Tetsugen Serra
CONOSCERE SE STESSI
L’osservazione interiore attraverso i dieci quadri del bue
prefazione di Elena Seishin Viviani.
illustrazioni di Sabrina Koren Montemurro.
Ubaldini editore
collana Civiltà dell'Oriente
2026
pp. 210 con illustrazioni in b/n, € 19,00
ISBN 9788834019504
collana Civiltà dell'Oriente
2026
pp. 210 con illustrazioni in b/n, € 19,00
ISBN 9788834019504
Le ‘dieci immagini della domatura del bue’, con i versi e i commenti del maestro buddhista del XII secolo Kakuan Shien, raccontano la ricerca della sorgente della nostra stessa natura. Grazie alle illustrazioni e all’unione tra immagini e poesia, questo insegnamento, tra i più efficaci strumenti formativi dello Zen, diviene immediato e accessibile, permettendo di comprendere con maggiore chiarezza il percorso della pratica. Negli ultimi decenni le immagini sono state interpretate anche in ambiti come la psicologia, la pedagogia e lo sviluppo personale, diffondendosi dalla Cina al Giappone, all’India e all’Occidente. In questo processo il loro significato originario è stato talvolta semplificato o trasformato. Tuttavia proprio queste reinterpretazioni testimoniano la vitalità del simbolo: ogni epoca e ogni cultura lascia una nuova traccia nel modo di comprenderlo. In origine le immagini servivano come guida per i monaci impegnati nella pratica dell’illuminazione; oggi possono offrire un orientamento anche nella vita quotidiana, aiutando a osservare e comprendere il funzionamento della mente nel mondo contemporaneo.
Un estratto dalla Prefazione
Prefazione C’è un bisogno che attraversa quasi ogni tradizione spirituale, così ricorrente da sembrare una necessità della mente stessa: tradurre un cammino interiore, per sua natura invisibile e astratto, in un’immagine concreta, percorribile passo dopo passo. Come se l’anima, per potersi orientare, avesse bisogno di una mappa disegnata, di un sentiero che gli occhi possano seguire prima ancora che il cuore lo comprenda. Le Dieci immagini della domatura del bue che troverete in queste pagine non sono un caso isolato. Sono una voce, tra le più belle, di un coro molto più ampio. Nella tradizione buddhista, ad esempio, è altrettanto nota la Ruota della vita, il Bhavacakra, rappresentata nelle thang - ka tibetane, una sorta di stendardi dipinti o ricamati presenti in ogni monastero: i sei regni del saæsåra stretti tra le fauci di Yama, il signore della morte, e tutt’intorno, lungo il bordo, i dodici anelli dell’origine dipendente che spiegano come ci si incateni, esistenza dopo esistenza. È, in un certo senso, l’immagine speculare delle Dieci immagini del bue: non un sentiero lineare verso l’uscita, come quello tracciato da Kakuan, ma una mappa circolare della prigione da cui uscire. E ancora, nel buddhismo vajrayåna, il ma∫∂ala offre un’altra cartografia: da percorrere non in avanti ma verso l’interno, dal perimetro delle passioni fino al centro silenzioso della vacuità. Persino nello Zen Søtø, la scuola che meno indulge all’immagine, i Cinque go-i, i Cinque ranghi creati da Dong-shan Liangjie, noto in Giappone come Tøzan Ryøkai e fondatore della scuola, disegnano lo stesso rapporto, tra assoluto e relativo, con cerchi bianchi e neri, più concettuali e meno narrativi, ma che appartengono alla stessa, antichissima famiglia di segni. E se usciamo dal buddhismo, l’elenco si fa più fitto. Nel cuore della spiritualità cristiana, in particolare quella bizantina, san Giovanni Climaco disegna la sua Scala del paradiso: trenta pioli, uno per ogni anno nascosto della vita di Cristo prima del battesimo, ciascuno un capitolo del suo trattato. L’icona che ne nacque, nel Monastero di santa Caterina al Sinai, mostra alcuni monaci che salgono mentre i demoni li trafiggono con frecce o li trascinano giù verso l’abisso, e Cristo che li accoglie in cima, con le braccia aperte. Quell’immagine si diffuse capillarmente attraverso affreschi, icone e manoscritti, esattamente come il bue si diffuse nei templi chán. Teresa d’Avila costruì un edificio diverso ma governato dalla stessa logica: il suo Castello interiore, sette dimore concentriche che l’anima attraversa per raggiungere l’unione con Dio. E la pietà popolare d’Occidente conosce ancora un’altra sequenza fissa, la Via crucis, quattordici stazioni che offrono, stazione dopo stazione, un cammino per l’interiorizzazione meditativa. Anche l’ebraismo ha la sua mappa: l’Albero della vita cabbalistico, l’Etz chaim, un diagramma di dieci seˇfirøt che si può leggere in due direzioni, come discesa del divino nel mondo, oppure, percorso a ritroso, come ascesa dell’anima verso l’Ein Sof, l’Infinito senza nome. (...)
Tetsugen Serra, nato a Milano nel 1953, è monaco zen della tradizione Sōtō. Ordinato presso il monastero Tosho-ji di Tokyo, in Italia ha fondato sei templi, è membro del direttivo dell’Unione Buddhista Italiana e docente per il Master in Contemplative Studies dell’Università di Padova. Insegnante di shiatsu dal 1988, fondatore della Scuola Zen di Shiatsu, ha ideato il metodo per impiegare questa disciplina come pratica zen. Negli ultimi anni ha messo a punto un percorso per laici basato su seminari, conferenze e gruppi di consapevolezza che fondono insegnamenti zen e psicologia cognitiva. Ha pubblicato numerosi libri sulla meditazione e sullo zen.


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