Thomas Harrison
SUI PONTI
Analisi poetica e filosofica
(titolo originale Of Bridges, Chicago University Press, 2021)
traduzione e cura di Diego Terzano
prefazione di Massimo Cacciari
Tab edizioni
collana Tabula rasa | 6
settembre 2026
pp. 468, € 30,00
ISBN 9791256694273
SUI PONTI
Analisi poetica e filosofica
(titolo originale Of Bridges, Chicago University Press, 2021)
traduzione e cura di Diego Terzano
prefazione di Massimo Cacciari
Tab edizioni
collana Tabula rasa | 6
settembre 2026
pp. 468, € 30,00
ISBN 9791256694273
Ricco compendio di rappresentazioni letterarie e concettuali, oltre che di illustrazioni architettoniche e musicali, Sui ponti raccoglie una storia poetica e filosofica dei ponti in nove nodi teorici. Intrecciando disparati tempi e luoghi, l’autore racconta il panorama dei molteplici significati dei ponti, chiedendosi perché li costruiamo e dove ci portano. Un viaggio avvincente e vertiginoso – attraverso miti, filosofie, religioni e opere d’arte – in cerca dei legami che ci uniscono, sia visibili che invisibili, sia vissuti che immaginati.
«Sui ponti è una riflessione appassionante sulla semantica e sul simbolismo dei ponti, e sulle molteplici connessioni con il linguaggio, la musica, la creatività e gli enigmi della condizione umana. Siamo tutti tra mondi diversi e l’arco di un ponte è la struttura della nostra realtà condivisa.»
Sting
A prima vista il ponte non è altro che un collegamento fra
due cose, siano esse rive di un fiume o parti di una composizione
musicale. Ma il ponte è davvero ponte solo se permette passaggio fra
i fenomeni, collegandoli in modo essenziale, al servizio di un fine
nuovo, in una struttura che non è solo doppia, ma tripla, in quanto
ne fa parte il legame stesso. Il ponte non è ponte se non crea una
realtà inedita. Le prossime pagine trattano di numerosi ponti
disseminati tra epoche passate e disparate attività: arte, politica,
religione e scambi storico-culturali. Tuttavia, nonostante le
differenze, gli svariati ponti servono un filone di interessi che
emergono in maniera “fenomenologica”. Vale a dire che l’analisi
delle loro caratteristiche formali e materiali porta alla luce idee e
intenzioni a esse associate, compresi talvolta effetti imprevisti.
Tramite questa analisi ho inteso anche indagare atteggiamenti di
natura etico-morale: modi umani di essere al mondo, in mezzo alle
cose a cui siamo legati, e da cui dipendiamo. Negli anni in cui ho
lavorato all’edizione inglese, pubblicata nel 2021, mi pareva che
il mondo si avvicinasse a un bivio fra ponti e muri. Da un lato si
abbattevano barriere e confini geopolitici, dall’altro ci si
affrettava a erigere muraglie e recinzioni nazionali. Cinque anni più
tardi, e c’è stato di mezzo anche il Covid-19, sembra che i muri
abbiano preso il sopravvento. La politica si dirige verso la
chiusura. Al contempo, configura l’alternativa con termini
allarmanti: l’apertura ingovernabile, il contagio umano, la
vulnerabilità sociale. Si è presentata una sfrenata paura dei
ponti. Ma il ponte non è il contrario del muro; semmai lo è il
campo libero, o la porta spalancata. Negli anni in cui lavoravo sul
libro, mi sono reso conto di quanti ponti, e quali, necessitasse la
vita odierna, per non dire l’intendimento e lo svolgersi
dell’esistenza stessa. Il ponte non è l’opposto del muro, è
equilibrio fra muro e porta aperta. È indirizzo nuovo che permette
rientro: disponibilité esistenziale di natura “relativa”. Di
fatto ogni ponte presuppone due campi separati, e quindi soggetti
diversi correlati in azione reciproca, né segregati né in perfetta
fluidità. Nel 2026 è diventato più difficile scorgere quel fatto
svolto in ethos. È invece la legge del più forte che vuole
imporsi – in luogo di ciò che è comune e condiviso. La
prospettiva dall’America è chiaramente diversa da quella italiana
(anche se i media, che viaggiano come razzi, minacciano di sciogliere
ogni differenza culturale). Al momento gli italiani danno
l’impressione di essere più legati l’uno all’altro, più
collegati alle comunità e alle tradizioni di pensiero, agli spazi
culturali e architettonici che abitano. Lo noto da erede di entrambe
le culture, nato da madre italiana e da padre americano, e cresciuto
perlopiù in Italia, diventato persino italianista di professione.
