domenica 4 ottobre 2026

Eleonora Zocca - DISOBBEDIRE A CONFUCIO - add

 
Eleonora Zocca
DISOBBEDIRE A CONFUCIO
Lotte femministe in Asia orientale

illustrazione di Lucrezia Viperina
add editore
ottobre 2026
pp. 256, euro 20
ISBN 9788867835676


Per lungo tempo il canone femminista bianco e coloniale si è accaparrato il centro. Le altre genealogie raccontate in questo libro, che opera un necessario sbilanciamento, ridanno voce e carne a una lotta che non passa da lì, e restituiscono senso alla pratica del partire da sé e alla necessità di prendere le mosse dall’essere corpo di chi parla e di chi ascolta. Giulia Siviero, autrice di Fare femminismo

Da decenni i movimenti femministi dell’Asia orientale aprono crepe in un ordine sociale fondato su gerarchie familiari, norme di genere e ruoli prestabiliti, mettendo in discussione gli equilibri esistenti. Eppure, la narrazione occidentale ha a lungo trascurato queste esperienze, relegandole ai margini del racconto globale.
Disobbedire a Confucio raccoglie alcune delle tante storie di ribellione femminile che hanno attraversato la regione: dalle proteste ūman ribu del Giappone degli anni Settanta, alle migliaia di donne scese in piazza contro la misoginia e che hanno fatto da innesco al #MeToo in Corea del Sud; dalle strategie con cui le giovani cinesi sfidano le maglie della censura online e la sicurezza di Stato, fino a Taiwan, l’isola progressista che ha istituzionalizzato il transfemminismo e oggi rappresenta un baluardo per i diritti LGBTQI+.
Partendo da ricerche documentarie, interviste e indagini sul campo, Eleonora Zocca ricostruisce le storie di pensatrici, attiviste, avvocate e semplici cittadine che hanno disobbedito ai dettami di una versione conservatrice del confucianesimo, mettendo in luce le pratiche con cui hanno fatto della propria voce e del proprio corpo strumenti di resistenza ed emancipazione, per sovvertire i modelli dominanti e sabotare i meccanismi patriarcali.


