giovedì 10 ottobre 2019

George Saiko - SULLA ZATTERA - L'Editore

George Saiko
SULLA ZATTERA
(Aus dem Floss, Residenz Verlag 1987)
Traduzione di Lydia Magliano
L'Editore
pp.664, novembre 1990, Euro non indicati, brossura
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L’incipit

“Per quanto dissimili, e per quanto fosse invalicabile l’abisso che li separava, ciò che sentivano reciprocamente si sarebbe potuto definire senz’altro una sorta di ammirazione profonda e strana, roganica, per così dire.”.


Il libro

SULLA ZATTERA ALLA DERIVA

di Italo Alighiero Chiusano
da La Repubblica del 28 febbraio 1991

Nei molti anni in cui è stata sparsa in Italia, la seminazione asburgica è venuta su come una foresta. La fase più consapevole della rivalutazione critica di quel mondo culturale con vistosi prodromi già prima della guerra inizia col libro di Claudio Magris sul Mito asburgico (1963); poi corre lungo i volumi di alcune case editrici particolarmente sensibili, in particolare Adelphi ed Einaudi. I risultati furono subito così impressionanti per genialità di proposta (si pensi alla scoperta di un Musil) o per successo anche commerciale (Joseph Roth) da invogliare sempre nuove scoperte (Karl Kraus, Altenberg, Horvàth, Lernet-Holenia) o da spingere a più approfonditi e raffinati riesami di autori già noti (Kafka, Rilke, Trakl, Hofmannsthal, Schnitzler). Preso atto che tra Vienna e Praga, lungo Danubio e Moldava, nel corso del secondo Ottocento e del primo Novecento era fiorita una civiltà letteraria di così autunnale maturità ma anche tutta percorsa da brividi mattutini, venne spontaneo stabilire i collegamenti con altre creazioni forti, di quella civiltà, che solo letterarie non fossero: ed ecco i relais con la psicanalisi, con la filosofia del circolo di Vienna, con l' austro-marxismo, con la dodecafonia, con la Sezession o l' espressionismo, con l' architettura e l' urbanistica d' avanguardia di Loos o della Vienna Rossa. Molti smisero di guardare, come si faceva prima, verso Parigi o New York o Berlino-Weimar, e giurarono che le cose più importanti e avveniristiche, in Europa e nel mondo fino agli anni Venti-Trenta, erano avvenute lì, nella Mitteleuropa asburgica o ex-asburgica, generando conseguenze ancora vitali ai giorni nostri. Tra gli autori del mito asburgico al tramonto (o già calato nella notte) stranamente mancava, al grande appello di Claudio Magris, uno scrittore austriaco come George Saiko, che più tardi però Magris avrebbe pienamente ammesso tra i cavalieri della sua Tavola Rotonda. Infatti in Saiko una lucida ma anche straziata visione di un intero mondo plurisecolare che sprofonda nella disgregazione entro brevissimo tempo assume forme di una memorabile solennità, facendosi epicentro della sua ispirazione. Nato nella Boemia settentrionale nel 1892, Saiko fu tutt' altro che uno scrittore precoce. Badò a farsi una cultura vasta e ben radicata, studiando storia dell' arte e archeologia, psicologia e filosofia, e laureandosi in lettere. Ma non restarono solo frequentazioni intellettuali di sia pur sublime dilettantismo. La sua competenza nelle arti figurative fu anzi tale che dal 1939 Saiko lavorò presso una delle più importanti collezioni grafiche del mondo, la famosa Albertina di Vienna, di cui dal 1945 al 1950 fu il direttore. Erano molti anni, intanto, che quest' altro annalista interiore del travaglio asburgico aveva deciso di affidare il complesso delle sue allucinazioni meditative a un romanzo, uno dei grandi romanzi-summa, nella scia dei Musil e dei Doderer, dei Canetti e dei Broch (suo carissimo corrispondente ed amico) che un giorno resteranno, come archi emergenti dal fiume, a testimoniare dove un tempo passasse l' ormai mitico ponte sul Danubio. Un premio prima di morire Fu Auf dem Floss (Sulla zattera), una robusta creazione uscita nel 1948 e notata solo, allora, da pochi spiriti avvertiti. In Italia l' editore Rizzoli presentò il libro nel 1967, tradotto da Lydia Magliano. Anni dopo, Marietti fece tradurre da Lorenzo Rega il secondo grande romanzo di Saiko, L' uomo nel canneto (1983), di cui parlai su queste colonne. Intanto, dopo aver pubblicato anche due volumi di racconti, Saiko era morto presso Vienna nel 1962. Era un uomo austero, non facile, schivo, con una pelata da ufficiale prussiano degna di Erich von Stroheim. Poco prima di morire, con sua ironica incredulità, venne insignito d' un premio prestigioso, quello dello Stato austriaco, segno che qualcosa nei suoi confronti stava cambiando. La casa editrice L' Editore, forse pensando che l' edizione nostrana del 1967 sia stata notata poco, ora ripropone Sulla zattera nella stessa traduzione di allora, con la premessa di Adolf Haslinger che accompagna tuttora l' edizione originale austriaca (660 pagg., lire 28.000). I patiti di casa d' Austria hanno finalmente modo di mettersi in regola. Il libro è di accesso non facile: ma forse che è facile la lettura de L' uomo senza qualità, della Morte di Virgilio, di Auto da fé, dei Demoni? Se la civiltà asburgica, nella sua grande stagione, ha prodotto romanzi che hanno rivoluzionato la narrativa europea, lo ha fatto