, come quei rompicoglioni che girano per la piazza, e mo’ ti cercano ’na sigaretta e mo’ ’na birretta o qualche soldarello per il parcheggio anche se non hanno né la macchina né la patente, e intanto girano in tondo come tafani, da mattina a sera, come anime perse del Purgatorio. Ecco, volevo fare ’na cosa così, uno scavalcamento burocratico per vedere come striccicare la faccenda del nome mio. Poi però al portone del Municipio non ci sono mai entrato, un po’ perché mi vergognavo, un po’ perché gli impiegati comunali mi stavano tutti bastantemente sulle palle con quell’aria da so tutto io, timbracarte, firme false e marche da bollo, che pure oggi mi si appendono ai gioielli di famiglia come un Tarzan in volo sulle liane della giungla. Che poi gioielli si fa per dire. E giacché mi ci trovo un altro sfogo mi brucia sulla punta della lingua, che pure i vigili, tutti azzimatucci come il loro capoguardia Cocò sparami in petto, mi stavano sullo stomaco e m’abbuffavano le palle come farebbe un’ernia strozzata. Poi, alla fine, non sapevo manco che nome mi potevo capare, ma a piacere mio, mica del Comune. Così m’è rimasto ’sto marchio di Rosinello sulle spalle e con questo nome me ne sto seduto, mufo mufo, da mattina a sera alla Fontanella di Colle di Piazza. Un postarello discreto per fare due chiacchiere con qualche malanima o starsene per i cazzi propri come se, per qualche miracolo, un povero cristo normale si ritrova, appena schiodato dalla croce, senza colpo ferire, in paradiso, un’isola di gradimento insomma, penso una delizia almeno a sentire preti, monaci e suore, che poi sono pure loro ’na mezza camorra, tutti bugiardi come le frasi millantate sulle lapidi dei morti. E poi ci dovrà essere qualche fontanella che sputa acqua buona pure nei giardini del paradiso. Quel ritaglio di piazza è chiamato Cerchitelli, che sarebbe come dire piccole querce, ma querce non sono proprio per niente e io non capisco perché lo chiamano così. A me sembrano alberi di Giuda ma ben cresciuti, che, a pensarci bene, quel nome traditore ci sta più a fagiolo, con tutti i falsoni e i fregamidolce che ci girano in tondo, con facce volpine e mani pelose, sbraitando pettilarie, malestorie, segreti di famiglia, insomma coltellate alla schiena a chi capita capita. Bisogna saper smirciare bene per riconoscerli sotto le mascherature, se no ti puoi abbuscare una fregatura tra capo e collo, e ti ritrovi faccia a terra e culo per aria, manco il tempo di uno svolazzo di male parole, un oddio oddio, oh mamma mia. Io, invece, sono di un’altra pasta, non faccio raggiri a coccia di morto, non racconto bugie né cago fregnarie, anche se gli altri soggetti ammuinano il contrario, ma io, per sicurezza, ci sto poco a contatto con certa gente. Io non m’invento niente, non sono un fanfarone e manco uno spacconetto di quartiere. Mi nascono dentro solo storie, mezze vere e mezze false, che poi, alla fine, bugie, storie e favole ribollono tutte nello stesso calderone a fare pizza e minestra. Tra i miei parenti di prima, e qualcuno di mo’, qualche truffaparole non è mai mancato e maestri nel giochetto delle tre carte, per la verità, hanno fatto teatro, e pure ’sta cosa è voce di popolo, voce di Dio, tanto che ci conoscono più col soprannome che con il cognome scritto con l’inchiostro nero all’anagrafe comunale. (...)

Remo Rapino (1951) è stato insegnante di storia e filosofia. Vive a Lanciano. Minimum fax ha pubblicato Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (2019), vincitore del Premio Campiello, Cronache dalle terre di Scarciafratta (2021) e Fubbàll (2023), vincitore del Premio Gianni Mura. Tra le altre sue opere ricordiamo i romanzi Un cortile di parole (Carabba 2006) e Di nome faceva Arturo (Città Nuova 2025) e le raccolte di poesie Cominciamo dai salici (Crocetti 2002), La profezia di Kavafis (Mobydick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).


mercoledì 22 ottobre 2025

FRANCESCO MICHELI PRESENTA AL RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE DI FERRARA IL SUO LIBRO “IL CAPITALISTA RILUTTANTE”

 
Giovedì 23 ottobre alle 17.30 il Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara “Claudio Abbado” ospiterà la presentazione del libro "Il capitalista riluttante" di Francesco Micheli, finanziere e mecenate, presidente dell'Associazione Ferrara Musica, con la moderazione e l’introduzione di Francesca Colombo, Direttrice generale e culturale di BAM, Biblioteca degli Alberi Milano, e la partecipazione di Marco Gulinelli, assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, e Riccardo Maiarelli, presidente della Fondazione Estense. L’ingresso è libero. 
Braccio destro di Eugenio Cefis, sodale e rivale di Enrico Cuccia, a stretto contatto con Carlo De Benedetti e Raul Gardini, commensale di Roberto Calvi, in barca con Gianni Agnelli e Marco Tronchetti, socio dissociato di Armani. Francesco Micheli è sempre stato nel cuore del potere economico italiano. Eppure, si è sempre mostrato schivo al riguardo: un capitalista riluttante, forse perché il suo percorso viene da lontano. Parte da Parma, da un padre pianista e docente, da una madre molto attenta alla scelta della scuola migliore. 
Oggi, passati gli ottant'anni, Micheli ripercorre nel suo primo libro, edito da Solferino Libri, questo viaggio che lo ha reso unico nel panorama della nostra finanza: innamorato del mare, del volo, fine musicista, raffinato collezionista d'arte, tutto sempre mantenendo quella spontaneità e curiosità nei confronti del mondo che lo ha animato sin da bambino, quella capacità di divertirsi, sullo sfondo delle note del jazz. Un memoir formidabile che racconta un nomade della cultura e della vita che continua a cercare il bel suono, un visionario che ripercorre una vita vissuta da esploratore, col vento in faccia, per assaporarne ogni attimo e scoprire che è prezioso. Molto più del denaro.

lunedì 30 giugno 2025

Iris Wolff - RADURE - Neri Pozza

 
Iris Wolff
RADURE
(titolo originale Lichtungen, Klett-Cotta-Verlag, Stuttgart 2024)
traduzione di Cristina Vezzaro
Neri Pozza
collana Bloom
2025
pp. 240, euro 19
ISBN 9788854532199

 
Transilvania, di là dalla Cortina di ferro. Lev ha solo undici anni quando, in seguito a un trauma, si trova prigioniero per mesi di un letto. I libri che girano per casa sono del secolo precedente, come dice la sua maestra. È deciso: qualcuno verrà a portargli i compiti, anche se Lev, potendo scegliere fra tutti i compagni, certo non vorrebbe Kato, quella strana ragazza scarmigliata che a scuola rimane sempre in disparte. Spirito libero e selvatico, Kato invece si presenta tutti i giorni col suo sguardo di velluto, i buchi nei vestiti, i compiti in mano, la risata che sfiora l’allegria e, goccia dopo goccia, tra i due bambini nasce un legame indissolubile che strapperà Lev alla sua prigione di lenzuola. Un’amicizia speciale che negli anni crescerà in un amore schivo. Poi, un giorno accade l’impensabile: il loro mondo, quell’Europa in miniatura dalle tante lingue, si ritrova senza più muri invalicabili a contenerlo e si spalancano orizzonti che separano Lev e Kato. Lui, malinconico e introverso, rimane. Lei, coraggiosa e affamata di spazi, va. Lui lavora a stretto contatto con la geografia della sua terra più che con le persone. Lei si trasferisce all’Ovest e fa l’artista di strada. Il filo che tiene uniti Lev e Kato si allunga attraverso quattro decenni senza mai recidersi, fino al giorno in cui Lev riceve una cartolina con una sola frase: Quando vieni? Con una lingua misurata e poetica al tempo stesso, Iris Wolff celebra il momento glorioso in cui una vita ne tocca per sempre un’altra, riannodando ricordi disseminati nel tempo come radure di luce in un bosco fitto, il cui bagliore persiste a lungo.
In ogni cosa c’erano punti oscuri, dove finiva l’esperienza e iniziava il ricordo. Qualcosa restava e qualcosa andava perso, a volte nel momento stesso in cui accadeva e, per quanto ci si sforzasse, non tornava più. I ricordi erano disseminati nel tempo come radure.

«Questo romanzo vive di una lingua incredibilmente delicata che entra sotto pelle. Un capolavoro». Denis Scheck
«Con la sua scrittura Wolff sa cogliere gli spazi tra gli esseri umani. Dal ritmo delle sue frasi risuonano amore, amicizia, distanza». Berliner Zeitung
«Wolff con una prosa trattenuta e lieve, precisa e piena di poesia, evoca bellezza e malinconia». Tagesspiegel
«Iris Wolff in quest’ultimo romanzo si rivela maestra del realismo impressionista». Rolling Stone

