martedì 22 ottobre 2019

Elisabeth Åsbrink - 1947 - Iperborea


Elisabeth Åsbrink
1947
Traduzione di Alessandro Borini
Iperborea
Collana Narrativa 292
pp.292, marzo 2018, Euro 10,00, brossura


Incipit

Il tempo non va esattamente come dovrebbe. Il primo gennaio del 1947 il Times scrive che gli inglesi non possono fare affidamento sui propri orologi. Per essere del tutto certi che il tempo sia quello che dice di essere si consiglia loro di ascoltare la BBC, che trasmetterà dei notiziari supplementari su quale sia effettivamente l’ora esatta. Gli orologi elettrici risentono delle frequenti interruzioni di corrente, ma anche quelli meccanici vanno controllati. Forse dipende dal freddo. Forse la situazione migliorerà. Nel corso della guerra sono state sganciate sulla Gran Bretagna circa 50.000 tonnellate di bombe. Oltre 4,5 milioni di edifici risultano danneggiati. Ci sono centri rurali minori che sono quasi stati rasi al suolo, come la cittadina portuale scozzese ai cui bombardamenti è addirittura stato dato un nome: il Clydebank Blitz. Nella città austriaca di Wiener Neustadt una volta si contavano 4000 edifici. Ora ne restano intatti solamente diciotto. A Budapest la metà delle case è inabitabile. In Francia sono stati distrutti, nel complesso, 460.000 edifici. In Unione Sovietica sono stati completamente annientati 1700 tra centri minori e villaggi. In Germania le bombe hanno distrutto all’incirca 3,6 milioni di abitazioni; una casa ogni cinque. La metà delle case di Berlino è inabitabile. In tutta la Germania oltre diciotto milioni di persone sono senza dimora. Altri dieci milioni lo sono in Ucraina. Tutti sono costretti a cavarsela con un accesso limitato all’acqua e sporadico all’elettricità. I diritti umani non esistono, il concetto di genocidio è sconosciuto ai più. I superstiti hanno appena cominciato a contare i propri caduti. Molti fanno ritorno a casa senza trovarla, altri si dirigono dovunque tranne che verso il proprio luogo di provenienza. Le campagne d’Europa sono state spogliate, depredate e, in seguito al sabotaggio delle dighe, risultano a tratti allagate. Terreni coltivati, boschi, fattorie – vita, pane e lavoro di tanti – giacciono sotto la cenere, ricoperti di fango. Sotto l’occupazione tedesca la Grecia ha perso un terzo delle proprie aree boschive. Più di mille villaggi sono stati dati alle fiamme. In Jugoslavia oltre la metà del bestiame è stato ucciso e il saccheggio di granaglie, latte e lana ha messo in ginocchio l’economia. Gli eserciti di Stalin e di Hitler non solo hanno seminato devastazione dove avanzavano, hanno pure ricevuto l’ordine di distruggere tutto ciò che trovavano sul proprio cammino in fase di ritirata. La tattica della terra bruciata prevedeva che non si lasciasse nulla alle truppe nemiche. Per usare le parole di Heinrich Himmler: «Nessuna persona, nessun capo di bestiame, nessun carico di cereali, nessuna tratta ferroviaria devono essere lasciati alle spalle […] Il nemico deve trovare un paese totalmente bruciato e distrutto.»* Adesso, dopo la fine della guerra, tutti vanno in cerca di orologi da polso – c’è chi li ruba, chi li nasconde, chi li dimentica, chi li perde. Il tempo rimane incerto. Quando sono le otto di sera a Berlino, a Dresda sono le sette e a Brema invece le nove. Nella zona russa vige il fuso orario russo, mentre nella propria parte di Germania gli inglesi introducono l’ora legale. Se qualcuno chiede l’ora, i più rispondono di non sapere che fine abbia fatto. L’orologio, intendono. Oppure vogliono dire il tempo?

* Da Il continente selvaggio di Keith Lowe, trad. di M. Sampaolo, Laterza, Roma-Bari 2015, p. 12. (N.d.T.)

Il libro

1947 è il vertiginoso racconto di un anno in cui la politica e la grande Storia si fondono con gli eventi quotidiani. Un anno trascurato e apparentemente insignificante, in cui un vecchio ordine cade e ne sorge uno nuovo, ma soprattutto l’anno dove inizia il nostro presente.
Dove comincia il presente? Quando nascono le forze, i conflitti e le idee che governano la nostra epoca? Inseguendo le tracce della famiglia che non ha mai potuto conoscere, Elisabeth Åsbrink ci trasporta in un anno cruciale del ’900, nel momento in cui l’Occidente, reduce dal Secondo conflitto mondiale, è di fronte a una serie di bivi e possibilità ancora aperte, e compie scelte decisive per i nostri giorni. È il 1947 quando scoppia la Guerra fredda, viene istituita la CIA e Kalašnikov inventa l’arma oggi più diffusa al mondo; l’ONU riconosce lo Stato di Israele e il figlio di un orologiaio egiziano lancia il mo­derno jihad. È solo nel ’47 che viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, prima sconosciuti all’umanità quanto il termine «genocidio», coniato da un giurista polacco che ha perso la famiglia nei Lager. E mentre una rete clandestina di organizzazioni internazionali mette in salvo i gerarchi del Reich e rilancia gli ideali fascisti, Primo Levi riesce a pubblicare Se questo è un uomo, un disilluso George Orwell scrive il profetico 1984 e Christian Dior crea il suo controverso New Look. In mezzo a tutto questo, tra le masse di profughi ebrei che attraversano l’Europa in cerca di una nuova vita, c’è il padre dell’autrice, un orfano ungherese di dieci anni, davanti a una scelta che deciderà il suo futuro. In un racconto poetico e documentatissimo, che ci cala nei destini di personaggi d’eccezione e persone comuni, Åsbrink ricompone il puzzle di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. E scavando nei retroscena degli eventi, fino agli istanti in cui la Storia avrebbe potuto prendere un altro corso, arriva all’origine di quei nodi che non abbiamo ancora sciolto.
 
L’autore

Elisabeth Åsbrink (1965) è una nota scrittrice e giornalista svedese, che vive tra Stoccolma e Copenaghen. Con il suo primo libro «Och i Wienerwald står träden kvar» nel 2011 ha vinto il premio August e nel 2013 il prestigioso Ryszard Kapuściński per il miglior reportage letterario. 1947 è il suo primo libro tradotto in Italia, in corso di traduzione in 15 paesi.

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