usando diverse, estreme forme di coraggio: la più appariscente, il mettere i lettori di fronte a una fatica gravosa, quella di sgranocchiare un romanzo che è anche un opus saggistico, filosofico, mistico-teologico, sociologico, psicanalitico. Eppure qui non manca una storia, un intreccio; come non mancano personaggi magari sfuggenti ma, nell' insieme, robustamente caratterizzati. Il peculiare è che, individualità umane assai rilevate, tali figure sono insieme simboli e metafore di una condizione più vasta, maschere buone per l' intellettuale che ragiona sugli assoluti, ma anche attraenti per il lettore bambino in cerca di fate e di babau. Zingara tutto pepe Tale doppia funzione rivestono, in questo romanzo, i due personaggi principali, collocati in un latifondo feudale che ancora sopravvive, tra le due grandi guerre del secolo, al crollo dell' impero danubiano: il principe Alexander Fenckh e il suo domestico Joschko. Come Ariele e Calibano, come Don Chisciotte e Sancio, i due sono antitetici: da un lato l' aristocratico fatto di convenzioni e di stile, il nevrotico incline alla decadenza e alla morbosità, lo speculativo che corre su una ragnatela di incertezze; dall' altro il plebeo fatto di gagliardia quasi animalesca, la creatura sana in simbiosi con la natura, l' istintivo che procede sul più solido dei terreni. Secondo logica, due tali contrapposti dovrebbero respingersi a vicenda, mirare alla reciproca distruzione. Invece corre, tra i due, una corrente di simpatia che è anche bisogno d' integrazione scambievole. Che da tale amicizia tra padrone e servitore, tra quasi degenerato e quasi barbarico possa nascere qualcosa di buono, una correzione delle rispettive tare, la conquista di un' umanità più ricca e matura? No, perché s' insinuano dall' esterno forze disturbatrici. Il principe ha un' amante, la zingara Marischka, sangue bollente e testolina pazza. E il principe ha anche un fratello vescovo, uomo di antiche e non discutibili certezze. Il vescovo imporrà al fratello di dare Marischka in moglie a Joschko. E Marischka, offesa a morte, si vendica avvelenando Joschko. Poi, aiutata da un amante, getta il cadavere di Joschko nella palude, vanificando il delirio del principe che voleva conservare il morto in una teca di cristallo. C' è speranza che il principe si rifugi in un matrimonio come si deve? No, perché la donna adatta si fa sedurre da un avventuriero. Il principe ripiega sul matrimonio con la figlia di lei. Una zattera, come si vede, che va alla deriva col suo carico di personaggi pittoreschi e strambi, malati e primitivi, relitti di un mondo di ieri che non si sa bene come possano garantirci, domani, un' umanità rinnovata. Saiko era non solo amico e ammiratore di Hermann Broch, ma anche estimatore fortissimo di Joyce, oltre che appassionato lettore di Freud, di Mach, di Weininger. Lo si sente. Egli rifiuta ciò che, nella narrativa moderna, è tradizionale, ma anche nel senso nuovo di rispecchiare la figuratività tutta esteriore del cinema. Al contrario, Saiko è per una forma di epicità che, da un lato, si rifaccia ai grandi miti del mondo antico, con tutte le loro suggestioni barbariche e animistiche; dall' altro accompagni sino in fondo il cammino delle scienze e delle discipline umane, non temendo un sovraccarico di meditazione e di analisi critica. E' per questo che, nel percorso della Zattera, minuziosità visionarie da lente d' ingrandimento, figurazioni umane tra il mostruoso e il grottesco si alternano e s' intrecciano a lunghe lasse di intellettualismo puro e persino capzioso, affacciato sugli spazi dell' astratto o del metafisico. Buon lettore del mondo barocco, Saiko ne ricorda la lezione in questo e negli altri suoi scritti creativi, dove opera forte la suggestione di una magia che non rifiuta le invocazioni dello stregone in camice bianco e con gli strumenti di precisione dello scienziato novecentesco. Una miscela che a Vienna, forse più che altrove, è stata sperimentata, e a volte con successo. Saiko è uno di coloro che a tale ricetta hanno fatto credito, se non altro come a nuova e tutto sommato non banale ipotesi di lavoro.

L’autore


George Emmanuel Saiko (Seestadtl, 5 febbraio 1892 – Rekawinkel, 23 dicembre 1962) scrittore austriaco originario della regione di Usti nad Labem, nella Boemia settentrionale, si laurea nel 1927 all’Università di Vienna in Lettere e Filosofia, studiando in particolare la storia dell’arte e l’antichità classica. Le sue pubblicazioni riguardano soprattutto la saggistica su queste materie. Dopol’Anschluss, dal 1939 gli viene impedito di scrivere nuovi testi e lavora all’Albertina, la più grande collezione di stampe esistente al mondo. Dopo la conclusione della guerra, tra il 1945 e il 1950 dirige la collezione grafica del museo viennese, lavorando in seguito come scrittore indipendente.
Nel 1959 vince il premio letterario della Città di Vienna (Preis der Stadt Wien für Literatur), mentre nel 1962ottiene il premio nazionale per la letteratura (Großer Österreichischer Staatspreis). Pochi mesi dopo muore a Rekawinkel, nella Bassa Austria.  

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