Un estratto

nove

Il traghetto si lasciava dietro una scia di schiuma spumeggiante. Un arco bianco nel blu che ricalcava ancora a lungo il suo tragitto. Odore di gasolio, annunci all’altoparlante frammentati dal vento; era talmente forte che potevano appoggiarcisi contro, le camicie gonfie, i pantaloni svolazzanti, il fragore nelle orecchie, in testa, nel corpo. Vari minuti dopo, all’interno del traghetto, si poteva ancora sentire il fragore che si assestava, risuonava, e Lev si trovò a pensare di riflesso alle lame di sega che continuavano a vibrare al ritmo di un ronzio ostinato, al pavimento che d’un tratto ritrovava la quiete mentre la segatura sospesa sopra il macchinario cadeva giù – leggermente in ritardo, stupita, sorpresa dalla forza di gravità. Dall’impianto di condizionamento usciva aria fredda, afferrava mani e caviglie, carte, sassi, conchiglie che avevano in tasca come relitti portati a riva. Kato si avvolse la sciarpa attorno alle spalle, rannicchiò le gambe. Lev si rigirava una pigna tra le mani, veniva da un albero alla cui ombra avevano pranzato. Kato faceva uno schizzo a tratti rapidi, abbozzati, di una bambina che si era addormentata sul sedile di fronte. Aveva documentato ogni giorno del loro viaggio insieme, immortalato scene che avevano osservato, vissuto, e a volte anche lui: un uomo con una barba insolitamente lunga, mentre leggeva in un bar, in piedi accanto a un chiosco, appoggiato all’automobile, una cartina stradale in mano.
Lev cercò lo sguardo di lei, ma era impigliato tra la bambina e il blocco da disegno. Il carboncino anneriva carta, dita e palmi delle mani. Kato voltò pagina, ricominciò da capo. Era talmente assorta che era impossibile disturbarla.
Sotto il pino le aveva annunciato che lui doveva tornare. Kato non era parsa arrabbiata né sorpresa, aveva reagito con pacatezza, come se sapesse già da tempo cosa gli passava per la mente. Magari anche lei voleva tornare alla sua routine, alla sua vita. Solo: in che città, in che Paese? Per lui quel viaggio era un inizio, per lei un passaggio, forse persino una fine. Eppure, in quei movimenti opposti si erano ritrovati.
Erano in giro da sei settimane, da Zurigo a Parigi, poi Nantes, Montpellier e oltre, in direzione est lungo la costa. Si erano fatti trascinare, a volte avevano trascorso anche giornate lontani l’uno dall’altra, non avevano bisogno di molte parole per i loro stati d’animo e le loro scoperte. Si conoscevano troppo bene, erano stati lontani troppo a lungo. Visitavano città e paesi, facevano gite, andavano a nuotare, mentre le spiagge si svuotavano a mano a mano che si avvicinava l’autunno, come se davanti a loro non ci fosse tempo, solo quell’interminabile spazio fatto di strade. E per un po’ era andata avanti così, Lev non si era sbagliato – lo strato fra ieri e domani era sottilissimo. A un certo punto aveva iniziato a pensare sempre più a casa, in un misto di apprensione e nostalgia che era un richiamo, ma non aveva detto niente, in attesa del momento giusto, che non arrivava.
Bisogna essere sempre pronti a partire, disse Kato senza alzare gli occhi dal suo disegno.
«Anche quando si è appena arrivati?»
«Soprattutto allora».
Kato infilò i disegni della bambina nella cartelletta. Durante il viaggio non aveva lavorato, solo a Parigi, al Louvre, aveva dipinto un quadro per strada. Per tutti coloro che non potevano vedere la Monna Lisa originale.
Davanti agli oblò la costa si avvicinava, il porto, frangiflutti, navi, la passeggiata orlata di palme. Le alte case variopinte con le centinaia di occhi e imposte. I lampioni si accendevano, le luci in strada ricoprivano le colline di un tremulo bagliore. Sulla terraferma sembrava esserci vento.
Di colpo accadde tutto molto in fretta.
«Vengo anch’io» disse Kato. Lev, che stava sistemando la bottiglia d’acqua e la pigna nella borsa, rimase immobile. Per la sorpresa si scordò quasi di respirare. Kato lo guardò divertita e un po’ beffarda. All’interno del traghetto iniziava a regnare agitazione. I passeggeri raccoglievano le loro cose, si accalcavano verso le uscite. La serranda del chiosco si abbassò sferragliando. La bambina fu svegliata, si avviò verso le scale attaccata alla mano della madre, il suo sorriso sfiorò Kato.
«Torniamo indietro insieme?» si sincerò lui quando furono arrivati alla Land Rover sul ponte auto. Tanto ci era voluto perché ritrovasse la lingua
Non voleva lasciarsi andare alla felicità troppo presto.
Non voleva perderla un’altra volta.
«Sì» disse Kato. Solo quello: sì.
Per il momento gli bastava.

otto
«Chiedo scusa».
Lev si fermò.
Lo spintonavano, lo guardavano male, erano tutti in movimento, di corsa, pigiati, con lo stesso passo spedito. Lev si era unito alla fiumana, si era lasciato trascinare, nello scompartimento, sul binario, dove i treni erano già pronti a partire e i viaggiatori aspettavano impazienti, chiusi in sé stessi. Nell’alto atrio si era fermato, annunci all’altoparlante, passi, voci, valigie con le rotelle, tutto si perdeva in quell’altezza enorme. Poi scorse il grande orologio, proseguì, svoltò a destra nel passaggio, verso la fontana. I rumori della strada si fecero più forti, clacson, rombo di motori, il fragore, il brusio sparì, la gente si disperse nella piazza, finalmente poté fermarsi in pace, guardarsi attorno.
Davanti a lui c’era una strada a più corsie, strisce pedonali, file di case a cinque piani; arrivavano tram bianchi e blu, lui teneva in mano il foglietto con sopra il numero del tram, la direzione, la fermata. Confrontò le linee dei tram con i suoi appunti, non fidandosi del suo giudizio ripercorse ancora una volta tutti i percorsi affissi. Per il centro città c’era un’altra fermata. La sensazione di sollievo durò però ben poco, alla biglietteria automatica fu pervaso da una sensazione di calore alla nuca, gli vennero le vertigini alla vista del distributore, tasti, tariffe orarie, fessura per le monete, tasto di correzione – bisognava prima infilare il denaro o premere qualcosa? Incerto pigiò vari pulsanti, qualcuno lo incalzò con una domanda. Lev si fece da parte, lasciò che l’uomo pagasse, cercò di memorizzare i passaggi, ma quando toccò di nuovo a lui, il suo tram era già in arrivo. La gente salì, per un istante valutò se salire anche lui, quanto sarebbe stato umiliante però farsi sorprendere senza biglietto, fu colto da una sensazione di inconcludenza, come se quello fosse stato l’ultimo tram e lui avesse perso la sua occasione.
Anticipato da un crepitio lungo i binari, il tram ripartì. Lev rimase in piedi alla fermata, posò a terra la borsa da viaggio, si rigirò il foglietto tra le mani come se potesse esserci scritto qualcosa che non aveva ancora visto. Una donna con i capelli ramati lunghi fino alla vita si annodava tre ciocche in una treccia, un uomo su una panchina la fissava a bocca aperta. Alcuni piccioni si alzarono in volo, passarono da un lato all’altro della strada e si posarono in fila sul cornicione di un edificio. Qualcosa li disturbò di nuovo. Erano color grigio scuro con la parte inferiore bianca.
Lev li contemplò, contemplò i loro giri in volo. Da chiaro a scuro. Da scuro a chiaro.
Qualcosa lo indusse a voltarsi. Forse lo stava osservando già da un po’, forse non sapeva come rivolgergli la parola, preferiva starsene da sola ancora un istante a gustarsi lo stupore di averlo riconosciuto – era quello che avrebbe voluto lui. Rimanere fermo, non dire una parola, guardarla: gli occhi chiari, la linea disegnata da tre nei sulla guancia, il suo sguardo di sfida, di superiore distacco.
In quel gioco aveva trionfato sempre lei. Riusciva a reggere lo sguardo più a lungo, non era mai la prima a sciogliersi da un abbraccio con quell’accenno a ritirarsi che fa sì che due corpi si stacchino l’uno dall’altro. Lev non ebbe molto tempo per quel primo sguardo fugace, osservò i tratti del suo viso, il suo portamento, notò i cambiamenti e ciò che era rimasto uguale; era sorpreso di provare tanta gioia, agitazione, e constatò sollevato che la vecchia amarezza era svanita. Lei era in jeans, scarpe da ginnastica e una maglietta verde, niente giacca, sebbene quella sera fa cesse fresco. Portava un borsone a tracolla. Sembrava diventata più esile, ma anche più muscolosa, da quel che riusciva a intuire, i capelli le arrivavano alle spal le, sempre indecisi se essere lisci o ricci. Le guardò le mani, le ossa appuntite dei polsi, i residui di colore sotto le unghie. Qualcosa era come sempre, qualcosa era nuovo. «Che ci fai qui?»
«Avevo come una sensazione» disse Kato.

Iris Wolff, nata a Sibiu, in Romania, nel 1977, si è trasferita in Germania all’età di otto anni. La sua opera ha ricevuto molti riconoscimenti, tra cui l’Eichendorff-Literaturpreis, il Marieluise-Fleißer-Preis, il Solothurner Literaturpreis. Radure è stato in particolare insignito dell’Uwe-Johnson-Preis, del premio svizzero Spycher: Literaturpreis Leuk, selezionato per il Deutscher Buchpreis. In Italia era apparso anche La sfocatura del mondo (Rizzoli 2021). Oggi vive a Friburgo in Brisgovia.

lunedì 9 giugno 2025

Giampaolo Cadalanu - SOTTO LA SABBIA - Laterza

 
Giampaolo Cadalanu
SOTTO LA SABBIA
La Libia, il petrolio, l'Italia

Editori Laterza
collana i Robinson / Letture
2025
pp. 264, euro 20
ISBN 9788858157138

 
Sono quasi quindici anni che la Libia vive una guerra civile permanente e senza fine. Un ‘grande gioco’ a cui tutte le grandi potenze – dalla Russia alla Turchia, dagli USA ai Paesi del Golfo – partecipano per mettere le mani sull’immenso tesoro nascosto sotto la sabbia. E l’Italia in che modo ne è coinvolta? Quanto rischia nella sua ex ‘quarta sponda’?
Il 20 ottobre del 2011 Muammar al Gheddafi veniva catturato e ucciso. Dalla fine del regime instaurato dal Colonnello e dalla sua ‘Rivoluzione Verde’ per la Libia è cominciata un’agonia senza conclusione. Quante bugie sono state dette per giustificare l’intervento occidentale in Libia? Perché l’Italia ha partecipato all’attacco appena due anni dopo aver firmato il Trattato di amicizia con Tripoli? Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Italia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e poi Egitto, Russia, Turchia, con la partecipazione straordinaria dello Stato Islamico: tutti i protagonisti della guerra e del dopoguerra hanno sempre proclamato di avere motivazioni solenni, a partire dall’interesse della popolazione locale. Ma esaminandoli uno per uno e guardando alle scelte operative e al risultato odierno, è evidente che al centro dell’attenzione c’erano sempre e soltanto i giacimenti. In tutto questo, il ruolo dell’Italia non è secondario. Grazie ai legami storici e alla posizione geografica, il nostro Paese controlla i principali luoghi di estrazione e le raffinerie in Tripolitania e in Cirenaica. Ma quali sono i prezzi che paghiamo per tutelare i nostri interessi? Giampaolo Cadalanu utilizza testimonianze esclusive, racconti di esperienza diretta, analisi di specialisti e confronto di dati per mostrare che a smuovere l’Occidente, molto più della tutela dei libici, sono stati e sono ancora oggi gli interessi concreti: le risorse del sottosuolo e gli equilibri di potere.