INTRODUZIONE 
Ho iniziato a scrivere questo libro nell’estate in cui ho accompagnato mia madre in un centro antiviolenza. Era un momento che sapevo sarebbe arrivato prima o poi, così come sapevo che poteva rimanere un desiderio incompiuto. Avrei voluto incontrare il femminismo prima, nel pieno dell’adolescenza, perché quando ne ho compreso il significato e la forza trasformativa è stato liberatorio. Mi ha permesso di dare un nome a molte delle esperienze che avevo vissuto, mi ha dato un linguaggio, un vocabolario, un metodo per pensare ed elaborare gli episodi di violenza verbale e fisica che si erano consumati sotto i miei occhi sin da bambina. Mi ha fatto capire che non ero sola. La curiosità, gli interessi personali e il lavoro mi hanno portato a studiare le società e le culture dell’Asia orientale, prima all’università e poi da giornalista. Questo libro nasce dalla volontà di approfondire quali sono i temi, le pratiche e le lotte che stanno portando avanti i movimenti femministi contemporanei in quell’area di mondo. Quali sono i motivi per cui il fatto che tante donne solidarizzano, fanno rete e si mobilitano per ottenere diritti, dignità e un ruolo nella società che non sia marginale né dipendente dall’uomo suscita così tanti timori e resistenze in chi governa. Il lavoro non ha la pretesa di essere un testo esaustivo o completo rispetto a tutto quello che succede o è avvenuto in Giappone, Corea del Sud, Cina e Taiwan. Ho dovuto compiere delle scelte, dando più spazio alla contemporaneità nei casi di Corea del Sud e Cina, che stanno attraversando dei periodi di forte fermento ma anche di feroce repressione, tornando invece più indietro nel tempo nei capitoli dedicati a Giappone e Taiwan. Non perché oggi siano assenti movimenti femministi in questi ultimi due Paesi, piuttosto perché si trovano all’interno di «ondate» diverse: quella che in Giappone sembra una mobilitazione più debole e frammentata ha in realtà alle spalle uno dei movimenti più radicali e dirompenti della storia moderna dell’Asia orientale. Nel caso di Taiwan, invece, è stato necessario spiegare qual è il processo storico che ha portato l’isola a istituzionalizzare il (trans)femminismo e a essere il Paese più progressista del continente in tema di diritti civili. Il titolo Disobbedire a Confucio tiene insieme in primo luogo lo spirito che lega tutte le attiviste, giornaliste, accademiche e semplici cittadine citate nel libro: la disobbedienza verso la gerarchia familiare, le istituzioni e le regole sociali che relegano la donna esclusivamente nei ruoli di madre e moglie. In secondo luogo, è un riferimento al filosofo cinese del VI secolo a.C. il cui pensiero e la cui etica sono alla base di tutte le società qui raccontate, tanto da plasmarle negli equilibri sociali e nel funzionamento delle istituzioni politiche. È importante sottolineare come l’atteggiamento discriminatorio assunto dalla tradizione confuciana verso le donne nasce molti secoli dopo la morte di Confucio, in particolare durante la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.), quando il filosofo Dong Zhongshu teorizza la fondamentale disuguaglianza tra i due princìpi cosmici complementari dello yin (femminile) e dello yang (maschile) e, di conseguenza, la sostanziale supremazia del maschio sulla femmina.1 È in questo periodo storico che prendono forma le «tre obbedienze» (sancong) secondo cui la donna deve obbedire prima al padre, poi al marito e infine al figlio. Nel titolo, quindi, Confucio è da intendersi come l’insieme di costrutti culturali, ideologie politiche e sovrastrutture patriarcali che hanno confinato le donne al lavoro di cura e all’educazione dei figli. Compresi i luoghi fisici in cui queste possono muoversi: la casa e le stanze interne si contrappongono al mondo esterno delle interazioni sociali e della politica di dominio maschile.2 Comprendere bene il contesto e la cultura dentro i quali questi movimenti femministi si sono formati è fondamentale per non cadere nella trappola eurocentrica e orientalista: il femminismo e il transfemminismo in Asia orientale non sono una derivazione di quelli occidentali. Ovviamente ci sono state – e ci sono tuttora – influenze, innumerevoli punti di contatto e anche un interesse da parte di molte attiviste e accademiche nello studiare e osservare da vicino quanto è avvenuto negli Stati Uniti e in Europa. Ma la storia dei movimenti, le condizioni materiali che questi affrontano e il contesto politico entro il quale si muovono sono autoctoni. Come è autoctona anche la produzione teorica, nonostante non manchino intorno a noi i tentativi diffusi di screditare decenni di studi decoloniali e propinare una presunta superiorità «occidentale»
Per questo libro, la ricerca giornalistica si è concentrata sui movimenti femministi e transfemministi, andando a specificare quando i primi hanno assunto posizioni transescludenti. Approfondire la storia dei movimenti ?￴タマᄆ?￴タᄀᄏ?￴タメユ+ negli stessi tempi e spazi, invece, avrebbe rischiato di rendere il lavoro approssimativo e troppo generico, non andando a fondo né in un senso né in un altro. Infine, un’ultima considerazione personale: firmo questo volume con un cognome che stride profondamente con il suo contenuto. Condividere il disagio che questo mi provoca mi sembra non solo un gesto di cura verso me stessa, ma un atto di rispetto per le donne di cui scrivo e per chi leggerà il libro. Non ho ancora preso una decisione che abbia risvolti per così dire burocratici, ma credo di aver letto, studiato e scritto di questi temi anche a causa del peso che porto dietro con questo nome, e nonostante questo nome.
Roma, 15 giugno 2026

Eleonora Zocca
è giornalista e ha lavorato nelle redazioni televisive di Report, Piazzapulita e Petrolio. Ora in Rai, si occupa principalmente di società, politica e questioni di genere in Asia orientale. Ha scritto per «Domani», «New Lines Magazine», «thePeriod», «Iconografie» e «Valigia Blu». Dal 2023 cura Japanica, una newsletter su attualità e trasformazioni sociali del Giappone.