Gli americani degli ultimi decenni appaiono sempre più alienati,
murati nei loro schermi, sconnessi dai compagni di ufficio e di
scuola.
Condividono semmai la solitudine. Gli italiani danno ancora valore ai sentimenti reciproci. Sono mossi dall’estetica, dalle proprie radici storiche, dalla socialità, dal bel tempo e dal buon cibo. L’Italia è un Paese di ponti; la vita quotidiana si fonda su di essi! Se quelli che affronto nel libro appartengono a svariate culture, resta che la maggior parte si trova nella città natale di mia madre, Roma. È forse il caso di dire anche qui che tutte le strade portano a Roma – ma a patto di aggiungere: attraverso i ponti, che, come ricorda Leon Battista Alberti, sono quelle parti di strade senza le quali neanche le più umili vie riescono a valicare ostacoli. Roma è integratrice di diversità – di imprese, esperienze e stili di vita. Ciò è merito non solo dell’ingegno italiano, ma anche del modo in cui la città ha saputo intrecciare insieme tante epoche e culture passate, rendendole presenti in ogni suo qui e ora. Per questo motivo, i romani, gli italiani – e arriviamo finanche ai “buoni Europei” elogiati da Nietzsche – apprezzeranno forse più profondamente degli statunitensi questo studio: ché l’Europa non dimentica facilmente la straordinaria ricchezza di vita generata da tremila anni di legami culturali. Tali legami non equivalgono alle “connessioni” di cui sono già piene le nostre vite. I primi hanno spessore storico-spirituale, le seconde sono spesso brevi, fortuite e perfino distraenti, motivate più che altro da interessi nascosti. I collegamenti sono “intenzionati”; si costruiscono in vista di un obiettivo. Rispondono a quella “moralità del prossimo passo” proposta dall’Uomo senza qualità di Robert Musil, che valuta ogni atto in rapporto a dove ci porta dopo. Lo stesso ragionamento consequenziale aiuta a distinguere le costruzioni dalle “innovazioni”. Ha rilevanza anche per gli atti di guerra, considerando che fare il primo passo, quello che dà avvio alla contesa, è molto facile, ma difficile è concepire il passo per uscirne. Quali ponti, mi è stato chiesto, fra quelli religiosi, letterari e filosofici che analizzo, sono i più importanti? Modestamente direi i ponti affettivi, dei legami culturali, del lavoro intellettuale. Sono anche i ponti più archetipici, quelli che ci aprono più mondi e più li tengono insieme, dando autentica spinta allo spirito. La memoria è poi il “pilone” del ponte su cui poggia “l’impalcato” di progetti nuovi. Nella loro unione, il giorno corrente riesce a integrare luoghi e tempi a sé estranei, tradizioni passate e disegni futuri. Perfino l’individuo più sradicato arriva a scavalcare il proprio destino attraverso l’esercizio dell’intelletto, relazionandosi con mondi da cui è diviso. Leben ist Brückenschlagen / über Ströme, die vergehn, diceva Gottfried Benn: “vivere è gettare ponti su fiumi che scorrono”. La precarietà dell’accadere suscita l’ingegneria. Colgo l’occasione di questa edizione per ringraziare dei fratelli pontefici che mi hanno portato, anche indirettamente, a intraprendere quest’opera: Claudio Magris e Massimo Cacciari; Gianni Vattimo, Allen Mandelbaum e Alessandro Dal Lago, in memoriam; i miei fratelli Sandra e Robert; i miei figli Madeleine e Alexander, insieme a Nanette; Viviana; Fabrizio e Marco Falconi; Nina e Riccardo; i due Alberto; e last but not least il mio sagace e instancabile traduttore Diego Terzano, che in queste pagine forse è riuscito a fare l’impossibile, ovvero a rendere la traduzione ancora migliore dell’originale! Vorrei annoverare fra i fraticelli spariti un amico americo-romano che mi ha inondato di