Un estratto

1.
Sirte
In principio fu la Tunisia. Dopo anni di abusi e di pazienza, nel gennaio 2011 la popolazione prese lo spunto, per sfogare la sua rabbia, dal suicidio a Sidi Bouzid di un giovane venditore di frutta, Mohamed Bouazizi, che si era dato fuoco dopo aver subìto l’ennesima prepotenza della polizia. Il suo sacrificio, in modo del tutto inaspettato, diede il via a una ribellione aperta contro il governo autoritario di Zine al Abidine Ben Ali, che guidava il Paese dal 1987, costringendo il presidente alla fuga. Poi la “rivoluzione della dignità” – come la chiamavano i tunisini, respingendo l’etichetta di “rivoluzione dei gelsomini”, inventata da pigri giornalisti occidentali – si allargò ad altri Paesi arabi, grazie anche a un inedito ruolo dei social network, che si affiancarono alle tradizionali comunicazioni legate alla preghiera nelle moschee.
Il mondo islamico subì scosse inattese, e naturalmente ci fu chi approfittò dei rivolgimenti per cercare vantaggi strategici e tutelare i propri interessi economici. Quella che fu battezzata, con una buona dose di ottimismo, la “Primavera araba”, coinvolse l’intero universo musulmano e stravolse in particolare l’Egitto, il Bahrein, la Libia, lo Yemen, la Siria. A suscitare le proteste furono fattori diversi, dalla povertà alle violazioni dei diritti umani, dalla corruzione diffusa agli abusi delle autorità e alla mancanza di libertà individuali. La scintilla decisiva fu senza dubbio l’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Ma il racconto dei soli fatti potrebbe non bastare, o persino essere ingannevole: qualche disordine fu spontaneo, come con tutta probabilità era stata la rivolta tunisina, qualche altro fu facilitato, qualcuno fu proprio stimolato se non direttamente organizzato altrove, in un quadro di rapporti geopolitici intricato e mai del tutto trasparente.
Gli osservatori più propensi a seguire ipotesi cospirazioniste collegarono l’ondata di ribellione all’iniziativa statunitense: un progetto di riassestamento del Medio Oriente e del Nord Africa dichiarato in modo più o meno esplicito da Barack Obama nel discorso del 4 giugno 2009 all’Università del Cairo, in cui il presidente americano auspicava “un nuovo inizio” nel rapporto con i Paesi musulmani, all’indomani dell’intervento in Iraq. Era l’archiviazione della “teoria dello scontro di civiltà”, una rottura con l’era Bush, che si tradusse poi in un sostegno ai movimenti della cosiddetta Primavera araba. Toccherà agli storici scoprire possibili collegamenti fra l’agenda già raccomandata dai neocon americani con la “teoria del domino”, che prevedeva la caduta dei regimi nei Paesi islamici uno dopo l’altro, e la politica di Obama.
Ma, al di là della coerenza di queste ipotesi, un elemento di analisi fu ben chiaro. Quale che fosse il contesto, le preoccupazioni per i diritti umani e per la democrazia furono sempre invocate a gran voce, anche se intrecciate a un’attenzione non del tutto dichiarata ma mai sopita: quella per le risorse energetiche. Basta un esame senza troppi coinvolgimenti emotivi, magari sostenuto dalla lettura dei dispacci governativi confidenziali diffusi da WikiLeaks, per vedere con nitidezza assoluta che nella politica internazionale dietro ai proclami più solenni ci sono sempre interessi concreti, intrecci geopolitici e avanzamenti di potere. E questo vale, come vedremo, per tutti i protagonisti della tragedia della guerra e dell’altrettanto tragico dopoguerra in Libia.
Nel 2011 i governi occidentali hanno espresso con toni altisonanti le loro intenzioni umanitarie, ma guardando indietro è facile scoprire che queste servivano solo a coprire ragionamenti strategici e ricerca di posizioni vantaggiose. Oggi, con la Libia nel caos, l’affascinante teoria della “responsabilità di proteggere” si svela come l’ennesima bugia per giustificare un intervento militare, ovvero la ricopertura con una nuova vernice di quello che ai tempi dell’intervento militare in Iraq George W. Bush aveva chiamato “guerra preventiva”, la ricerca delle armi di distruzione di massa che non esistevano.
Domino
L’Egitto, un grande Paese in posizione strategica, vide la caduta – dopo trent’anni di potere – dell’“uomo forte” Hosni Mubarak che, dopo un tentativo di repressione delle manifestazioni concentrate a piazza Tahrir del Cairo, fu costretto a lasciare il governo. Le elezioni portarono alla presidenza il candidato dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi. Ma in breve tempo, attraverso un colpo di Stato militare, il potere tornò a un autocrate non sgradito all’Occidente, cioè l’ex vicepremier e ministro della Difesa Abdel Fattah al Sisi. In Bahrein, piccolo Stato sul Mar Rosso che ospita una grande base delle Forze armate americane, la minoranza sunnita represse le manifestazioni della maggioranza sciita con l’aiuto dell’Arabia Saudita, ma senza che il resto del mondo valutasse possibili interventi. Nello Yemen le sommosse popolari contro il carovita si trasformarono rapidamente in una guerra per proxy tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita.
Ma fu con la Libia e con la Siria che il ruolo di altri protagonisti e dei loro interessi divenne evidente sin dai primi giorni dei disordini. E forse non è un caso che le vicende di entrambi questi Paesi si siano trascinate a lungo e siano ancora irrisolte. In Siria, le manifestazioni iniziate nella città di Deraa nel marzo 2011 contro Bashar al Assad portarono alla guerra civile – a tutt’oggi non conclusa – con influenze, interventi e partecipazioni più o meno ufficiali di Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti, Russia, Turchia e una insolita disponibilità di armi sin dal primo momento delle proteste.
Sulla carta, la Libia sembrava il contesto più improbabile per una rivolta: i conti economici del Paese erano prosperi, con un reddito pro capite altissimo, grazie a un sottosuolo ricco di petrolio e di gas. Ma ancora una volta quel patrimonio nascosto doveva diventare una maledizione. I disordini, nati in apparenza dall’eterno malumore di Bengasi, la città rivale del clan di Muammar al Gheddafi, portarono alla guerra civile e all’intervento occidentale, per finire con la deposizione e la morte del colonnello, il leader della rivoluzione del 1969.
La bugia fondamentale che portò al crollo del regime gheddafiano fu quella, ormai consueta, che copre gli interessi delle nazioni “interventiste” con l’esigenza – o addirittura, appunto, la “responsabilità” – di usare le armi per proteggere i civili, anche a costo di violare la sovranità di altri Paesi. A segnare il destino di Gheddafi, più che la preoccupazione, proclamata alle Nazioni Unite, di fermare i suoi abusi sulla popolazione, fu con tutta probabilità la sua figura peculiare, poco propensa a favorire gli interessi dell’Occidente e di conseguenza poco gradita in quasi tutte le cancellerie, tranne forse quella italiana. E che la protezione dei libici dal pugno del regime fosse solo un pretesto, lo si può capire guardando oggi il Paese: spaccato, ancora in preda ai disordini e senza progetti concreti per uscire dalla crisi. Nel frattempo, però, il sottosuolo ha continuato a produrre.
L’idea che l’intervento occidentale fosse motivato dal petrolio può sembrare poco sensata, visto che Gheddafi metteva a disposizione dei Paesi sviluppati le ricchezze del sottosuolo libico. Ma, per dirla con Noam Chomsky, questo era vero, tuttavia irrilevante. Lo stesso si sarebbe potuto dire per l’Iraq di Saddam Hussein, o per l’Iran. In un’intervista pubblicata online da ZNet, lo studioso americano sottolineò che “l’Occidente vuole il controllo diretto, o almeno da parte di clienti affidabili, e nel caso della Libia l’accesso a vaste aree inesplorate che si suppone siano ricche di petrolio. Documenti interni di USA e Regno Unito sottolineano che il ‘virus del nazionalismo’ è il timore più grande, perché può coltivare la disobbedienza”.
Enigmatico e ribelle
Chi era Muammar al Gheddafi? Il cane pazzo del Medio Oriente, come lo chiamava il presidente americano Ronald Reagan, o il figlio del deserto, come lo consideravano i seguaci, oppure l’uomo più pericoloso del mondo, come l’aveva battezzato in copertina Newsweek, o invece il decano dei governanti arabi e re dei re dell’Africa e imam dei musulmani, come amava definirsi lui stesso, o persino il Robespierre della rivoluzione araba, come lo considerava il cancelliere austriaco Bruno Kreisky, o invece “il più grande combattente per la libertà dei popoli, un eroe della lotta contro l’apartheid, mio fratello”, come lo definiva Nelson Mandela...
La stampa di tutto il mondo ha sfruttato ogni possibile aggettivo per cercare di descriverne almeno la figura pubblica, conservando in genere la prudenza di definirlo volta per volta “eccentrico”, “enigmatico”, “misterioso”. Colpivano le scelte di abbigliamento, come le tuniche di stile imperiale e gli eterni occhiali da sole, ma anche la celebratissima squadra di guardie del corpo formata da sole donne.
In realtà, più di tutto stonava la riottosità proclamata ad alta voce verso l’ordine globale stabilito in Occidente. Gheddafi era l’uomo che nel 2009, appena due anni prima di essere ucciso, al Palazzo di Vetro accusò l’ONU di aver fallito la sua missione, lasciando in mano a cinque sole nazioni il diritto di governare il mondo, e di fatto aprendo la strada a 65 guerre, tutte nell’interesse di pochi. Usò parole forti: “Questi Paesi, che vorrebbero farci credere di voler tutelare la sovranità e l’indipendenza dei popoli, in realtà usano contro i popoli l’aggressione e la forza”.
Gheddafi era un rivoluzionario, era cresciuto nel mito di Mao Zedong, di Charles de Gaulle, ma soprattutto di Gamal Abdel Nasser. Proprio quest’ultimo aveva ispirato l’idea – almeno iniziale – di panarabismo che il giovane Muammar aveva coltivato sin dalle scuole medie, frequentate a Sebha, nella regione del Fezzan, dove la sua famiglia era arrivata a piedi da Sirte per seguire il padre Mohamed Abdel Salam Abominiar nei suoi viaggi da nomade.
La tenda, la sabbia
Nelle aule scolastiche della cittadina, dove molti insegnanti erano egiziani, il ragazzo nato nel 1942 sotto una tenda di pelli di capra poté sognare una riscossa ascoltando la radio Sawt al Arab (Voce degli arabi) e leggendo per la prima volta la Filosofia della rivoluzione firmata dal leader del Cairo, un testo che sarebbe diventato poi il libro più prezioso per la guida del Paese.
Sin dall’infanzia, poverissima, Muammar si era distinto fra i coetanei per il carisma personale e per l’approccio inflessibile ai temi sempre roventi del colonialismo. Il giovane figlio di beduini rivendicò con orgoglio l’esperienza di vita ottenuta portando al pascolo il poco bestiame della famiglia. Fin dai primi anni di esperienza scolastica – le elementari fatte bruciando le tappe nei pressi di Sirte e poi le medie a Sebha – il ragazzo mostrò scarso amore per le città e nostalgia acuta per la vita semplice del beduino. L’adolescente incaricato di condurre cammelli e capre alla ricerca di povero foraggio nel deserto non poteva immaginare che sotto la sabbia ci fosse la risorsa che avrebbe garantito una rinascita totale del Paese.
Prima ancora della nascita di Gheddafi, gli italiani impegnati nella ricerca di acqua in Tripolitania avevano trovato tracce di petrolio. Ma allora questo non era considerato una risorsa preziosa, in rapporto alla fatica e alle spese necessarie per l’estrazione in un ambiente desertico. Ardito Desio – esploratore e geologo incaricato negli anni Trenta di verificare le possibilità del sottosuolo libico dall’allora governatore Italo Balbo – raccontò nelle sue memorie, Sulle vie della sete, dei ghiacci e dell’oro, delle “spese elevatissime” che l’individuazione dei giacimenti comportava, e che “il governatore affidò all’AGIP l’incarico di avviare le ricerche petrolifere, circoscritte, però, per ragioni di economia, alla sola area in cui erano state segnalate le prime manifestazioni”. Negli anni Trenta il petrolio non suscitava entusiasmi. Ma ancor meno ne suscitava il gas, non utilizzato: in America veniva considerato solo una seccatura durante l’estrazione del petrolio, e subito bruciato.