Dove incontrare l'autrice

Mercoledì 7 ottobre ore 19.00 | Libreria del Convegno, Milano 
in dialogo con Leila Belhadj Mohamed
Giovedì 8 ottobre ore 18.00 | Nora Book & Coffee, Torino 
con Shiori Ito, autrice del memoir Black Box (Inari Books) ed Eleonora Zocca, autrice del saggio Disobbedire a Confucio (add editore)
Venerdì 9 ottobre ore 19.00 | due punti libreria, Trento 
in dialogo con Stefania Da Pont
Mercoledì 28 ottobre ore 18.00 | Biblioteca Amilcar Cabral, Bologna 
in dialogo con Ilaria Maria Sala e Collettiva Yilou
Incontro organizzato in collaborazione con la Libreria delle donne di Bologna
Giovedì 29 ottobre ore 20.30 | Quivirgola Libreria, Schio
Giovedì 5 novembre ore 19.00 | Libreria Arcadia, Rovereto
Giovedì 12 novembre ore 19.30 | Libreria MarcoPolo, Venezia 
in dialogo con Stella Rizzuti. Modera Maria Sole Quinto Garbin 
Evento in collaborazione con GESSHIN Ca' Foscari
Domenica 22 novembre ore 14.30 | Eredità delle Donne, Reggio Emilia 

Serge Latouche - METAPOLITICA DELLA DECRESCITA - Elèuthera


Serge Latouche
METAPOLITICA DELLA DECRESCITA
(titolo originale La décroissance De l’utopie sociétale à la [re]construction d’un monde commun)
traduzione di Francesco Zevio
Elèuthera
2026
pp. 160, € 17
ISBN 9788833023274

Sappiamo tutti che prima o poi saremo costretti a uscire dall’attuale società del consumo, anche se fatichiamo a farla finita con la nostra dipendenza consumista. Oggi la posta in gioco è capire se ne usciremo positivamente, adottando un’abbondanza frugale ecosocialista, oppure se lasceremo che un’oligarchia plutocratica prima devasti il pianeta e poi, al meglio, imponga un’austerità ecofascista.
Se la democrazia può funzionare solo quando è costruita su una percezione comune della realtà, cioè su fatti verificabili e discutibili, l’affermarsi dell’attuale regime di postverità fa presagire la fine di una democrazia effettiva e del suo orizzonte di senso. Ecco perché il progetto della decrescita non è semplicemente la critica di un modello economico come quello occidentale, basato sull’idea di crescita infinita, ma è un ripensamento complessivo delle nostre società e dei valori su cui si fondano. Smentire la pretesa totalitaria dell’economia neoliberale e riflettere su una società post-crescita significa allora decolonizzare il nostro stesso immaginario, ripudiando quella concezione che riduce il politico alla politica politicante e restituendo dignità a quel livello metapolitico che al contrario comprende tutte le dimensioni del vivere collettivo. La decrescita si configura così come una contronarrazione che non solo si oppone alla magniloquente narrazione della crescita, ma che al contempo – abbandonato l’universalismo del «sogno occidentale» – prova a ricostruire un mondo pluriversalista basato su una «democrazia delle culture».

Introduzione
Dal momento che la decrescita non implica solo una revisione del modello sistematico di crescita della produzione, del consumo e dell’inquinamento, ma anche «l’uscita dall’economia», il progetto sintetizzato da questo slogan è quello di un cambiamento della socialità, se non addirittura della civiltà stessa. Una società della post-crescita (o post-moderna nel senso rigoroso del termine) non può dunque non confrontarsi con tutti i problemi sollevati dalla vita in società. Se la decrescita è poco interessata alla politica politicante, essa è tuttavia fortemente influenzata dal politico inteso nel senso più ampio di organizzazione della città. Uscendo dall’economia, la decrescita intende riconsegnare al politico tutta la sua dignità. La filosofia politica e le scienze politiche e morali designavano tradizionalmente la quasi totalità del campo di indagine sociale, campo che lo scientismo contemporaneo ha frammentato in una miriade di pseudoscienze di ambito sempre più ristretto. Prima di avanzare la sua pretesa totalitaria, l’economia – ancora in un autore come Adam Smith – non costituiva che un capitolo di questa totalità. La sua affermazione imperiale ha relegato la scienza politica al ruolo di scienza dello Stato (o statologia) per alcuni politologi o, più in generale, al ruolo di scienza del potere istituito per altri studiosi. Il campo pratico del politico è stato così relegato essenzialmente all’ambito della politica, intesa perlopiù come politica politicante, tralasciando tutto un campo sovra o infrapolitico che tocca numerose questioni cruciali della società civile. Ed è appunto questo insieme che si trova riunito nella categoria – comoda in ragione della sua stessa imprecisione – di metapolitico (1). Negli ultimi anni questo termine è stato ripreso sempre più spesso, in particolare negli ambienti della destra conservatrice, per designare lo scontro culturale (2). La controrivoluzione neoliberale iniziata da Friedrich von Hayek e Milton Friedman, attraverso la Mont Pelerin Society e altri think tanks, può essere considerata come il prototipo di una lotta metapolitica riuscita. Al contrario, l’esito della battaglia ecologica è lungi dall’essere altrettanto glorioso, anche se è vero che questa battaglia è lungi dall’essere conclusa.