riferimenti sui ponti: Kelly Zinkowski. Mi ha fatto compagnia anche un precedente teorico dei ponti durante il decennio di scrittura, che ha elaborato questioni simili alle mie nel suo Figure del ponte. Simbolo e architettura (Pendragon, Bologna 2014). Alberto Giorgio Cassani si chiama, persona gentilissima che ha condiviso con me le sue ricerche ancora prima che fossero pubblicate. Devo a Guglielmo Bilancioni l’incontro con Cassani, e a Dal Lago, a sua volta, l’incontro con lo stesso “Billi” negli anni 2009-12, quando abbiamo studiato insieme le Watts Towers di Los Angeles. Alcune mie tesi si erano articolate in modo sperimentale in qualche saggio. Vorrei accennarne solo due: The Architectural Word, apparso in Inquieto pensare: Scritti in onore di Massimo Cacciari, a cura di Emanuele Severino e Vincenzo Vitiello (Morcelliana, Brescia 2015), pp. 271-82, e Istrian Italy and the Homeland: The Lessons of Poetry, in «Forum Italicum», 47, no. 2, 2013, pp. 324-35. La riproduzione delle immagini di questo libro – come la stessa traduzione – ha avuto il supporto finanziario della Division of Humanities della University of California di Los Angeles. Alcuni artisti, fotografi e titolari dei diritti d’autore mi hanno generosamente permesso l’utilizzo gratuito delle immagini, soprattutto Paolo Delle Monache, Sarah Balmond, Noel Chiappa, Elisabetta Corni, Tom Till, Matthew Hoser, Alain Janssoone, e Alessandro Lanzetta. L’ultima parola è un vademecum. I capitoli sono lunghi e tendono a incagliarsi in discussioni a volte arcane. Consiglio ai lettori di saltare avanti non appena provano questa sensazione. L’importante è andare oltre. L’approdo è sempre vicino.
Thomas Harrison
Tokyo, 17 marzo 2026
Condividono semmai la solitudine. Gli italiani danno ancora valore ai sentimenti reciproci. Sono mossi dall’estetica, dalle proprie radici storiche, dalla socialità, dal bel tempo e dal buon cibo. L’Italia è un Paese di ponti; la vita quotidiana si fonda su di essi! Se quelli che affronto nel libro appartengono a svariate culture, resta che la maggior parte si trova nella città natale di mia madre, Roma. È forse il caso di dire anche qui che tutte le strade portano a Roma – ma a patto di aggiungere: attraverso i ponti, che, come ricorda Leon Battista Alberti, sono quelle parti di strade senza le quali neanche le più umili vie riescono a valicare ostacoli. Roma è integratrice di diversità – di imprese, esperienze e stili di vita. Ciò è merito non solo dell’ingegno italiano, ma anche del modo in cui la città ha saputo intrecciare insieme tante epoche e culture passate, rendendole presenti in ogni suo qui e ora. Per questo motivo, i romani, gli italiani – e arriviamo finanche ai “buoni Europei” elogiati da Nietzsche – apprezzeranno forse più profondamente degli statunitensi questo studio: ché l’Europa non dimentica facilmente la straordinaria ricchezza di vita generata da tremila anni di legami culturali. Tali legami non equivalgono alle “connessioni” di cui sono già piene le nostre vite. I primi hanno spessore storico-spirituale, le seconde sono spesso brevi, fortuite e perfino distraenti, motivate più che altro da interessi nascosti. I collegamenti sono “intenzionati”; si costruiscono in vista di un obiettivo. Rispondono a quella “moralità del prossimo passo” proposta dall’Uomo senza qualità di Robert Musil, che valuta ogni atto in rapporto a dove ci porta dopo. Lo stesso ragionamento consequenziale aiuta a distinguere le costruzioni dalle “innovazioni”. Ha rilevanza anche per gli atti di guerra, considerando che fare il primo passo, quello che dà avvio alla contesa, è molto facile, ma difficile è concepire il passo per