La vita del pastore nomade marchiò per sempre la personalità di Gheddafi, ma tracce ben più significative lasciarono le vicende dell’eroismo familiare: dal mito del nonno Abdusalam Hamid Abominiar, ucciso dal proiettile di una nave italiana nel 1911 e dei fratelli del nonno, vittime delle truppe fasciste, alle gesta belliche del padre, ferito più volte in battaglia, fino all’esperienza diretta di una lesione di guerra. Aveva sei anni quando incappò in una mina (“italiana”, diceva lui con certezza) che gli provocò una lacerazione al braccio e la perdita di due cuginetti.
La presa di coscienza ideologica si mostrò in tutta la sua evidenza il 29 ottobre 1956, quando le truppe di Francia, Regno Unito e Israele attaccarono l’Egitto di Nasser, che aveva osato nazionalizzare il canale di Suez. Ascoltando le notizie alla radio, l’adolescente Muammar diede sfogo all’indignazione arringando i compagni di liceo e decidendo, poi, di partire volontario per unirsi alle truppe egiziane. Di lui e dei suoi coetanei entusiasti non ci fu bisogno, visto che le forze anglo-franco-israeliane si ritirarono quasi subito, grazie a un ultimatum di Mosca e alle pressioni americane.
Era un punto di non ritorno nel processo di decolonizzazione: per un giovane liceale apparve molto significativo, tanto più se messo accanto ai movimenti che da tempo agitavano l’Algeria e che presto avrebbero portato il Paese a liberarsi dal giogo francese. In quegli anni la scoperta delle ricchezze nascoste nel sottosuolo andava di pari passo con l’affrancamento dalle potenze coloniali. La Libia di re Idris aveva avviato un programma di concessioni che garantiva alle compagnie straniere il diritto a prospezioni geologiche e ne stimolava la concorrenza, imponendone il ricambio con limitazioni temporali.
Non ci fu grande pressione per lo sfruttamento del sottosuolo fino a quando la crisi di Suez e la chiusura del canale imposero alle compagnie petrolifere, abituate a contare sul greggio iraniano, un trasporto molto più impegnativo, con navi costrette a circumnavigare l’intera Africa. Fu allora che all’improvviso la produzione libica divenne interessante: il Paese si affacciava direttamente sul Mediterraneo e poteva vantare un regime apparentemente stabile e gradito all’Occidente.
Prima di allora il petrolio libico era stato quasi marginale negli scenari globali. Attorno al 1957, mentre il giovane Gheddafi si faceva notare come agitatore e adottava tutte le cause di liberazione – dalle manifestazioni contro gli esperimenti nucleari francesi nel deserto algerino a quelle di protesta per l’assassinio di Patrice Lumumba –, il governo di re Idris aveva accordato circa sessanta concessioni a una dozzina di società straniere, comprese le “sette sorelle”, la Compagnia francese del petrolio (parastatale), il consorzio Oasis e l’azienda di Nelson Bunker Hunt, figlio del magnate texano Haroldson Lafayette Hunt. L’ENI ottenne dal premier Mustafa Ben Halim una concessione per esplorare il sottosuolo nel Fezzan, ma re Idris fece fuori il primo ministro e attribuì i diritti all’americana Texaco, provocando persino il disappunto del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi.
Dopo qualche ritrovamento modesto vicino al confine con l’Algeria, il primo pozzo petrolifero davvero produttivo fu realizzato nel 1959 nella regione di Sirte, a Zelten (ora Nasser). Le dimensioni del giacimento stimolarono la Exxon, titolare della concessione, a costruire una conduttura e un terminal sul Mediterraneo. La pipeline, lunga 167 chilometri, aveva la capacità di portare al terminal di Marsa al Brega circa duecentomila barili di greggio al giorno. Inaugurata nell’ottobre 1961, l’opera garantì l’export di sette milioni di barili solo per quell’anno. Fu un momento di svolta per la Libia, che usciva dalla povertà e non avrebbe più dovuto contare sull’affitto delle basi militari di Al Adem, della britannica Royal Air Force, e di Wheelus Field, dell’Aeronautica americana. L’anno dopo la Libia, con una produzione annua di 67,1 milioni di barili, aderì all’OPEC. Nel 1965 il gettito dei giacimenti arrivò a 445,4 milioni di barili.
Rivoluzione
Con tutta probabilità anche la politica petrolifera confermò al giovane Gheddafi che il regime di re Idris era in sostanza un residuo del periodo colonialista. Certo non era bastato, per l’anima ribelle dell’adolescente Muammar, sentire il sovrano affrontare timidamente i temi dell’uscita dal colonialismo alla fondazione dell’Unione Africana, nel 1963. Idris aveva invitato a “combattere ogni tentativo imperialistico di dividere il continente usando designazioni tendenziose come Africa subsahariana. Il Sahara dev’essere un ponte per unirci, non un ostacolo per dividerci”.
Per Gheddafi il momento delle suggestioni panafricane era ancora lontano. Invece, nonostante il fallimento dell’unione fra Egitto e Siria, l’operato di Nasser aveva avviato un processo articolato verso il sogno del panarabismo. Il ragazzo venuto da Sirte accarezzava una sua visione della Libia, molto diversa da quella della monarchia senussita. Cominciò a selezionare fra i compagni di liceo i più brillanti e coraggiosi, per costruire la base di quel movimento segreto che pochi anni dopo avrebbe portato al colpo di Stato. Identificato come agitatore, espulso dalle scuole del Fezzan e costretto a un profilo più moderato in un istituto superiore di Misurata, Gheddafi non rinunciò alla preparazione di un gruppo clandestino in grado di mettere in pratica la rivoluzione.
Nel 1963, assieme a un gruppo di amici fidati, scelse la carriera militare, cosciente che le Forze armate nutrivano una forte sfiducia – ricambiata – nel regime di re Idris. Quest’ultimo le considerava inquinate da “valori nasseriani”, tanto che ne aveva tagliato i fondi e aveva affidato la propria sicurezza a forze private. L’idea di Gheddafi era quella di costituire un nucleo di ufficiali unionisti per poi conquistare il potere. Con questi, dopo una lunga e capillare opera di proselitismo, mise fine alla monarchia in un golpe rapido e quasi senza spargimento di sangue.
La generazione di re Idris non era in grado di comprendere fino in fondo le potenzialità del petrolio. “Vorrei che voi aveste trovato acqua. L’acqua fa lavorare gli uomini. Il petrolio li fa sognare”, dice una citazione a lui attribuita dopo la scoperta dei primi giacimenti. Le foto d’epoca lo mostrano avviarsi con poco entusiasmo, appoggiato a un bastone di bambù, alla cerimonia di apertura del terminal di Marsa al Brega, il 14 febbraio 1967. E il suo disinteresse per il tema era confermato dal fatto che persino la legge sulle concessioni, varata nel 1955, era stata concordata con le stesse compagnie che dovevano estrarre il petrolio. Era una normativa, dicevano gli addetti ai lavori, “particolarmente generosa”, anche perché inizialmente collegava il guadagno delle aziende concessionarie al reale ricavo sul mercato, non a un prezzo fisso concordato in anticipo.
Come scrive Angelo Del Boca nel suo ritratto definitivo Gheddafi. Una sfida dal deserto, a metà agosto 1969 a Tripoli si era diffusa la voce che il re fosse deciso ad abdicare in favore del principe ereditario, Hassan al Rida: “Ma questo non è il cambiamento che si aspetta il Paese. Questa Libia, che comincia a godere di un certo benessere grazie al petrolio e che è ansiosa di far sentire il suo peso nel mondo arabo, non può accontentarsi di un Hassan al Rida, giovane, inesperto, pallido e malaticcio. Da anni cerca un leader che assomigli a Nasser, che abbia il suo carisma, la sua baraka”.
I tempi erano maturi. E la disfatta degli eserciti arabi nella guerra dei Sei giorni fece capire a Gheddafi che bisognava accelerare, anche perché altri gruppi di potere si preparavano a rovesciare la monarchia ormai in disfacimento. In più, il nucleo degli ufficiali aspiranti rivoluzionari era stato segnalato alle autorità di Tripoli, che per liberarsi degli elementi scomodi si preparavano a spedirli all’estero, in località diverse. Ci furono diversi rinvii, uno dei quali legato addirittura alla coincidenza della data prefissata con un concerto della popolare cantante Umm Khultum, a cui i giovani rivoluzionari non volevano mancare di rispetto. Gli “ufficiali liberi” diedero il via all’operazione Gerusalemme nella notte fra il 31 agosto e il 1° settembre 1969. Con poche centinaia di uomini, i rivoluzionari conquistarono rapidamente gli snodi nevralgici di Tripoli, Bengasi, Sebha. Il golpe riuscì perfettamente, con minimo tributo di sangue.
Alle 6,30 del mattino la radio di Bengasi trasmise il comunicato dei rivoltosi, con cui si annunciava la caduta “del regime reazionario e corrotto, autocratico e marcio” e la nascita della Repubblica Araba Libica. A parlare davanti al microfono era un capitano di 27 anni, fino ad allora del tutto sconosciuto, che in breve sarebbe diventato il “fratello leader” del Paese. Nel discorso radiofonico, il capitano volle rassicurare anche “gli amici stranieri, che non devono temere per i loro beni o per la loro vita”, perché il cambiamento era solo una questione interna. Fra le righe si poteva leggere anche la preoccupazione per le risorse da poco scoperte, che garantivano un futuro prospero per la neonata Repubblica ma non potevano essere estratte né sfruttate senza l’impegno e la competenza delle compagnie petrolifere straniere.
Un nuovo corso
All’inizio gli ufficiali protagonisti del colpo di Stato – riuniti nel Consiglio di comando rivoluzionario – evitarono di profilarsi individualmente. Il primo nome che emerse, l’8 settembre 1969, fu quello del primo ministro: Mahmud Suleiman al Maghribi. Una scelta che doveva chiarire come le risorse nascoste fossero sempre sullo sfondo di ogni decisione: Maghribi, di origine palestinese, aveva lavorato nell’ufficio legale dell’americana Exxon fino alla guerra del ’67. Indignato per il sostegno degli USA a Israele, aveva preso posizioni forti a favore dell’embargo e del boicottaggio verso gli Stati Uniti, guidando lo sciopero dei lavoratori del settore e finendo in carcere sotto re Idris.
Nello stesso giorno, fu reso pubblico il nome del leader della giunta: Muammar al Gheddafi, un capitano che intanto i commilitoni avevano promosso per acclamazione colonnello. La politica inaugurata dal nuovo “uomo forte” piacque immediatamente ai libici: dalle misure di riforma dell’apparato pubblico (con il raddoppio dei salari minimi e il taglio dello stipendio ai ministri) alle scelte simboliche nazionaliste (con l’imposizione della lingua araba a ogni livello e l’abolizione delle insegne a caratteri latini), a quelle culturali (la scomparsa dei night club, il bando alla prostituzione) e a quelle religiose (la chiusura delle chiese, il divieto assoluto di bevande alcoliche). Le banche furono nazionalizzate, le aziende straniere dovettero cedere quote azionarie di maggioranza, persino la flotta di Mercedes dei funzionari pubblici venne liquidata, per far posto a berline Volkswagen, Peugeot e FIAT, oltre alle Land Rover per i militari. “Nella rivoluzione del 1969”, scrisse su Counterpunch Garikai Chengu, studioso della Harvard University, “Gheddafi aveva ereditato una delle nazioni più povere dell’Africa; ma al tempo in cui lui fu assassinato, il suo socialismo aveva trasformato la Libia nella nazione più ricca, con il PIL pro capite e l’aspettativa di vita più alti del continente”.