Nelle nostre battaglie – per la decolonizzazione dell’immaginario e la promozione del progetto della decrescita – abbiamo già tentato di precisare i contorni di una visione «decrescente» a proposito di talune questioni sovrapolitiche essenziali come il sacro, l’etica e l’estetica (3). Ma il militante della decrescita è chiamato in causa da ben più concrete questioni sollevate oggi dalla nostra società. Ne abbiamo già trattate alcune, come il lavoro o la pedagogia (4), ma ve ne sono altre, come la democrazia, il bene comune, i beni comuni, l’economia sociale e solidale e la laicità, che ci proponiamo di trattare nella presente opera data la loro evidente dimensione metapolitica. È chiaro che queste questioni – specifiche della Francia e, almeno in parte, dell’Europa – non sono necessariamente quelle a cui dovrebbe rispondere il militante post-crescita di una società di cultura islamica, africana o amerindia. Ogni società s’iscrive in una storia e in un’eredità: il collasso della civiltà economica che ha uniformato il mondo e deculturato più o meno profondamente quel che oggi chiamiamo «Sud globale» non farà sparire da un giorno all’altro le questioni che agitano ormai ogni luogo del mondo. Come abbiamo ripetuto a più riprese, il collasso della società di crescita globalizzata farà sorgere di nuovo la diversità culturale come reazione all’uniformazione planetaria, e sarà a partire da un mosaico di complesse e variegate eredità che ogni società proverà a costruire la sua post-crescita, possibilmente in un dialogo interculturale.

La decolonizzazione dell’immaginario non riguarda solo l’imperialismo dell’economia, ma chiama in causa tutte le credenze, le pratiche e i valori della (de)civilizzazione occidentale moderna. Questa metapolitica non è estranea al progetto di «cosmopolitica della territorialità» sviluppato dall’antropologo Philippe Descola. Sulla scia di Karl Polanyi, essa tende a reintegrare l’economico nel politico. Come sostiene Descola, «lottare contro la supremazia della sfera economica significa lottare contro la commensurabilità generalizzata, affermando che esiste una molteplicità di sistemi di valore e che è impossibile ridurli gli uni agli altri comprimendoli sull’unico asse del valore di mercato». Non è dunque sorprendente che i militanti della decrescita si ritrovino nei movimenti di resistenza sostenuti da Descola, come quello contro le grandi opere inutili e nocive.

