venerdì 9 ottobre 2026

Carlos Moreno - LA CITTÀ CHE CURA - add

 
Carlos Moreno
LA CITTÀ CHE CURA 
Prossimità e partecipazione: una nuova grammatica territoriale

(titolo originale La ville du soin. Territoires : le bien-être à portée de main, Éditions de l'Observatoire, marzo 2026)
traduzione di Chiara Licata 
postfazione di Cynthia Fleury
copertina © Hiroo Isono
add editore
ottobre 2026
pp. 200, € 18
ISBN 9788867835904

 
Leggendo Carlos Moreno – e condividendo il suo percorso – si profila un’evidenza: la città non è mai una scenografia, e ancora meno un semplice assemblaggio di funzioni. È la nostra prima scuola di vita, il nostro alfabeto della responsabilità reciproca, il luogo dove facciamo esperienza del senso della libertà che è prossimità, accoglienza, capacità di abitare il mondo avendone cura.Cynthia Fleury
La riflessione sulla cura è diventata ormai un’esigenza politica, oltre che una necessità esistenziale, per maneggiare un mondo attraversato da profonde trasformazioni sociali, climatiche, sanitarie, territoriali.
Prendersi cura delle città e dei territori significa riconoscere che l’organizzazione dello spazio non è mai neutra: può ferire o guarire, isolare o unire, escludere o includere. Rimettere la qualità della vita delle persone al centro dell’azione non è un’utopia, ma una scelta metodologica ed etica che ha già ispirato politiche pubbliche concrete: da Parigi a Iztapalapa, da Busan a Toronto, dal Giappone al «Decalogo italiano»,il manifesto elaborato dal Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori.
Il benessere territoriale, come struttura portante di un nuovo patto tra i luoghi e gli abitanti, implica una trasformazione graduale ma radicale, in cui l’urbanistica è il baricentro che ci permette di scegliere e costruire il modo in cui abitiamo, viviamo e ci spostiamo. Proseguendo la riflessione sulla Città dei 15 minuti, Carlos Moreno affronta qui un passaggio centrale: pensare la città di domani in maniera umana e relazionale.

Un estratto

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E INTELLIGENZA ANCESTRALE
Vive e mutevoli, plasmate da innovazioni e lotte, ma anche logorate da disuguaglianze e fratture, da secoli le città sono al crocevia della nostra ricerca di convivenza: un luogo di interdipendenza dove, giorno dopo giorno, si creano le condizioni del buon vivere. Oggi, dinnanzi alle sfide che i nostri territori sono chiamati a fronteggiare – riscaldamento globale, precarietà economica, frammentazione sociale –, la ricerca è a una svolta decisiva. In un contesto di tensioni costanti, l’idea di «riparare la città» torna con insistenza, come un appello a ripensare radicalmente il nostro modo di abitare, muoverci, convivere. Riparare la città significa innanzitutto osservare in maniera lucida l’umanità che vacilla sotto il peso dell’accelerazione contemporanea. Viviamo a un ritmo sfrenato, dettato dall’urgenza permanente, dalla mobilità costante, dalla pressione della performance. Una dinamica che desincronizza la vita, frammenta le giornate e poco alla volta deteriora la nostra relazione con gli altri. Un movimento continuo, in cui i rapporti di vicinato si sgretolano, i legami di prossimità si dissolvono, le interazioni spontanee si affievoliscono. Più la città accelera, più le relazioni umane rallentano. La diffidenza prende il posto della fiducia, la solitudine si fa spazio negli interstizi del quotidiano, e con lei un malessere diffuso, una sensazione di isolamento anche in mezzo alla folla. Per riparare la città si comincia riparando l’umano. Si ritrova il senso del benessere, della qualità di una vita condivisa. Si riconosce l’importanza di prendersi cura dell’altro, preservare l’ambiente, coltivare la memoria e accettare – umilmente – la fragilità della nostra esistenza, che ha senso solo se vissuta insieme agli altri. Capire le fratture urbane significa anche affrontare la nostra storia: quella di un XX secolo caratterizzato da un’urbanizzazione rapida che ha scombussolato il nostro modo di vivere, e di un XXI secolo con una forte impronta urbana e ipertecnologica, divorato dall’incertezza e diventato ansiogeno a causa delle crisi che si susseguono – ecologiche, economiche, sociali, sanitarie, per non dire esistenziali. Nel mondo, a partire dalla seconda metà del XX secolo, molte delle nostre città sono costruite per la velocità, popolate da uomini e donne somiglianti a moderni centauri, metà umani, metà automobili. Riparare, quindi, significa indagare sulle radici di queste fratture. Considerare quanto sia vitale recuperare la nostra umanità perduta per poter ritrovare un autentico benessere.

Carlos Moreno
, professore e ricercatore franco-colombiano, è direttore scientifico e cofondatore della cattedra ETI all’Université Paris 1 Panthéon – Sorbonne/IAE. Specializzato in sistemi complessi e questioni urbane, ha proposto il concetto di Città dei 15 minuti, e con UN-Habitat, United Cities and Local Governments e altri partner ha ideato il Global Observatory of Sustainable Proximities. Tra le cariche che ricopre, in Italia è presidente del Comitato scientifico del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori. Con add editore ha pubblicato La città dei 15 minuti. Per una cultura urbana democratica.

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