Dopo le prime riforme, era stata la volta dei grandi progetti sociali, dal sostegno economico alle coppie giovani, all’impegno sulla politica abitativa, fino all’ambizioso progetto che Tripoli orgogliosamente definiva “ottava meraviglia del mondo”, il Grande fiume artificiale. Era un immenso sistema di irrigazione, il più vasto del mondo, con condutture che prelevavano l’acqua dalle falde antichissime scoperte nel Sahara e risalenti all’era glaciale. La costruzione partì nel 1983, nel 1986 Gheddafi inaugurò a Marsa al Brega lo stabilimento dove venivano costruiti i cilindri di cemento (impegnando materiali d’acciaio fabbricati in Italia), e fra il 1989 e il 2007 l’acqua arrivò in tutte le grandi città assetate del Nord.
Ma la svolta repubblicana non fu gradita solo alla popolazione. Scrive Mino Vignolo nel suo Gheddafi. Islam, petrolio e utopia: “Anche le potenze occidentali e le compagnie petrolifere erano persuase che la Libia dovesse essere governata da un regime più moderno, meno legato alle lotte tribali e meno corrotto”. Quello che contava, insomma, era che alla guida ci fosse qualcuno in grado di garantire che il flusso di gas e petrolio non si fermasse. Nemmeno lo sgombero delle basi militari, imposto dal nuovo regime in tempi rapidi, sconvolse più di tanto Washington o Londra. E così come non restarono a secco le stazioni di servizio in Occidente, vennero sommerse anche le casse della neonata Repubblica. Nel 1969 la produzione di petrolio superava i tre milioni di barili al giorno.
Di questo fiume e dei suoi introiti, solo una piccola parte finiva nell’Est del Paese. Racconta fonte Gray, ex diplomatico con lunga esperienza in Libia:
La Cirenaica aveva una tradizione religiosa molto più forte, differente dall’approccio laico di Gheddafi. In più, i rivoluzionari avevano spodestato re Idris, capo della setta della Senussia cirenaica, di fatto inasprendo la contrapposizione con la Tripolitania. Il colonnello vedeva nei sentimenti autonomisti dell’Est una minaccia alla stabilità del suo regime, per questo non esitò a frenarne lo sviluppo. Dopo la rivoluzione questa parte del Paese rimase a un livello economico enormemente più basso, secondo la volontà del regime. Gli introiti del petrolio, quando arrivavano, arrivavano col contagocce. Povertà e disoccupazione erano diffuse. La Cirenaica reagiva cercando riferimenti altrove, e finì per avvicinarsi ai militanti dell’Islam radicale. Insomma, rispetto alla Tripolitania era un altro mondo. Ricordo la battuta, tradotta approssimativamente dall’arabo, di un anziano professionista libico che avevo conosciuto a Bengasi: “Gheddafi tiene la Cirenaica sotto i piedi, ma proprio lì il terreno franerà e lo farà cadere”.
I rivoluzionari al potere scelsero di applicare una politica di conservazione, invece che di incremento nel prelievo. In un anno e mezzo la produzione venne tagliata, lo Stato libico affrontò le compagnie petrolifere e proclamò che l’iniziativa non era più lasciata al mercato o alle grandi compagnie. In parole povere, i produttori decisero che potevano chiedere prezzi più alti. Se nel 1969 un barile costava 90 centesimi di dollaro, già nel 1971 le compagnie dovettero pagarlo 3 dollari e 45. Chi non era disposto ad accettare le nuove condizioni, fu sottoposto a misure punitive, costretto a limitare le estrazioni con motivazioni tecniche, e alla fine espulso. Ma la Libia era il quarto maggior produttore del mondo non comunista dopo Arabia Saudita, Iran e Venezuela, non era facile rinunciare a una presenza locale. La chiusura del canale di Suez durò fino al 1975, di fatto attribuendo al greggio libico un valore di mercato molto più alto che nei primi anni di estrazione. Negli anni Settanta Tripoli era ormai la fonte di petrolio più importante per l’intera Europa occidentale, e garantiva un terzo della richiesta globale.
A convincere le riottose multinazionali del petrolio, che avevano vittoriosamente affrontato una sfida simile in Iran negli anni Cinquanta, fu la tenacia di Tripoli, che sapeva di avere in mano leve formidabili. Rinegoziando le concessioni, Gheddafi proclamò: “Un popolo vissuto per cinquemila anni senza petrolio può continuare a vivere ancora per qualche anno senza di esso, per affermare i propri diritti legittimi”. Ma, più ancora che le dichiarazioni di principio, ebbe effetto l’indiscrezione trapelata in Libia sulle misure pronte a partire. Il colonnello aveva messo in preallarme le Forze armate, perché in caso di necessità intervenissero entro un’ora di tempo a bloccare i porti per fermare ogni spedizione.
Per Muammar al Gheddafi la benedizione del sottosuolo doveva servire a uno scopo preciso: avviando la nazionalizzazione delle risorse, chiedendo una fetta maggiore dei ricavi, pretendendo dalle compagnie una quota non inferiore al 55 per cento e maggiore controllo sullo sviluppo dell’industria, il colonnello sognava non solo di garantire il benessere ai libici – approfittando anche del fatto che questi superavano di poco il milione –, ma anche di rilanciare la visione panaraba di Nasser. Un passo in questa direzione fu anche il coordinamento con l’Algeria, fuori dalla cornice OPEC, in chiave anti-israeliana. Il mensile Foreign Affairs fu tra i primi a comprendere la portata del cambiamento, e parlò esplicitamente di oil weapon,espressione che sarebbe tornata di attualità nel 1973.
Ma nemmeno le risorse quasi illimitate a disposizione della sua Repubblica consentirono al colonnello di vedere realizzato il sogno panarabo. Le sue proposte di unione furono via via respinte. Nel 1971 egiziani, siriani e libici approvarono con un referendum la fusione dei tre Stati, che non fu mai portata a compimento e rimase solo una federazione, per cinque anni. Un tentativo di unione con la Tunisia, che avrebbe dovuto poi accogliere Algeria e Marocco, non decollò per i ripensamenti di Habib Bourghiba. Persino il Sudan, poverissimo, preferì una strada separata dalla ricca e spopolata Libia.
Nel 1973 Gheddafi aveva dichiarato in patria una “rivoluzione culturale”, che prevedeva la formazione di “comitati popolari” nelle scuole, negli ospedali, nelle università, nei luoghi di lavoro e nei distretti amministrativi. Nel 1977 rilanciò, annunciando una “rivoluzione popolare” e cambiando il nome ufficiale del Paese da Repubblica Araba Libica a Grande Jamahiriya (cioè Repubblica delle masse) Araba Libica Popolare Socialista, con la creazione di “comitati rivoluzionari”. Questi erano lo strumento per riportare sotto il suo controllo, sempre energico e indiscusso, il Paese, ma il loro insediamento, caratterizzato da una totale arbitrarietà e da una politica di pugno di ferro assoluto, suscitò un forte declino economico. Ai cambiamenti politici, il raìs aveva affiancato nel 1975 un contributo teorico, il Libro Verde, in cui teorizzava una sua personale visione politica che avrebbe dovuto superare capitalismo e comunismo.
Lotta anticolonialista
La disponibilità economica che arrivava dal petrolio permise a Gheddafi di sviluppare in concreto le idee anticolonialiste, senza condizionamenti dettati dalla prudenza. Il leader libico assunse anzi, scrive John Wright in Libya: A Modern History, un ruolo provocatorio negli affari arabi e mondiali. “La costante necessità dell’Occidente di proteggere i propri interessi petroliferi e mantenere costante il flusso del greggio libico spiega la facile acquiescenza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti alla richiesta di evacuazione delle basi, e quella dell’Italia davanti all’espropriazione e al rimpatrio di un’intera comunità, comprese le ossa dei morti. Spiega anche perché i francesi poterono ignorare i propri scrupoli proclamati sulla vendita dei Mirage”.
La visione anticolonialista di Gheddafi lo portò presto a diventare il punto di riferimento per i gruppi che ovunque nel mondo avevano intrapreso la lotta contro i regimi invasori. Dal Sudafrica all’Irlanda del Nord, i petrodollari della Libia servirono a finanziare ogni movimento rivoluzionario. Ma il primo e più importante obiettivo, che il colonnello aveva proclamato già nel 1970, era quello di liberare la Palestina. Molto critico verso la frammentarietà dei gruppi palestinesi, Gheddafi tentò prima di avvicinare l’OLP al marxista Fronte popolare per la liberazione della Palestina guidato da George Habash, ma finì per espellere il FPLP dalla Libia e concentrare le risorse su Al Fatah, l’organizzazione guidata da Yasser Arafat. Da qui nacque il sostegno per il gruppo guerrigliero Settembre Nero, figlio non riconosciuto di Al Fatah, i cui militanti si resero responsabili del sanguinoso attacco contro la squadra israeliana alle Olimpiadi di Monaco nel settembre 1972.
Per il mondo, l’accoglienza in Libia e i funerali solenni dei cinque militanti rimasti uccisi nell’attacco furono una dichiarazione di intenti esplicita. Il regime di Tripoli fu considerato il finanziatore dei gruppi palestinesi impegnati nei dirottamenti. Ed è difficile non collegare queste considerazioni con l’abbattimento, da parte di due caccia F-4 Phantomisraeliani, del volo Libyan Arab Airlines 114, un Boeing 727partito dalla capitale libica e diretto al Cairo via Bengasi, uscito di rotta per un malfunzionamento sul Sinai occupato. Era il 21 febbraio 1973, sull’aereo c’erano 113 persone, solo cinque sopravvissero. Il governo di Israele lo definì “un errore di valutazione” e pagò compensazioni per le vittime, ma – raccontò cinquant’anni dopo il quotidiano Haaretz – senza mai investigare sull’accaduto.
Secondo John Wright, attraverso il “sacro dovere” verso tutte le rivoluzioni, la Libia divenne “non solo il sostenitore clandestino dei gruppi di opposizione marocchini, tunisini, egiziani e sudanesi, ma anche un sostenitore aperto e dichiarato dei musulmani ‘oppressi’ in Ciad e nelle Filippine meridionali (così come dei ‘musulmani neri’ negli Stati Uniti), dei movimenti nazionali ‘anticoloniali’ nell’Africa portoghese, e della ‘liberazione rivoluzionaria’, praticata da gruppi come il Fronte di Liberazione Eritreo e l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA)”.
Sulle cifre sborsate da Tripoli per gli aiuti ai rivoluzionari ci fu sempre mistero. Una stima pubblicata dal Times nel 1972 le collocava sopra i 150 milioni di sterline: al valore degli anni Settanta, era l’equivalente di tre miliardi di sterline oggi, cioè quasi tre miliardi e mezzo di euro. Lo stesso quotidiano londinese sottolineava che, al di là delle preoccupazioni per i musulmani di Israele, Ciad e Filippine, il regime libico sicuramente non aveva interessi vitali nell’Irlanda del Nord. Ma “dare sostegno e rifugio ai terroristi rafforzava lo status internazionale di Paesi altrimenti poco importanti, facendo sentire i loro governanti influenti e sembrava valere la spesa”.
L’aiuto ai gruppi militanti conquistò a Gheddafi l’antipatia di Ronald Reagan: appena arrivato alla Casa Bianca, il presidente americano volle sfidare il leader di Tripoli a casa sua, contestando il diritto libico al golfo della Sirte. Nell’agosto 1981 i caccia F-14 Tomcat,decollati dalla portaerei Nimitz,abbatterono due jet libici Su-22che li avevano ingaggiati mentre le forze USA erano impegnate in un’esercitazione della VI flotta chiamata, non a caso, Freedom of Navigation.