La lotta metapolitica è divenuta, oggi, una lotta titanica. La vittoriosa controrivoluzione neoliberale ha aperto la strada ai peggiori veleni della (im)mondializzazione populista, servendosi delle illimitate risorse delle tecnologie informatiche per diffondere la disinformazione, le fake news propagate da video virali, la manipolazione, le monete virtuali speculative (bitcoin) e così via. Le basi più o meno tradizionali della convivenza (territorio, lingue, valori comuni), quelle che fondano un’identità ereditata o scelta, sono sistematicamente minate, aggravando così le crisi provocate dalla deterritorializzazione causata dalla globalizzazione dell’economia e dalle migrazioni dovute alla miseria, alle guerre, al cambiamento climatico. Gli imprenditori del caos, di cui Donald Trump è il prototipo, e i grandi predatori prosperano su questo terreno, legittimati da una narrazione arche- o neolibertariana e da una «pedagogia pubblica» che mette in scena un nuovo ordine del disordine grazie al quasi monopolio degli accessi mediatici e ora grazie anche all’intelligenza artificiale che la loro potenza finanziaria permette di controllare (5). Di fronte all’impatto travolgente, da rullo compressore, di questa megamacchina della menzogna, la nostra impresa può apparire risibile, la lotta per la verità perduta in partenza… ma i fatti sono testardi, e la storia ci dà numerosi esempi del plateale insuccesso di imprese mostruose fondate sulla hybris, la tracotanza e la dismisura che finiscono per sfracellarsi contro il muro del reale.
Per sua stessa natura, il progetto della decrescita è prima di tutto una contro-narrazione da opporre alla magniloquente narrazione della crescita. Se possiamo a sua volta attribuirle la qualifica di «grande narrazione», è perché ha qualcosa da dire a proposito di pressoché ogni aspetto del reale, pur lasciando aperte numerose questioni destinate a trovare soluzioni circostanziate e provvisorie, che dunque non devono diventare l’oggetto di un programma politico, e ancor meno di promesse elettorali figlie di quella visione dogmatica di cui le grandi narrazioni del passato non sono certo avare. Questo saggio di metapolitica della decrescita vuole contribuire alla costruzione di questa grande narrazione.

Il primo capitolo, «La decrescita come progetto metapolitico», affronta in modo diretto il rapporto tra il progetto di costruzione di una società d’abbondanza frugale e il politico/la politica, in particolare la questione della democrazia. Il secondo capitolo, «I beni comuni, il bene comune e la decrescita», tratta tanto della questione etica sovrapolitica del fine (nel doppio senso aristotelico di obiettivo e di ragion d’essere) e della polis, quanto della questione infrapolitica dei beni comuni, tornata in voga nell’agenda del mondo alternativo e correlata a quel «mondo comune» necessario al funzionamento di una società democratica. Il terzo capitolo, «L’economia sociale e solidale e la decrescita», mette a confronto il progetto della decrescita con le iniziative del mondo alternativo messe in campo per sopperire all’incapacità dello Stato di prendersi carico delle ingiustizie e delle carenze generate dalla società di mercato (le market failures degli economisti); il che solleva la questione – insieme sovra- e infrapolitica – della solidarietà. Il quarto capitolo, «Consumo, deconsumo, sobrietà e decrescita», prolunga e completa le riflessioni del terzo sulla formattazione dei membri della società di crescita e sulla riduzione del cittadino allo statuto di consumatore. Il quinto capitolo, «Pluriversalismo, laicità e decrescita», tocca il problema della diversità delle culture tra e nelle società tramite il dibattito attuale sulla laicità. Come portare avanti un progetto le cui dimensioni riguardano insieme il locale e il globale senza cadere nelle trappole dell’universalismo occidentale? L’avvenire dell’umanità dipende in buona parte dalla risposta che sarà concretamente data a questa domanda.
Nella conclusione di questo saggio, che solleva problemi più che dare soluzioni, torniamo su quella che ci appare una leva paradossale per uscire in modo non disastroso dall’apocalisse a venire: la pedagogia delle catastrofi. Per dirla con Verlaine, «vinta, la speranza è fuggita verso il cielo nero», e oggi l’orizzonte è decisamente scuro. Ogni giorno apporta il suo carico di orrori e di catastrofi, e le buone notizie si fanno piuttosto rare. Quel che ha scacciato la speranza è, in particolare, la scomparsa di un mondo comune e il trionfo della post-verità, cioè della menzogna. 
Hannah Arendt notava giustamente che la democrazia non può funzionare se non poggiando sulle fondamenta di una percezione comune della realtà, quindi di fatti verificabili che sia possibile discutere. A suo avviso, la scomparsa di questo mondo comune segna la fine della democrazia: «Quando tutti vi mentono in continuazione, il risultato non è che cominciate a credere a tutte quelle menzogne, ma che finite con il non credere più a nulla. Un popolo che non può più credere a nulla non può più formarsi un’opinione. È privato non solo della sua capacità di agire, ma anche della sua capacità di pensare e giudicare. Con un popolo simile, potete fare quello che volete» (6). 
L’attuale post-verità sta al neototalitarismo populista-libertariano come la retorica propagandistica stava al totalitarismo sovietico. Si tratta ancora una volta di una neolingua che invoca «fatti alternativi» per portare avanti una rilettura/riscrittura della storia. Questa eclissi, che speriamo provvisoria, della verità rientra in un più generale fenomeno di perdita di valori che Christian Salmon ha giustamente definito «l’impero del discredito» (7). Tuttavia, benché ateo, mi piace credere alla formula che il credente Jacques Ellul usava ripetere alla fine della sua vita: «Quando non ci si può aspettare più niente, resta la speranza». Ed è appunto la speranza nell’utopia di un mondo più giusto – come quella nutrita da Émile Zola quando nel pieno dell’affare Dreyfus proclamava: «La verità è in cammino e nulla la fermerà» – che dà senso alla nostra lotta contro la dilagante post-verità. D’altronde, come scrive Vladimir Jankélévitch, «se la probabilità inizia dal 51 per cento, al contrario la speranza non ha bisogno che di un milligrammo di sé per dare aria all’irrespirabile disperazione. Basta un’umile possibilità su mille, ed ecco… una debole luce si accende, e l’avventura di una scommessa soppianta nei nostri cuori le certezze nate dalla fatalità. Qui la quantità non conta nulla, e il dubbio più lieve sulla necessità giustifica già le più folli speranze» (8).


