venerdì 18 ottobre 2019

Maria Giacobbe - LE RADICI - Il Maestrale



Maria Giacobbe
LE RADICI
Il Maestrale
Collana Tascabili Narrativa
pp.203, 2005, Euro 10,00, brossura

Incipit

La casa dove sono nata, dove mia madre è nata, dove nonna arrivò sposa, e che nonno aveva ingrandito ed abbellito per lei dalla metà di quella che, insieme al fratello, aveva ereditato da suo padre, quella casa esiste ancora, sebbene ormai quasi irriconoscibile per chi, come me, non abbia assistito al momento in cui, ancora una volta divisa tra fratelli, si incrostò di nuovi fabbricati e vi si nascose, come un nocciolo nella polpa del frutto.
Ciò accadde quando io già da diversi anni avevo cambiato paese e nazionalità, e i miei genitori avevano seguito gli altri figli, emigrati come tanti altri Sardi, in una grande città del Continente.
In questo agglomerato di edifici cerco quella che fu la mia casa. Ma solo chiudendo gli occhi riesco a ritrovarla.
Il grande cortile-giardino che col muro altissimo incoronato di frammenti di vetro colorato la separava dalla strada e dalla piazza è scomparso. E insieme sono scomparsi, sotto i nuovi appartamenti borghesi affittati ad estranei, i lillà, i peschi, le palme, le calle, i gerani, i fiammanti topinambur e i gigli rossi. Quei gigli rossi così belli che, come disse il frate questuante sicuro di ingraziarsi la padrona, “mancavano solo della parola”.
Nonna, senza saperlo, era una razionalista severa che non aveva nessuna simpatia per chi dimostrasse tendenza a confondere le qualità delle creature del Signore, e quasi gli negò l’elemosina per l’indignazione che una frase tanto sciocca suscitò in lei.
Ora quei gigli rossi non sono che un ricordo, come è un ricordo nonna, seduta sulla seggiola rustica dal fondo impagliato, nel cortile accanto all’uscio della cucina.
(Ha un corpo piccolo e morbido nel costume nero e bianco da vedova. Sotto le pieghe della sottana lunga e voluminosa si intravvede appena la linea delle ginocchia. La blusa di tela bianca ricamata raccoglie tutta la luce nella opaca cornice del corsetto di panno nero bordato di raso e di velluto. I bottoni in filigrana d’oro sono come due piccoli seni lucenti o due chiuse melograne. Uguali bottoni d’argento e con le punte d’ametista le ciondolano in doppia fila nella manica dal gomito al polso. Le mani dalle dita paffute, bianche e appassite, prive di anelli, sono abbandonate sul grembo; più spesso sgranano il rosario consunto dal molto pregare oppure, con lo stesso gesto quasi assorto, i baccelli dei legumi per la cena).
Il grande portone a tre ante, di un amaranto stinto dalle intemperie, stava socchiuso nella parte centrale e, dal suo angolo, sollevando appena gli occhi, nonna poteva fuggevolmente scorgere gli scarsi passanti sulla piazza. I più, vedendola, le facevano un cenno di saluto. Qualcuno si affacciava per conversare un momento con lei. Quello era lo svago, l’unico svago della mia nonna. Rimasta vedova ancora giovane e precocemente colpita da lutti troppo gravi, si era chiusa in una severità di vita nella quale persino la messa domenicale era una specie di frivolezza. Questa severità la faceva nemica di ogni manifestazione, se non misuratissima, di sentimenti. Fossero questi di gioia o di dolore. Ma sorrideva compiaciuta, pur respingendoci, quando i nipoti la assalivamo con le nostre moine, festosi e goffi come cuccioli.
L’austerità che governava la sua vita non le impediva però di essere tollerante e pietosa riguardo alle debolezze degli altri. Durante la guerra fu proprio lei che, con traffici segretissimi condotti per mezzo delle sue fedeli clienti-comari, procurava le sigarette a mia madre per la quale il fumo, in quel momento, era uno dei pochi conforti e l’unico lusso.

Il libro

Il ritorno del narratore al paese d’origine, da una vita ricostruita all’estero, provoca la necessità di rievocare “le radici”. Mito e storia si mescolano nel viaggio memoriale verso un’infanzia e una giovinezza ripercorse ad occhi chiusi in questo libro pubblicato per la prima volta nel 1957. Ma non c’è spazio per la pura nostalgia nella potenza analitica che sempre accompagna la scrittura di Maria Giacobbe. La convocazione dei fantasmi del passato, familiare e non, esorcizzati nell’arte di narrare, da vita al romanzo di una civiltà che non ha scorto il malinteso della modernizzazione. Dall’escursione del passato gli occhi si schiudono sull’oggi - un oggi di trenta anni fa ma non lontano dal nostro oggi - in una militante meditazione su una Nuoro e su una Sardegna che “forse perirono sotto il ciclone del cosiddetto miracolo petrolchimico-edilizio-televisivo”

L’autore

Maria Giacobbe è nata a Nuoro nel 1928. Dal 1957 vive in Danimarca, partecipando attivamente alla vita intellettuale del suo paese d’adozione. Il 1957 è anche l’anno del suo esordio letterario Diario di una maestrina (Laterza 1957; Il Maestrale 2003, 2006; Premio Viareggio e Palma d'Oro dell'Unione Donne Italiane); collabora al «Mondo» di Pannunzio (1956-1963). Segue una prolifica attività di scrittura narrativa, saggistica e giornalistica in italiano, danese, francese, spagnolo, accompagnata da lavori di traduzione e curatela (Poesia moderna danese/Moderne dansk poesi 1971; Premio Dante Alighieri dell'Università di Copenaghen). Ha fatto parte della delegazione danese UNESCO in diversi incontri internazionali (Svezia, Norvegia, Conferenza Generale di Parigi nel 1989). Per motivi inerenti alla sua professione ha visitato la maggior parte dei paesi europei e fatto viaggi in Asia, Africa, Medio Oriente, America Centrale, Canada e USA, partecipando a incontri culturali internazionali. Le sue opere di narrativa edite da Il Maestrale sono: Il mare (1997, 2001); Maschere e angeli nudi: ritratto d’un’infanzia (1999); Scenari d’esilio (2003); Gli arcipelaghi (1995, 2001; Premio Speciale della Giuria Giuseppe Dessí; dal romanzo è tratto l’omonimo film di Giovanni Columbu); Le radici (2005); Pòju Luàdu (2005); Chiamalo pure amore (2008); Euridice (2011); Memorie della farfalla (2014).

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