Dopo gli attacchi terroristici negli aeroporti di Roma e Vienna nel dicembre 1985, con 19 morti, la Libia fu considerata corresponsabile per l’offensiva, rivendicata da una fazione palestinese radicale guidata da Abu Nidal. Il gruppo era uscito dall’OLP, che da poco aveva ufficialmente rinunciato alle azioni armate fuori dal territorio di Israele e dei Territori occupati. Secondo fonti di intelligence, Tripoli aveva fornito le armi per gli assalti. Il gruppo era già stato protagonista di una serie di attentati, alcuni forse rivendicati senza reale coinvolgimento, ma aveva conquistato l’apprezzamento di Gheddafi, che nel 1986 decise di accogliere i militanti in Libia, divenendo poi amico del leader.
Tripoli aveva da poco schierato i missili terra-aria sovietici S-200e insisteva a voler usare ogni mezzo per difendere la sovranità sulla Sirte. Quando, nella primavera del 1986, la Marina americana oltrepassò quella che Gheddafi chiamava “linea della morte” con tre squadre navali e 225 aerei, lo scontro fu inevitabile e si concluse con robuste ma non dichiarate perdite da parte libica e nessuna perdita nelle forze statunitensi. Ma, appena due settimane dopo, una bomba esplose nella discoteca berlinese La Belle, frequentata da militari USA: due di essi morirono nell’attentato, assieme a una donna turca, altre duecento persone restarono ferite.
Washington sostenne di avere le prove di un coinvolgimento di Tripoli nell’attentato, e ordinò un massiccio bombardamento della Libia in cui morirono un centinaio di persone. Fra queste c’era – secondo il governo libico – anche la figlia adottiva del colonnello, Hana. Questa versione fu contestata da diverse fonti, secondo cui la giovane era viva e lavorava come dentista.
Il 21 dicembre 1988 il Boeing 747del volo Pan Am 103, partito da Francoforte per Detroit, esplose in volo, causando la morte di 243 passeggeri, in prevalenza americani e britannici, 16 membri di equipaggio e 11 residenti di Lockerbie, la cittadina scozzese su cui caddero i rottami dell’aereo. Dopo tre anni di indagini gli inquirenti scozzesi e americani emisero i mandati di cattura per due cittadini libici, ma la Jamahiriya accettò di consegnare alla giustizia scozzese i due accusati solo nel 1999. Uno di loro, Abdelbaset al Megrahi, fu considerato colpevole e condannato all’ergastolo, per essere poi rilasciato nell’agosto 2009 perché ammalato di tumore. La liberazione anticipata fu collegata da molti osservatori al ritorno in Libia della britannica BP con un contratto da 900 milioni di dollari per esplorazioni su 54.000 chilometri quadrati nella parte Ovest del Paese e nelle acque del golfo della Sirte. La compagnia petrolifera negò di aver preso parte alle trattative, ma ammise di aver fatto pressioni sul governo scozzese.
Gheddafi aveva negato di aver ordinato l’attentato al 747, ma accettò la responsabilità libica e stabilì di pagare un forte risarcimento alle famiglie delle vittime – 2,7 miliardi di dollari –, precisando però che questo era un atto necessario per interrompere l’isolamento internazionale della Libia. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU votò la fine delle sanzioni nel settembre 2003.
L’anno dopo, Tripoli concordò un risarcimento anche per le famiglie delle 170 vittime del volo UTA 772, caduto nel deserto del Ténéré nel settembre 1989 dopo l’esplosione di una bomba a bordo. L’attentato, in cui era coinvolto, secondo gli investigatori, anche il capo dell’intelligence di Tripoli Abdullah Senussi, fu forse una rappresaglia contro la Francia per il sostegno al Ciad contro i progetti libici di espansione verso sud, o il tentativo fallito di eliminare un esponente di opposizione. Nell’agosto 2004 fu il turno delle vittime della discoteca La Belle, risarcite con 35 milioni.
L’isolamento internazionale e, probabilmente, anche la coscienza di quello che era successo all’Iraq con il pretesto delle armi di distruzione di massa spinsero Gheddafi a rinunciare formalmente, nel dicembre 2003, ai programmi di armamento nucleare e chimico. La strategia diede i suoi frutti: a gennaio del 2005 la prima asta per licenze di ricerca di gas e petrolio vide il ritorno in Libia delle compagnie americane, assenti da oltre un ventennio. E nel maggio dell’anno successivo, gli Stati Uniti ristabilirono relazioni diplomatiche con la Jamahiriya.
Persino Amnesty International riconobbe che la mano di ferro usata dal regime nei decenni precedenti si era in parte allentata, anche se restavano senza soluzione – e senza colpevoli – “centinaia di casi di sparizioni forzate e gravi violazioni dei diritti umani commesse negli anni ’70, ’80 e ’90”.
Nel 2008 il Paese ricoprì per un mese la presidenza – a rotazione – del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: si chiudeva definitivamente il periodo in cui il regime veniva trattato da paria. A settembre Gheddafi ricevette a Tripoli il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, in una visita storica. La Rice parlò di “nuova fase” nei rapporti fra Tripoli e Washington: un incontro a quel livello non avveniva dal 1953.
Il sogno panafricano
Durante l’isolamento internazionale dovuto al sostegno di Tripoli a gruppi armati di mezzo mondo e alle accuse di finanziare il terrorismo, anche gli Stati arabi avevano voltato le spalle al colonnello. Le Nazioni sorelle avevano accettato senza reagire le sanzioni alla Libia, e Gheddafi si era sentito tradito. Gradualmente il sogno panarabo lasciò spazio a un progetto ancora più ambizioso: l’idea di un’unità stretta fra gli Stati dell’Africa, a partire da Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Gambia che avevano deciso di ignorare l’embargo e rompere l’isolamento di Tripoli.
L’idea del panafricanismo, nata dalla coscienza comune dei popoli che avevano subìto lo schiavismo, aveva avuto risvolti politici articolati già nel secolo XIX, e aveva dato origine all’Organizzazione dell’Unità Africana, poi divenuta Unione Africana proprio su iniziativa della Libia, al vertice di Sirte del 1999.
Gheddafi aveva raccolto il testimone dal ghanese Kwame Nkrumah, sposando in pieno la necessità di un processo che portasse agli “Stati Uniti d’Africa”, con un punto d’arrivo che vedesse una sola valuta, un unico esercito, un passaporto comune. All’impegno ideologico il leader libico affiancò i fatti, attingendo con abbondanza alle casse di Stato, in aiuto ai Paesi più poveri (dalle donazioni di trattori al Gambia alla rete di telecomunicazioni finanziata nel Ciad e nei Paesi vicini attraverso la libica Al Madar), sostenendo direttamente l’UA con milioni di dollari, e spesso pagando anche le quote di iscrizione dei Paesi più poveri. Ma non tutti i leader del continente erano animati dalla stessa visione e, a causa delle tendenze centrifughe e degli interessi particolaristici, il progetto rallentò e divenne qualcos’altro.
Per il presidente tanzaniano Julius Nyerere, militante anticolonialista e “padre della nazione”, l’organismo era solo “un comitato di dittatori che non proteggeva i diritti degli africani”. Altrettanto duro il giudizio dell’economista del Malawi, Thandika Mkandawire, secondo il quale “una delle principali debolezze del panafricanismo è stata l’incapacità di proteggere gli africani dai tiranni locali. Il panafricanismo non è stato visto come garanzia dei diritti delle persone. La solidarietà in suo nome ha gettato un velo di oscurità sulle azioni orrende dei dittatori africani, dalla corruzione al genocidio”.
Una moneta per sfidare il dollaro
Nel 2009, Gheddafi era presidente dell’Unione Africana. Da essere fra i Paesi più poveri La Libia era diventata la nazione più ricca del continente. Il colonnello decise di proporre agli altri Paesi dell’Unione di adottare una valuta comune, per sganciare dalle banche americane i ricavi del sottosuolo. L’idea di abbandonare il dollaro per le proprie transazioni internazionali e passare a quello che, secondo le proposte libiche, si sarebbe potuto chiamare dinaro d’oro, significava che le ricchezze del sottosuolo africano non sarebbero più state sottoposte a un controllo dell’Occidente, ma sarebbero confluite in fondi gestiti dagli Stati africani.
All’inizio, la prospettiva di affiancare un personaggio imprevedibile come il colonnello in un progetto così significativo sembrava poco proponibile. Ma la gestione accurata dei proventi petroliferi aveva permesso alla Banca Centrale della Libia di accumulare massicce riserve auree: oltre 143 tonnellate, secondo quello che filtrò attraverso i documenti resi pubblici da WikiLeaks, e altrettanto valore in argento, per un valore stimato superiore ai sette miliardi di dollari.
La garanzia aurea avrebbe permesso stabilità al valore delle estrazioni petrolifere, dato che nel 1971 il dollaro, sotto la presidenza di Richard Nixon, era stato sganciato dall’oro e subiva gli effetti dell’inflazione. E questi non erano trascurabili: ai tempi del dollaro convertibile, un’oncia d’oro (misura standard nel mondo anglosassone, pari a 28,35 grammi) valeva poco più di 40 dollari, nel 2009 sfiorava i mille, e durante il 2024 ha superato i 2.500.
Diversi Paesi sembravano pronti, fra essi Nigeria, Tunisia, Egitto e Angola. Nel 2009, al Primo Congresso degli economisti africani, tenuto a Nairobi sotto l’egida dell’Unione Africana, l’adozione di una moneta unica fu esaminata e sostanzialmente approvata, anche se con qualche riserva e molte raccomandazioni di gradualità. Poi la rivolta in Libia costrinse a sospendere ogni iniziativa. Ma l’idea che fosse stata proprio la minaccia per la valuta statunitense a far decidere l’offensiva occidentale contro Gheddafi rimase in piedi, tanto più quando fra le email del segretario di Stato USA Hillary Clinton, rese pubbliche da WikiLeaks, comparve un messaggio del suo controverso consigliere, Sid Blumenthal, che secondo molti confermava i peggiori sospetti. In questa email il collaboratore della Clinton citava un’“alta fonte” per sottolineare quelli che secondo i critici erano i motivi per cui era necessario eliminare Gheddafi. “Secondo informazioni sensibili a disposizione di questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile di argento... Questo oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione e avrebbe dovuto essere utilizzato per stabilire una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano è stato progettato per fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco CFA”. L’oro sarebbe stato spostato dalle casse della Banca Centrale di Tripoli a Sebha, non lontano dal confine con il Niger e il Ciad.
Blumenthal citava altre generiche fonti, secondo le quali l’offensiva al franco CFA sarebbe stata uno dei fattori fondamentali per la decisione del presidente francese Nicolas Sarkozy di attaccare la Jamahiriya. Secondo queste fonti, gli obiettivi di Parigi sarebbero stati: “a) ottenere una quota maggiore della produzione petrolifera della Libia; b) aumentare l’influenza francese nel Nord Africa; c) migliorare la sua situazione politica interna in Francia; d) fornire all’esercito francese un’opportunità per riaffermare la sua posizione nel mondo; e) affrontare la preoccupazione dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi di sostituire la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona”.
In realtà, l’email non sottolineava in termini espliciti quale pericolo potesse costituire il dinaro d’oro per il dollaro, anche se questo scenario non poteva che apparire implicito. Sul tema si confrontarono parecchi osservatori, senza però che nessuno fosse in grado di stabilire un nesso preciso fra la minaccia alla valuta americana e il cambiamento di regime imposto con la forza. Al di là della ricerca di un collegamento inequivocabile, l’esame della politica estera statunitense e occidentale in genere – soprattutto se l’intervento in Libia si confronta con altre situazioni di Paesi autoritari, per le quali non fu mai invocata la teoria della R2P, la Responsibility to Protect – lascia la strada aperta a molti dubbi sulle motivazioni umanitarie.

