Marianna Olivadese
CREATURE, BOSCHI E CATTIVI PRESAGI
La natura viva nei miti greci e romani
Tab edizioni
collana Saggi
settembre 2026
pp. 132, € 14,00 €
ISBN 9791256694587
Nei miti greci e romani la natura non è mai soltanto uno sfondo: è presenza viva, limite, memoria, avvertimento. Può essere ferita e reagire, accogliere e trasformare, custodire il dolore, inviare segni a una città inquieta. Attraverso Callimaco, Ovidio, Pausania, Luciano, Livio e altri autori del mondo antico, Creature, boschi e cattivi presagi rilegge boschi sacri, metamorfosi, animali, prodigi e paesaggi come luoghi in cui si manifesta una domanda ancora attuale: che cosa accade quando l’uomo dimentica il limite? Senza attribuire ai classici una coscienza ecologica moderna, il volume mostra come l’immaginario antico abbia saputo raccontare il rapporto fra umano e non umano attraverso storie di violazione, cura, paura e trasformazione. Rileggere questi racconti significa interrogare anche il nostro modo di abitare la Terra: non per cercare nel passato risposte già pronte, ma per riconoscere che alcune domande non hanno mai smesso di riguardarci.
dall'Introduzione
Si racconta che un tempo i boschi fossero abitati. Non soltanto da dèi, ninfe o presenze invisibili. Erano abitati anche da qualcosa di più difficile da nominare: un rispetto, una cautela, il senso che non ogni luogo potesse essere attraversato allo stesso modo. Entrare in una selva, fermarsi presso una fonte, abbattere un albero non erano sempre gesti neutri. Potevano esserlo nella vita quotidiana, nella necessità, nel lavoro degli uomini. Ma non sempre. E non ovunque. Alcuni spazi custodivano una forza propria. Non una legge scritta, non un confine inciso sulla pietra, non un divieto proclamato ad alta voce. Piuttosto una presenza del luogo, una misura silenziosa davanti alla quale il gesto umano doveva cambiare. In certi racconti antichi, un uomo entra in un bosco con un’ascia e crede di vedere soltanto legname. Poi il primo colpo cade sul tronco, e l’albero geme. Una ragazza fugge da un dio e, per non essere presa, diventa alloro. Un cacciatore arriva per caso a una fonte nascosta, vede ciò che non avrebbe dovuto vedere e diventa cervo davanti ai propri cani. Una città osserva animali che parlano, cieli che sanguinano, piogge prodigiose, e comprende che qualcosa nell’ordine del mondo si è incrinato. È a partire da queste immagini che nasce il presente volume. Creature, boschi e cattivi presagi raccoglie e rilegge una serie di testi greci e latini nei quali la natura non compare come semplice sfondo dell’azione umana, ma come presenza attiva: vulnerabile, ostile, protettiva, significativa. Boschi che non possono essere violati senza conseguenze, alberi che reagiscono al colpo, corpi che diventano piante, animali che annunciano eventi futuri, fenomeni naturali interpretati come segni di colpa o di squilibrio: questi elementi costituiscono un tessuto narrativo e simbolico attraverso cui le società antiche pensavano il proprio rapporto con il mondo. L’obiettivo del libro non è quello di “ecologizzare” retrospettivamente i classici, né di attribuire al mondo antico una coscienza ambientale in senso moderno. Sarebbe un errore cercare nei miti greci e romani risposte già pronte alle nostre domande. Ma sarebbe un errore anche considerarli muti rispetto al rapporto fra l’uomo e ciò che umano non è. Si tratta, piuttosto, di mostrare come, all’interno di racconti e tradizioni diverse, emerga una riflessione diffusa – non sistematica, ma riconoscibile – sul limite, sull’uso, sulla violazione, sulla memoria e sulla relazione tra umano e non umano. Il punto di partenza non è teorico, ma testuale. Ogni capitolo prende le mosse da un episodio attestato nelle fonti: un passo di Callimaco in cui un albero sacro geme sotto il colpo della scure; le pagine di Ovidio in cui Dafne diventa alloro, Atteone diventa cervo, Filemone e Bauci diventano alberi; una descrizione di Pausania che registra boschi interdetti e spazi accessibili solo a pochi; una pagina ironica di Luciano di Samosata che eleva una mosca a oggetto degno di elogio; i racconti romani di prodigi, nei quali la natura sembra avvertire la città che qualcosa si è spezzato. Il metodo seguito è semplice: partire dal testo, restituirne la forza narrativa, individuarne il nodo critico e poi metterlo in relazione con questioni più ampie. La prospettiva ecocritica non viene applicata come una griglia esterna, ma usata come lente per far emergere ciò che nei testi è già in gioco: la tensione tra disponibilità e interdizione, consumo e limite, possesso e relazione. Nei racconti qui raccolti, la natura non è mai completamente muta. Talvolta parla, come l’albero che geme nel bosco di Demetra. Talvolta reagisce, come il corpo di Erisittone, condannato a una fame senza fine dopo aver violato il bosco sacro. Talvolta accoglie, come l’alloro che offre a Dafne una salvezza ambigua. Talvolta si sottrae, come gli spazi sacri descritti da Pausania. Talvolta avverte, come i prodigi romani, nei quali animali, cieli e fenomeni naturali diventano segnali di un disordine che riguarda l’intera comunità. Ciò che accomuna questi episodi non è una teoria unitaria, ma una costellazione di intuizioni. Il mondo antico non costruisce un pensiero ambientale sistematico, ma dissemina nei suoi racconti immagini che interrogano la possibilità stessa di un rapporto equilibrato con ciò che umano non è. […]
Marianna Olivadese è professoressa di lettere e ricercatrice nel campo delle Environmental Humanities presso l’Università di Bologna. I suoi studi mettono in dialogo i classici e la saggezza che tramandano con le sfide ecologiche contemporanee.

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