Note all’Introduzione

1. Costruita sul modello concettuale della metafisica, dapprima da Joseph de Maistre e poi da Antonio Gramsci (con accezioni decisamente diverse), riprendiamo l’espressione in un senso che riecheggia questi illustri precedenti, pur serbando una sua propria specificità. Sappiamo che la parola metafisica deve la propria origine a uno scoliasta in difficoltà con alcuni testi allegati alla Fisica di Aristotele. Lo stesso vale, in certa misura, per la metapolitica.
2. Alcuni autori, perlopiù di sinistra, hanno impiegato senza gran successo termini vaghi come antipolitica o politica antipolitica per definire un contenuto simile.
3. Vedi Comment réenchanter le monde. La décroissance et le sacré, Payot & Rivages, Paris, 2019 [trad. it. Come reincantare il mondo: la decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, Torino, 2020]; L’abondance frugale comme art de vivre. Bonheur, gastronomie et décroissance, Payot & Rivages, Paris, 2020 [trad. it. L’abbondanza frugale come arte di vivere. Felicità, gastronomia e decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2022]; Le désastre urbain et la crise de l’art contemporain, Le bord de l’eau, Bordeaux, 2024 [trad. it. Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea, elèuthera, Milano, 2025].
4. Vedi Penser un nouveau monde. Pédagogie et décroissance: entretiens avec Simone Lanza, Payot & Rivages, Paris, 2023; Travailler moins, travailler autrement, ou ne pas travailler du tout. Labeur et décroissance, Payot & Rivages, Paris, 2021 [trad. it. Lavorare meno, lavorare diversamente o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, Torino, 2023].
5. Se i populismi di destra sono una conseguenza della globalizzazione neoliberale, si presentano tutti, con la notevole eccezione dell’Argentina di Javier Milei, come ostili al neoliberalismo. Nel tentativo di conferire un minimo di coerenza a quella miscela esplosiva di neoconservatorismo e libertarianismo, gli ideologi del trumpismo, come Steve Bannon o J. D. Vance, si richiamano esplicitamente a una rivoluzione post-liberale. Poiché il termine «liberale» va inteso nel suo significato americano, non si tratta tanto di una contestazione del liberalismo economico, anche se la globalizzazione e il libero scambio sono anch’essi presi di mira, quanto del liberalismo politico e culturale, ovvero quel complesso di valori progressisti che spazia dai diritti civili ai diritti delle minoranze (in particolare sessuali), al femminismo, al «wokismo», al pensiero decoloniale. Da parte loro, i populismi europei, che hanno dato origine a quelle che sono state definite democrazie illiberali, si sono invece focalizzati su una messa in discussione dello Stato di diritto.
6. Citato da Étienne Maillet in Tirage au sort et imparfaites démocraties, Éditions Yves Michel, Gap, 2022, p. 110.
7. Christian Salmon, L’empire du discrédit, Les Liens qui libèrent, Paris, 2024.
8. Vladimir Jankélévitch, Le Sérieux de l’intention. Traité des vertus I, Flammarion, Paris, 1983, p. 182 [trad. it. Trattato delle virtù, Garzanti, Milano, 1987]. 