Giampaolo Cadalanu, a lungo inviato speciale del quotidiano “la Repubblica”, si è occupato per oltre trent’anni di crisi e conflitti in tutto il mondo, dal Medio Oriente ai Balcani, dal Sudan all’Afghanistan, dalla Libia all’Ucraina, dallo Sri Lanka al Libano. Come defense correspondent ha seguito i soldati italiani nelle diverse missioni all’estero. Gli sono stati conferiti, tra l’altro, il premio Boerma della FAO e la Colomba d’oro dell’Archivio Disarmo. Per Laterza è autore di La guerra nascosta. L’Afghanistan nel racconto dei militari italiani (con Massimo de Angelis, 2023).


Venerdì 13 giugno alle 18.30 la libreria GRIOT, via Santa Cecilia 1a. Roma (tel. 06.58334116) ospita la presentazione di “Sotto la sabbia. La Libia, il petrolio, l’Italia” di Giampaolo Cadalanu, pubblicato da Laterza. Insieme all’autore partecipa Francesco Fossa, giornalista di Mediaset

venerdì 16 maggio 2025

Torino, al Salone del Libro storia, misteri e reportage della Sardegna; un sabato dedicato all’attualità nello stand della Regione al Lingotto


Nella sala Granata del Lingotto affollata da moltissimi studenti, l’omaggio a Salvatore Satta e Thomas Mann (nella foto sopra) ha aperto oggi, 16 maggio, gli eventi della Regione e di AES nella seconda giornata del Salone del Libro di Torino. L’assessora della Cultura Ilaria Portas e la presidente dell’Associazione Editori Sardi Simonetta Castia hanno introdotto l’incontro “La letteratura europea in dialogo attraverso la lingua e il tempo”, con Stefano Brugnolo e Francesco Rossi, mettendo in parallelo i romanzi La montagna magica di Mann e La Veranda di Satta, recentemente tradotto in tedesco. «Ricordare oltre i nostri confini grandi autori sardi come Salvatore Satta, Emilio Lussu e Sergio Atzeni, di cui ricorre l’anniversario della scomparsa, è fondamentale per tenerne viva la memoria anche nell’isola e lasciare in eredità la grande cultura sarda alle future generazioni», ha detto l’assessora Portas presentando l’evento, in collaborazione col Festival letterario “Mediterranea. Culture, scambi, passaggi”.

Domani, 17 maggio, saranno 13 gli eventi in programma organizzati da AES per la Regione nello Spazio Sardegna al Salone del Libro di Torino (stand L117-K118 del padiglione 2), tutti trasmessi in streaming nella pagina Facebook di AES. Si inizia alle 10 con il laboratorio a cura degli alunni degli Istituti Buonarroti-Volta di Guspini ed Einaudi-Bruno di Muravera “Italia, Uruguay e Argentina - Per una storia dell’emigrazione preunitaria” negli anni 1841-1859. Alle 11 Costantino Pes e Dario Maiore presentano I condannati (Taphros) di Guido Cuileddu, storia amara di coppia in un territorio povero, tra Gallura e Baronia, prima del boom turistico. Alle 11.40 Alberto Contu presenta Pariri Carlu Marx (Ediuni): racconti di vita degli anni ’70 nel quartiere cagliaritano di La Vega. Alle 12.20 Vannina Mulas e Laura Puppato presentano Lina Merlin. Una storia di confino (Carlo Delfino), che ripercorre la vicenda della senatrice italiana in Sardegna negli anni 1926-1929. Alle 14 Alberto Sanna e Andrea Andrillo presentano il progetto artistico ed editoriale “Sard’excellence. Musica&parole”, in collaborazione con S’ard Music, Abbà e Eja TV. 
Alle 15 la figura di Giuseppe Dessì, “scrittore moderno” sarà ricordata in occasione dei 40 anni del Premio letterario a lui intitolato dall’omonima Fondazione, con la presentazione della nuova edizione di Donne italiane. Le sarde(LibriLiberi), con Debora Aru, Anna Dolfi, Angelino Mereu e Nicola Turi, insieme ad Antonella Cavallo. A seguire, Giampaolo Cassitta dialoga con Pier Giorgio Pinna, autore del volume-inchiesta Volpe 132. Libro bianco su un volo nero (Mediando), che ripercorre la vicenda del tragico e ancora oscuro abbattimento di un elicottero della Finanza abbattuto nel 1994 a Capo San Lorenzo. Ancora Giampaolo Cassitta presenta poi con Pier Luigi Piredda Aria Mossa (Il Maestrale), racconto della protesta del 3 aprile 2000 nel carcere di Sassari nelle parole di avvocati, magistrati e giornalisti. Alle 17,20 Alberto Pinna dialoga con Luciano Marrocu, autore di Assassinio a La Sapienza. Avventure e turbamenti di professori allo sbando (EDES), in cui un eccentrico professore è sospettato di aver ucciso il direttore del suo dipartimento, tra tic e mitologie dell’ambiente accademico. 
Seguono Innocenza in catene di Tore Quartu con Mauro Mura e quindi l’incontro “La sfida della traduzione dei capolavori letterari in sardo e altre lingue minoritarie. Il caso di Sa die de su giudiziu di Salvatore Satta”, con Franco Bronzat, Diego Corraine, Matteo Ghiotto, in collaborazione con Papiros. Alle 19,20 Francesco Scalfari dialoga con l’autore Cesare Carta e l’editore Barbaro su Ti confesso, giallo dalla trama originale dove l’autore prende per mano il lettore tra le vie di Sassari, descritta con dovizia di particolari anche inediti. Chiude la terza giornata Danilo Mallò, con Sperata speranza (La Zattera). L’AES, Associazione Editori Sardi, è presente al Salone anche con un proprio spazio grazie al contributo della Fondazione di Sardegna al padiglione 2, stand H118-J117.

giovedì 8 maggio 2025

La Regione con l’AES al Salone del libro di Torino, nello Spazio Sardegna al Lingotto dal 15 al 19 maggio. In programma 48 appuntamenti tra presentazioni, incontri e proiezioni