uscirne. Quali ponti, mi è stato chiesto, fra quelli religiosi, letterari e filosofici che analizzo, sono i più importanti? Modestamente direi i ponti affettivi, dei legami culturali, del lavoro intellettuale. Sono anche i ponti più archetipici, quelli che ci aprono più mondi e più li tengono insieme, dando autentica spinta allo spirito. La memoria è poi il “pilone” del ponte su cui poggia “l’impalcato” di progetti nuovi. Nella loro unione, il giorno corrente riesce a integrare luoghi e tempi a sé estranei, tradizioni passate e disegni futuri. Perfino l’individuo più sradicato arriva a scavalcare il proprio destino attraverso l’esercizio dell’intelletto, relazionandosi con mondi da cui è diviso. Leben ist Brückenschlagen / über Ströme, die vergehn, diceva Gottfried Benn: “vivere è gettare ponti su fiumi che scorrono”. La precarietà dell’accadere suscita l’ingegneria. Colgo l’occasione di questa edizione per ringraziare dei fratelli pontefici che mi hanno portato, anche indirettamente, a intraprendere quest’opera: Claudio Magris e Massimo Cacciari; Gianni Vattimo, Allen Mandelbaum e Alessandro Dal Lago, in memoriam; i miei fratelli Sandra e Robert; i miei figli Madeleine e Alexander, insieme a Nanette; Viviana; Fabrizio e Marco Falconi; Nina e Riccardo; i due Alberto; e last but not least il mio sagace e instancabile traduttore Diego Terzano, che in queste pagine forse è riuscito a fare l’impossibile, ovvero a rendere la traduzione ancora migliore dell’originale! Vorrei annoverare fra i fraticelli spariti un amico americo-romano che mi ha inondato di riferimenti sui ponti: Kelly Zinkowski. Mi ha fatto compagnia anche un precedente teorico dei ponti durante il decennio di scrittura, che ha elaborato questioni simili alle mie nel suo Figure del ponte. Simbolo e architettura (Pendragon, Bologna 2014). Alberto Giorgio Cassani si chiama, persona gentilissima che ha condiviso con me le sue ricerche ancora prima che fossero pubblicate. Devo a Guglielmo Bilancioni l’incontro con Cassani, e a Dal Lago, a sua volta, l’incontro con lo stesso “Billi” negli anni 2009-12, quando abbiamo studiato insieme le Watts Towers di Los Angeles. Alcune mie tesi si erano articolate in modo sperimentale in qualche saggio. Vorrei accennarne solo due: The Architectural Word, apparso in Inquieto pensare: Scritti in onore di Massimo Cacciari, a cura di Emanuele Severino e Vincenzo Vitiello (Morcelliana, Brescia 2015), pp. 271-82, e Istrian Italy and the Homeland: The Lessons of Poetry, in «Forum Italicum», 47, no. 2, 2013, pp. 324-35. La riproduzione delle immagini di questo libro – come la stessa traduzione – ha avuto il supporto finanziario della Division of Humanities della University of California di Los Angeles. Alcuni artisti, fotografi e titolari dei diritti d’autore mi hanno generosamente permesso l’utilizzo gratuito delle immagini, soprattutto Paolo Delle Monache, Sarah Balmond, Noel Chiappa, Elisabetta Corni, Tom Till, Matthew Hoser, Alain Janssoone, e Alessandro Lanzetta. L’ultima parola è un vademecum. I capitoli sono lunghi e tendono a incagliarsi in discussioni a volte arcane. Consiglio ai lettori di saltare avanti non appena provano questa sensazione. L’importante è andare oltre. L’approdo è sempre vicino.
Thomas Harrison
Tokyo, 17 marzo 2026
Thomas Harrison è professore di letteratura, musica e cinema presso l’Università della California di Los Angeles (UCLA). È autore di uno studio sincronico dell’espressionismo paneuropeo, 1910. L’emancipazione della dissonanza (Castelvecchi, 2017), e di Essayism: Conrad, Musil e Pirandello (Johns Hopkins University Press, 1992).

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