Serge Latouche (Vannes 1940), professor emeritus di economia all'Università di Paris Sud-Orsay, si dichiara da tempo un obiettore di crescita. Ed è proprio sul concetto di decrescita che basa la sua riflessione sui modi per uscire dal devastante sviluppismo imposto dall'Occidente a se stesso e al resto del mondo. In Italia sono stati pubblicati molti dei suoi scritti, tra cui La scommessa della decrescita (Feltrinelli 2007), L'invenzione dell'economia (Bollati Boringhieri 2010), Uscire dall'economia (Mimesis 2014) con Anselm Jappe, Come reincantare il mondo: la decrescita e il sacro (Bollati Boringhieri 2020). Con elèuthera ha pubblicato Il tempo della decrescita, introduzione alla frugalità felice (n.e. 2017) scritto insieme a Didier Harpagès, La fine del sogno occidentale (n.e. 2021), Il disastro urbano e la crisi dell'arte contemporanea (2025) e Metapolitica della decrescita (2026).

sabato 3 ottobre 2026

AA.VV. - FANTASTIKE (a cura di Michela Dentamaro) - Blackie edizioni

AA.VV.
FANTASTIKE
Racconti di scrittrici del fantastico che vi porteranno in un altro mondo
testi di James Tiptree Jr., Anna Rinonapoli, Suzy Mckee Charnas, Elena Aldunate, Joanna Russ, Luce d’Eramo, Zhang Jing, Josephine Saxton, Andre Norton, Angélica Gorodischer, Vonda N. McIntyre, Mariko Ōhara, Gilda Musa, Svava Jakobsóttir, Christine Renard, Kit Reed
a cura di Michela Dentamaro
Blackie edizioni
settembre 2026
pp. 304, € 22,00
ISBN 9791281631885


Un’adolescente bullizzata si trasforma in una lupa. Il capitano di un’astronave deve salvare la Terra, ma viene sconfitto dalla burocrazia. Una madre è disposta a diventare una creatura aliena per salvare sua figlia. E ancora città cyberpunk giapponesi, incontri ravvicinati con extraterrestri e tanto altro.
Si dice che la letteratura fantastica serva a immaginare mondi diversi, a prevederne di futuri. Ma quella migliore aiuta a capire il presente. Ben prima che il mondo iniziasse a parlare di intelligenza artificiale, patriarcato, crisi climatica, società del controllo e automazione, sedici grandi autrici avevano intuito la direzione in cui andava il mondo e l’avevano raccontata.
A lungo la fantascienza, l’horror e il fantasy sono stati considerati genere letterari di interesse prettamente maschile, ma sono state le donne a intuire alcune delle idee e delle immagini più radicali e a scrivere le storie più sconvolgenti. Queste pagine lo dimostrano.
Sedici racconti provenienti da paesi diversi, scritti nella seconda metà del Novecento, che sanno far ridere, inquietare, commuovere. Che ci fanno credere di parlare di mondi e tempi futuri, mentre svelano con estrema lucidità il nostro presente.

A cura di Michela Dentamaro.