La Regione Autonoma della Sardegna torna da protagonista al Salone del libro di Torino con il meglio della produzione editoriale regionale. Dal 15 al 19 maggio nello Spazio Sardegna – lo stand della Regione al padiglione 2 del Lingotto (stand L117 K118) – in 120 metri quadrati si alterneranno oltre 40 appuntamenti in un denso programma curato da AES, l’associazione che riunisce la maggioranza degli editori sardi, presente al Lingotto anche con un proprio spazio (Pad. 2, stand H118 J117) e che coinvolge 37 case editrici e marchi regionali.
A richiamare il tema della XXXVII edizione del Salone, “Le parole tra noi leggere”, il filo conduttore dello Spazio Sardegna sarà “Lèbias” che nella sua dimensione aperta ed evocativa rimanda alla freschezza, leggerezza e inclusività del linguaggio e delle parole, che hanno il potere di stabilire legami e dialoghi tra le persone e le comunità. 
Dalle presentazioni di libri a incontri, dibattiti e proiezioni nei cinema della città, per cinque giorni l’isola sarà di scena nella più importante vetrina dell’editoria italiana, mettendo in mostra i suoi grandi autori, da Salvatore Satta a Emilio Lussu, dei quali ricorre il cinquantesimo anniversario della morte, a Sergio Atzeni, di cui si celebra il trentennale dalla prematura scomparsa.
La missione sarda al Salone del Libro è stata presentata oggi in una conferenza stampa dall’assessora della Cultura Ilaria Portas e dalla presidente AES Simonetta Castia nella sala riunioni dell’assessorato della Pubblica istruzione in viale Trieste a Cagliari.
«Sono molto soddisfatta del lavoro che stiamo portando a Torino – ha detto l’assessora Ilaria Portas (nella foto a sinistra) –, un programma di qualità e altissimo livello. Celebriamo anche tre autori sardi di grande rilievo e profilo internazionale attraverso le opere letterarie, gli incontri e, aggiungo, anche attraverso il cinema».
 «Lo spirito di collaborazione tra le case editrici sarde e le istituzioni è una condizione virtuosa da perseguire con costanza e lungimiranza per raggiungere obiettivi di visibilità e tutela della diversità culturale e del pluralismo – ha spiegato Simonetta Castia, presidente AES –.  Siamo perciò contenti e grati di aver potuto rinsaldare il nostro rapporto con la Regione Sardegna in una cinque giorni fatta di incontri, nuovi stimoli e obiettivi comuni».
Al Salone del Libro di Torino l’assessora Ilaria Portas parteciperà giovedì 15 maggio alle 18 al dialogo “Le verità”, con Valeria Aresti, Serena Bersani, Silvia Garambois, Susi Ronchi, Silvano Tagliagambe e Caterina De Roberto, a cura di GiULiA Giornaliste Sardegna; venerdì 16 nella sala Granata del Lingotto, alle 10.30, prenderà parte all’incontro “Omaggio a Thomas Mann e Salvatore Satta. La letteratura europea in dialogo attraverso la lingua e il tempo” e alle 19 presenterà il libro L’incontenibile forza della gentilezza con l’autore Ottavio Olita.
Oltre ai tanti eventi al Lingotto, la Regione sarà anche agli eventi del Salone OFF, con la minirassegna cinematografica “Sardegna frame by frame” al Cinema Centrale in via Carlo Alberto, in collaborazione con AES e FASI, la Federazione delle associazioni sarde in Italia. Nei giorni 15, 16 e 19 maggio saranno proiettati Emilio Lussu. Il processo di Gianluca Medas (la locandina nella foto a destra), Il giorno del giudizio di Marco Spiga (su gentile concessione di RAI Sardegna) e Il figlio di Bakunin di Gianfranco Cabiddu. Alle prime due proiezioni parteciperà l’assessora Ilaria Portas.
Il Salone ospita inoltre due incontri in collaborazione con il Festival “Mediterranea. Culture, scambi, passaggi” curato da AES: venerdì 16 alle 10.30 nella sala Granata “Omaggio a Thomas Mann e Salvatore Satta. La letteratura europea in dialogo attraverso la lingua e il tempo”, con Ilaria Portas, Angela Guiso, Stefano Brugnolo e Francesco Rossi, incentrato sul parallelismo tra i romanzi La veranda di Satta, recentemente tradotto in tedesco, e La montagna magica di Thomas Mann; domenica 18, nella sala Malva alle 18.30 “Danzatore delle stelle: In ricordo di Sergio Atzeni”, con Antonio Franchini, Giuseppe Ledda e Giancarlo Porcu, incontro che segna l’avvio delle celebrazioni per i trent’anni dalla scomparsa del grande scrittore, poeta e traduttore di Capoterra.

Il programma.
Giovedì 15 maggio
 alle 15 il programma degli eventi si apre con il laboratorio di lettura “Anime in viaggio nel giorno del giudizio” con Giuditta Sireus, Lia Caporin e Viviana Porru, a cura del Club Jane Austen. Alle 16 Adriana Valenti Sabouret presenta Rivoluzionari sardi in Francia (Arkadia). Seguono L’isola (im)possibiledi Gherardo Gherardini, con Michele Cossa e Salvatore Fozzi (Edizioni Della Torre) e Non solo mamme(Abbà edizioni) con Giulia Pizzolato e Francesco Pongiluppi. Alle 18 l’assessora regionale della Cultura Ilaria Portas interviene nel dialogo “Le verità”, con Valeria Aresti, Serena Bersani, Silvia Garambois, Susi Ronchi, Silvano Tagliagambe e Caterina De Roberto, a cura di GiULiA Giornaliste Sardegna (IsolaPalma). A seguire, Due esuli sardi nell’Europa di Napoleone, di Gianni Ibba, con Martino Contu (Aipsa). La giornata si chiude alle 20.30 con la proiezione di Emilio Lussu. Il processo, di Gianluca Medas e con Enrico Lo Verso, che partecipano alla proiezione con l’assessora Ilaria Portas. 
Venerdì 16 
alle 10 prevede il laboratorio di narrazione orale “Pane e fiabe” a cura di Enedina Sanna. Alle 10.30 nella Sala Granata del Lingotto si terrà l’incontro “Omaggio a Thomas Mann e Salvatore Satta. La letteratura europea in dialogo attraverso la lingua e il tempo”, con Ilaria Portas, Angela Guiso, Stefano Brugnolo e Francesco Rossi. Nello Spazio Sardegna sono previste quindi le presentazioni di Il cavaliere indomito di Gianluca Medas (Abbà) e L’eredità delle donne di casa Lussu di e con Claudia Crabuzza e Dilva Foddai (Archivi del Sud), cui segue Il Consiglio regionale con Antonello Mattone e Salvatore Mura insieme a Adriano Viarengo (Ilisso). Nel pomeriggio dalle 15 sono in programma La Sardegna e il Mediterraneo. In ricordo di Ercole Contu e verso il riconoscimento Unesco delle domus de janas con Sara Mameli e Luisanna Usai (Condaghes e Cesim), Sa bendidora de arroba di Carmen Salis e Ivan Murgana con Roberto Sanna (Amicolibro), “Il ritorno” con Marisa Salabelle (La bella virtù) e Giorgio La Spisa (L’imprevedibile accade), a cura di Arkadia. Lidia Sirianni presenta con l’autrice Francesca Spanu Il corpo sbagliato (Il Maestrale); seguono Familienalbum (Ischire) di Katia Fundarò con Carla Fiorentino e il dibattito “Figure femminili tra letteratura e società”, con Neria De Giovanni (Grazia Deledda. Un Nobel in cucina) e Claudia Origoni (Non escludo il ritorno) a cura di Nemapress. Alle 19 Ilaria Portas dialoga con Ottavio Olita, autore di L’incontenibile forza della gentilezza, in collaborazione con IsolaPalma. Conclude Fertilia di Mauro Manca (Panoramika) in dialogo con Davide Rossi. Alle 20.30 il Cinema Centrale propone Il giorno del giudizio, con la partecipazione di Ilaria Portas, del regista Marco Spiga e dell’attore Marco Moledda (Sardegna Teatro). 
Sabato 17
 si apre alle 10 con il laboratorio sull’emigrazione Italia, Uruguay e Argentina a cura degli alunni degli Istituti “Buonarroti-Volta” di Guspini e “Einaudi-Bruno” di Muravera. Costantino Pes e Dario Maiore presentano poi I condannati di Guido Cuileddu (Taphros); a seguire Alberto Contu presenta Pariri Carlu Marx (Ediuni), poi Vannina Mulas e Laura Puppato, in collaborazione con Carlo Delfino e l’associazione Raichinas e chimas con Lina Merlin. Una storia di confino. Alle 14 viene presentato il progetto artistico-editoriale “Sard’excellence. Musica&parole” con Alberto Sanna e Andrea Andrillo in collaborazione con S’ard Music, Abbà e Eja tv. In occasione dei 40 anni del Premio Letterario Giuseppe Dessì, segue la presentazione della nuova edizione di Donne Italiane. Le Sarde (LibriLiberi) con Debora Arru, Anna Dolfi, Angelino Mereu, Nicola Turi e Antonella Cavallo, a cura di Fondazione Dessì. Alle 16 Pier Giorgio Pinna presenta con Giampaolo Cassitta Volpe 132. Libro bianco su un volo nero (Mediando), e lo stesso Cassitta con Pier Luigi Piredda presenta Aria mossa (Il Maestrale). A seguire, Alberto Pinna dialoga con Luciano Marrocu, autore di Assassinio a La Sapienza. Avventure e turbamenti di professori allo sbando (EDES) e Tore Quartu e Mauro Mura illustrano Innocenza in catene (Domus de Janas). Sul tema “La sfida della traduzione dei capolavori letterari in sardo e in altre lingue minoritarie. Il caso di Sa die de su giudiziu di Salvatore Satta” si confrontano Franco Bronzat, Diego Corraine e Matteo Ghiotto (Papiros). Chiudono la serata Ti confesso di Cesare Carta (Barbaro Editore) e Sperata speranza di Danilo Mallò (La Zattera). 
Domenica 18
 alle 11 con Carlo Delfino si parla di sport, con la presentazione della collana “Lo sport si racconta” con Maria Antonietta Azara, Renato Copparoni, Mario Fadda, Umberto Oppus, Darwin Pastorin e Roberto Valentino. Attilio Mastino presenta poi, con Antonio Ibba e Antonio Corda, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino (Unicapress), prima di “Grazia Deledda nella riedizione di Cosima e Elias Portolu, con Stefano Lavra e Dino Manca (ISRE). Alle 15 Tra le mie corde di Maria Gabriela Ledda con Bruno Gambarotta, Paolo Lusci e Mauro Palmas (IsolaPalma); Quaderni verdi di Federica Abozzi con Michela Magliona (Catartica); Subito dopo l’alba di Rossana Carcassi, con l’editore Paolo Sorba; Sardegna dimora antica degli dèi e di altri condomini… di Giorgio Saba (NOR); Memorie di uno sconosciuto. Il caso di B. Traven con Matteo Pinna (WoM); La Sardegna e l’Europa nell’Ottocento con Angelo Mascia e Luigi Orrù (P.T.M.). Nella Sala Malva alle 18.30 è previsto “Danzatore delle stelle: In ricordo di Sergio Atzeni”, con Antonio Franchini, Giuseppe Ledda e Giancarlo Porcu, in collaborazione con “Mediterranea. Culture, scambi, passaggi”, incontro che segna l’avvio delle celebrazioni per i trent’anni dalla scomparsa del grande scrittore, poeta e traduttore. Si chiude allo Spazio Sardegna con la presentazione del progetto a cura di Giulio Pisano “Luoghi letterari in Sardegna”.
Lunedì 19 alle 11.20 Irene Salidu presenta Su Bisu (Aurea Nox), prima di Medicina interna. Metodologia, semeiotica, fisiopatologia, clinica, terapia medica con Marco Bartoli e Sergio Rassu (Chirone Moderno Editore). Nel pomeriggio Mauro Fiori e Luca Spissu parlano di Mommotti (Amicolibro). Il programma si chiude al Cinema Centrale alle 20.30 con la proiezione di Il figlio di Bakunin di Gianfranco Cabiddu alla presenza del regista e di Enzo Cugusi.