Tiemen Hiemstra - W. - Adelphi

 
Tiemen Hiemstra
W.
traduzione di Dafne Paris
Adelphi
CollezioneFabula, 441
2026,
pp. 188, 7 immagini in bn, € 18,00
ISBN 9788845941269


La sensazione è quella di una scarica elettrica, una vorticosa corrente che stabilisce un legame improvviso, un reciproco riconoscimento e una complementarità perfetta. È l’inspiegabile reazione che si produce quando Olaf e W. si incontrano. W. è volitivo, inquieto, e il suo humour surreale lo ha reso famoso in tutta la scuola; la gentilezza è l’unico talento che Olaf si attribuisca. W. osa e sperimenta, Olaf lo segue. Li unisce una volontà di scoperta, un «progetto di ricerca sulla vita» che – ne sono convinti – solo insieme potranno realizzare. Poi Olaf si trasferisce da Groningen ad Anversa per studiare filosofia, mentre W. asseconda la sua irrequietezza: viaggia, esplora, si perde, ritorna. Ma quell’amicizia istantanea e misteriosa resta un centro di gravità, il nodo dei loro rapporti con il mondo: inclusi quelli con Hilde, la ragazza di Olaf che trasformerà il duo in un trio altrettanto indissolubile. Fino al giorno in cui W. scompare improvvisamente, senza una parola, lasciando dietro di sé solo un file, intrico di testi, immagini, haiku, e dei meme pubblicati in rete. Forse un invito, rivolto a Olaf, a braccare le sue tracce digitali e a ricomporre la sua immagine. O un’esortazione a proseguire da solo la ricerca. O ancora – come suggerisce l’epilogo perturbante di questo romanzo di formazione, concentrato nell’arco di tredici giorni – un ammonimento: «noi pensiamo di chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi». Quello che più colpisce in questo romanzo d’esordio di Tiemen Hiemstra è la sua capacità di raccontare l’ebbrezza e i pericoli di un’amicizia simbiotica con una sobrietà, una combinazione di crudeltà e tenerezza che difficil­men­te si potranno dimenticare.
 
Tiemen Hiemstra
(1991) è uno scrittore olandese. È nato a Groningen e ha studiato a Anversa. Si è poi trasferito a Lipsia dove è diventato postino e dove ha scritto il suo primo romanzo W. W. pubblicato nel 2023 ha vinto molti premi nei Paesi Bassi.  


Maria Lazar - QUATTRO VOLTE ME - Adelphi

Maria Lazar
QUATTRO VOLTE ME
(titolo originale Viermal ich, 1929)
traduzione di Laura Ragone
a cura di Albert C. Eibl
Adelphi
Biblioteca Adelphi, 786
2026, 
pp. 186, € 19,00
ISBN 9788845940941


Le piccole donne di Maria Lazar sono Grete, Anette, Ulla e l'anonima narratrice che parla in queste pagine. La sua confessione, concitata e rapinosa, suscita in noi un crescente turbamento, perché la sua voce si mimetizza con le altre, a scuola le capita di dimenticare il suo nome, di rispondere all’insegnante con la voce di Grete, di scrivere un tema con la grafia di Ulla, di patire nella carne il dolore delle amiche. Una presenza, che lei chiama «l’Estranea», la spia dagli specchi e dalle finestre, e si fa via via sempre più ardita e invadente. Ma è proprio questa natura frantumata e plurima a fare di lei la cronista di una storia collettiva. La storia di Grete, che sembra sedere «in una nube tiepida e fragrante»; di Ulla, «occhi d’acqua ghiacciata», atletica e sagace; della frivola e svagata Anette, dalle «lunghe gambe a pertica» – e di tante altre. Di tutte le giovani donne travolte dall’ansia e dallo spaesamento che spirano come un vento malevolo nell’aria di Weimar. Donne inassimilabili l’una all’altra, eppure accomunate da un unico destino: sopravvivere alla miseria, alle violenze maschili, alla degradazione – o consegnarsi alla desolante sicurezza del matrimonio. Sepolto in uno scatolone per cento anni, in attesa di essere scoperto, Quattro volte me di Maria Lazar riemerge in un'epoca che pensava di aver detto tutto sulla «situazione delle donne». E forse non era vero.

Maria Lazar
(nata il 22 novembre 1895 a Vienna, Austria-Ungheria; morta il 30 marzo 1948 a Stoccolma) è stata una romanziera, drammaturga e giornalista ebrea austriaca, la cui scrittura socialmente incisiva e antifascista fiorì nel periodo tra le due guerre. Scrivendo a volte con lo pseudonimo di Esther Grenen, andò in esilio in Scandinavia dopo il 1933. A lungo dimenticata dopo la sua morte nel 1948, la sua opera è stata riscoperta a partire dagli anni 2010.